Giacomo Leopardi, I Canti, XXIII

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

I

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,  
Silenziosa luna?  
Sorgi la sera, e vai,  
Contemplando i deserti; indi ti posi.  
Ancor non sei tu paga 5
Di riandare i sempiterni calli?  
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga  
Di mirar queste valli?  
Somiglia alla tua vita  
La vita del pastore. 10
Sorge in sul primo albore  
Move la greggia oltre pel campo, e vede  
Greggi, fontane ed erbe;  
Poi stanco si riposa in su la sera:  
Altro mai non ispera. 15
Dimmi, o luna: a che vale  
Al pastor la sua vita,  
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende  
Questo vagar mio breve,  
Il tuo corso immortale? 20

II

Vecchierel bianco, infermo,  
Mezzo vestito e scalzo,  
Con gravissimo fascio in su le spalle,  
Per montagna e per valle,  
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, 25
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa  
L'ora, e quando poi gela,  
Corre via, corre, anela,  
Varca torrenti e stagni,  
Cade, risorge, e più e più s'affretta, 30
Senza posa o ristoro,  
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva  
Colà dove la via  
E dove il tanto affaticar fu volto:  
Abisso orrido, immenso, 35
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.  
Vergine luna, tale  
E la vita mortale.  

III

Nasce l'uomo a fatica,  
Ed è rischio di morte il nascimento. 40
Prova pena e tormento  
Per prima cosa; e in sul principio stesso  
La madre e il genitore  
Il prende a consolar dell'esser nato.  
Poi che crescendo viene, 45
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre  
Con atti e con parole  
Studiasi fargli core,  
E consolarlo dell'umano stato:  
Altro ufficio più grato 50
Non si fa da parenti alla lor prole.  
Ma perché dare al sole,  
Perché reggere in vita  
Chi poi di quella consolar convenga?  
Se la vita è sventura, 55
Perché da noi si dura?  
Intatta luna, tale  
E lo stato mortale.  
Ma tu mortal non sei,  
E forse del mio dir poco ti cale. 60

IV

Nasce l'uomo a fatica,  
Pur tu, solinga, eterna peregrina,  
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,  
Questo viver terreno,  
Il patir nostro, il sospirar, che sia;  
Che sia questo morir, questo supremo 65
Scolorar del sembiante,  
E perir dalla terra, e venir meno  
Ad ogni usata, amante compagnia.  
E tu certo comprendi  
Il perché delle cose, e vedi il frutto 70
Del mattin, della sera,  
Del tacito, infinito andar del tempo.  
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore  
Rida la primavera,  
A chi giovi l'ardore, e che procacci 75
Il verno co' suoi ghiacci.  
Mille cose sai tu, mille discopri,  
Che son celate al semplice pastore.  
Spesso quand'io ti miro  
Star così muta in sul deserto piano, 80
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;  
Ovver con la mia greggia  
Seguirmi viaggiando a mano a mano;  
E quando miro in cielo arder le stelle;  
Dico fra me pensando: 85
A che tante facelle?  
Che fa l'aria infinita, e quel profondo  
Infinito seren? che vuol dir questa  
Solitudine immensa? ed io che sono?  
Così meco ragiono: e della stanza 90
Smisurata e superba,  
E dell'innumerabile famiglia;  
Poi di tanto adoprar, di tanti moti  
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,  
Girando senza posa, 95
Per tornar sempre là donde son mosse;  
Uso alcuno, alcun frutto  
Indovinar non so. Ma tu per certo,  
Giovinetta immortal, conosci il tutto.  
Questo io conosco e sento, 100
Che degli eterni giri,  
Che dell'esser mio frale,  
Qualche bene o contento  
Avrà fors'altri; a me la vita è male.  
V
Nasce l'uomo a fatica,  
O greggia mia che posi, oh te beata, 105
Che la miseria tua, credo, non sai!  
Quanta invidia ti porto!  
Non sol perché d'affanno  
Quasi libera vai;  
Ch'ogni stento, ogni danno, 110
Ogni estremo timor subito scordi;  
Ma più perché giammai tedio non provi.  
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,  
Tu se' queta e contenta;  
E gran parte dell'anno 115
Senza noia consumi in quello stato.  
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,  
E un fastidio m'ingombra  
La mente, ed uno spron quasi mi punge  
Sì che, sedendo, più che mai son lunge 120
Da trovar pace o loco.  
E pur nulla non bramo,  
E non ho fino a qui cagion di pianto.  
Quel che tu goda o quanto,  
Non so già dir; ma fortunata sei. 125
Ed io godo ancor poco,  
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.  
Se tu parlar sapessi, io chiederei:  
Dimmi: perché giacendo  
A bell'agio, ozioso, 130
S'appaga ogni animale;  
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?  

VI

Nasce l'uomo a fatica,  
Forse s'avess'io l'ale  
Da volar su le nubi,  
E noverar le stelle ad una ad una, 135
O come il tuono errar di giogo in giogo,  
Più felice sarei, dolce mia greggia,  
Più felice sarei, candida luna.  
O forse erra dal vero,  
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: 140
Forse in qual forma, in quale  
Stato che sia, dentro covile o cuna,  
E' funesto a chi nasce il dì natale.