attivita' poetica
La mia attività poetica iniziò, sicuramente come per molti giovani della mia generazione, prima dei vent'anni, come risulta dalle brevi cronache temporali di quelle liriche o sonetti di cui mi è stato possibile rintracciare qualcosa nella mia memoria e termina praticamente a quarantotto anni (nel 1968) a conclusione di una stagione felice per la mia poesia con la scrittura in versi di un Dramma Scenico concepito dalla mente geniale di un uomo che ricordo tuttora con riconoscenza a vari anni dalla morte, Willy Tagger.
Nel '68 infatti dovendo, come regista di una piccola compagnia teatrale, mettere in scena delle Laudi Sacre sulla passione, morte e resurrezione di Gesù, mi espose il suo progetto di intercalare le Laudi nei loro momenti più tragici con liriche scritte da me sui conflitti presenti in quell'anno e in quelli precedenti fino al conflitto tragico e sconvolgente della seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze apocalittiche, che ebbe, per milioni di esseri umani, sia da parte dei nazifascisti per l'ideologia pazzesca accentrata sul conflitto naturale fra le razze con predominio assoluto di quella bianca ariana (leggi, tedesca), sia da parte del regime dispotico, crudele, criminalmente responsabile nella figura di Stalin di milioni di morti per fame, per freddo e per lavoro coatto nei campi di concentramento sovietici, senza contare, come conseguenza della ferocia della lotta, gli eccessi della parte occidentale nell'uso dei bombardamenti indiscriminati delle città, italiane e tedesche, con migliaia di fortezze volanti per volta e distruzioni immani e scontata e inevitabile uccisione di donne, vecchi e bambini, bombardamenti intesi come mezzo psicologico per piegare la resistenza dei due popoli, che avevano scatenato l'immane conflitto, nell'illusione effimera di scatenare in Germania una rivoluzione contro il potere assoluto e armato fino ai denti di Hitler e delle SS.
Io in poche settimane scrissi per questo Dramma un complesso di liriche che furono associate e intercalate fra le Laudi Sacre scelte di comune accordo, Dramma che prese il titolo di "Pascolo della morte" dalla lirica centrale intorno a cui ruotano tutte le altre, recitate da un mio Attore, presente in scena, mentre la tragica sequenza delle liriche medioevali si svolge con altri attori che recitano i momenti salienti del supplizio del Golgota e della resurrezione successiva, liriche tratte fra quelle più ispirate (fra cui due di anonimi del XIII e XV secolo, dei disciplinati di Gubbio e di Siena e di Iacopone da Todi con musiche e cori originari dell'epoca).
Per me non fu una fatica da poco ideare e scrivere liriche che, partendo dall'ultima guerra, coprissero tutti i conflitti regionali scoppiati fra molti popoli nei vari continenti, anche se erano ed erano stati così abbondanti da rendermi difficile la scelta, fino a quello del settembre '68 in Cecoslovacchia, voluto e condotto dall'URSS, indifferente all'indignazione generale, come quello di vent'anni prima in Ungheria.
L'opera ebbe un successo limitato, anche se vivo e travolgente per coloro che lo ascoltarono nelle varie chiese in cui fu recitato e questo per me, come per il regista e per i vari attori, soprattutto per il mio attore, fu giusta ricompensa delle nostre fatiche, unica, ma sincera e profonda soddisfazione del lavoro fatto; la dimostrazione di tutto questo fu che, quando fra il pubblico si sparse la voce che il Dramma era stato pubblicato, andò a ruba e avrei dovuto farne pubblicare non solo cento copie (a mie spese), ma molte di più per soddisfare tutti i richiedenti; ovviamente per il pubblico la copia era gratis perché su simili tragedie non si fa commercio.
Comunque, quest'opera segnò il punto più alto della mia attività poetica, ma anche la sua conclusione, perché dopo ritornai, a parte il mio continuo e intenso lavoro di medico, all'attività letteraria che continua tuttora (l'ultimo libro è uscito poche settimane fa) in cui la prosa, pur rimanendo poetica, non è più soggetta a quelle composizioni brevi, legate a ritmi e a rime, unici strumenti per dare alla lingua italiana la sua musicalità intrinseca che tanto mi aveva suggestionato da giovanissimo quando mi ero avvicinato ai nostri grandi poeti, Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni. Mi dicevo e mi dico: Sei un retrogrado a poetare come loro, ma a mia scusante c'è che per formazione e gusto non so concepire la poesia in altra maniera. Le liriche e i sonetti, che questo libro presenta, coprono perciò un periodo di circa trent'anni, da quelle scritte prima dei vent'anni fino al '68: in esse ovviamente cercavo il concetto, ma come avvolto nella musica delle parole che devono essere appunto "musicali" nel ritmo e nel verso per competere con quella che propriamente chiamiamo "musica", arte squisitamente umana, fondata sulle note armoniche delle varie ottave, che mi manda in visibilio quando l'ascolto casualmente o per mia intima soddisfazione, specie quella del settecento italiano e tedesco.
Nel libro ad ogni lirica o sonetto, quando ne sono onestamente sicuro, faccio precedere brevissimi riferimenti temporali perché il lettore valuti nel suo giudizio la maturità diversa delle varie composizioni. Non ho altro da aggiungere. Sono medico e anche questa attività ha avuto per me una sua fondamentale importanza, perché il medico, soprattutto ospedaliero, come sono stato io per cinque decenni, a contatto pressoché costante con la sofferenza e la morte, vive praticamente disperato dei guai altrui e della propria impotenza. Ho curato per anni tubercolotiche gravi prima dell'era antibiotica e dopo malati terminali per le più varie malattie quando il mio ospedale da sanatorio è stato trasformato in gerontocomio. Sono uscito, soprattutto da quest'ultimo, con le ossa rotte, ma è una lievissima pena di fronte a quelle che inutilmente ho cercato di curare. Ora ho cessato per età la mia attività di medico, ma dico "grazie" alla medicina per i tormenti che mi ha arrecato e di fronte all'impotenza verso le più disparate forme morbose, ripeto con Giobbe: "Militia hominis vita est super terra", sicuro che alla conclusione di questa milizia, se uno è riuscito a viverla decorosamente, e anche un po' serenamente, sicuramente per costui c'è un premio per la sua evoluzione futura dopo la morte.
Le liriche e i sonetti si completano in quest'opera con due drammi, il primo dal titolo "Pascolo della morte", di cui ho già parlato e che fu rappresentato per la prima volta a Cuneo nella chiesa di San Francesco, imponente per altezza e vastità, di stile gotico, dall'acustica difficilissima che mi fu organizzata in modo eccellente dalla RAI (e ho le bobine della registrazione); poi questo dramma passò a Torino nella chiesa di San Domenico e di San Luca e poi in provincia ad Avigliana e a Lanzo, senza contare le numerose letture di singole liriche per iniziativa di parroci che le facevano leggere durante la Messa. L'anno di queste rappresentazioni è importante; fu nel lontano '68 a settembre a poche settimane dall'invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati russi e a questa invasione mi riferii nell'ultima lirica inserita nel dramma con l'accenno esplicito al tragico sacrificio di Jan Palach suicidatosi col fuoco per protesta in centro a Praga, lirica che a Cuneo scosse il pubblico che l'applaudì entusiasta e commossa. Prima avevo già inserito nel dramma altre liriche sulla Grecia dei colonnelli (e per questa lirica fui minacciato dai fascisti), sul Biafra, sul Vietman, sulla Cina, e su quella polveriera che era allora (e ancora adesso) l'America Latina e sui campi di concentramento tedeschi.
E, per finire la descrizione di questo libretto, al dramma citato ne faccio seguire un altro, rappresentato a Torino e trasmesso dalla Stazione Svizzera di Radio Monte Ceneri, dal titolo "Farfalla", sotto forma di un breve dialogo fra un uomo e la morte. Riguardo a quest'ultimo, come per tutte le mie creazioni in prosa che tendono ad essere "musica", mi è impossibile descrivere l'emozione che me l'ha dettato e lo stato di estasi in cui l'ho scritto, in particolare le ultime pagine. Ricordo un mio paziente, gravemente ammalato, che, dopo averlo letto, è morto con la mano distesa sul libretto da poco stampato e in questo gesto c'era come il desiderio e la speranza che il dialogo continuasse al di là della morte in un altro tempo e in un altro spazio, fra uomini più umani di quanto lo siamo noi. Non è il paradiso, fantasia "metafisica" impossibile, ma una "dimensione" nuova e diversa da quella che noi possediamo ora sopra questa terra, nella speranza che in questa "dimensione nuova" le esperienze tragiche, vissute qui sulla terra con un corpo di scimmia, che lotta, come qualsiasi animale, per il cibo e per quel piccolo territorio che glielo dia, almeno per lo spazio di un giorno per sé e per i suoi figli, territorio che per l'uomo diventa tutta "l'aiuola che ci fa tanto feroci", come dice Dante, naturalmente si plachino, come si placa il mare dopo una violenta tempesta.
Forse è sempre sognare, ma è un sogno più coerente con la nostra maturità umana e scientifica.
È stato continuativamente l'ospedale in cui ho lavorato e che alla fine ho diretto per dieci anni. La lirica, che gli ho dedicato, la scrissi nel '67, come risulta dal riferimento interno alla lirica stessa secondo cui erano ormai vent'anni dal '47 da che ero entrato all'Eremo, come assistente. L'ospedale allora era sistemato nei vecchi locali di un'antica abbazia camaldolese. Ora nello stesso parco dell'abbazia è stato costruito un ospedale moderno a quattro piani
Ora i dolor di un ospedale alberga
fra le sue mura; un tempo
era abbazia di frati
ed un ricordo di preghiere aleggia
nelle sue stanze,
nei corridoi, nel chiostro, quasi mistico senso che si avverte
quando il sole tramonta o quando albeggia.
Entra dalle finestre aperte
un paesaggio amico,
fatto di monti, valli e di pianura;
ha un suo silenzio, in certe ore uguale
a quello che traspira
con un sapor d'antico
dalle alte volte delle camerate,
dalle scale, dai vani e pavimenti
con le piastrelle tutte consumate;
silenzio che diventa quasi viva,
tangibile presenza
nell'atmosfera umida e tranquilla
intorno alla fontana ellissoidale,
sulle sue pietre grezze,
in mezzo ai pini,
nel mormorìo dell'acqua che zampilla,
cose preziose, unite in solidale
vincolo secolare, anche se nulla
è preordinato ad essere nel chiostro
così com'è, ma quasi messo a caso
per armonia istintiva, per amore
di pace e di silenzio,
secondo i piani di un sceneggiatore.
In mezzo a lor di sera mi ritrovo
e penso agli anni che ci conosciamo;
non sono pochi ; sono una ventina !
Possibile ? Contiamo...
Intorno non c'è nulla che sia nuovo,
il chiostro è come allora,
dimesso, familiare,
racchiuso fra la chiesa e le vetrate
e in alto scoperchiato dove il cielo,
girando nelle ore della notte,
ad una ad una fa passar le stelle,
così, isolate oppur raccolte a frotte,
e sono sempre quelle.
Ed ecco dietro al velo del presente
o sotto i pini o intorno alla fontana
oltre alle cose vedo le persone,
i visi conosciuti, tali e quali,
allineati nella luce strana
delle vetrate, quella luce al neon
che fa apparir spettrali
chi non lo è o non lo è mai stato.
Li riconosco. Non sono tutti vivi;
anzi direi, che i più vivaci
son quelli morti.
Perché? Può darsi,
ma non è strano,
che sia uno scherzo; ricordarsi
è facile di chi ha penato,
di chi ha sofferto e combattuto invano.
Penso che l'ombra che ha lasciato in noi
chi si è staccato dalla nostra mano
è una questione - e non riguarda il poi, .
quell'aldilà che non è casa nostra -
ma una questione di quaggiù. terrena;
niente a che fare con la nostra giostra,
o con l'amore o con parole od altro;
semplicemente ,
tanto per esser chiari,
è un'amicizia resa nuda, intera,
calma, serena, oltre i confini delle terre e i mari.
<- CORIANDOLI Scritta sotto i vent'anni, disgustato dalla vacuità e dalle oscenità irripetibili dell'uomo in
periodo carnevalesco. Il riferimento temporale è mia madre, che, quando la lesse, mi rimproverò con uno sguardo lungo e
preoccupato, senza dirmi nulla perché da donna intelligente, com'era, capiva che era un affare mio trovare i modi giusti e
appropriati alla mia angoscia Coriandoli, come ore pazze, lontane, che affiorano a guisa di cose che un lampo di
notte illumina e inghiotte... Io sono un nano, io sono un mostro. Coriandoli, come foglie secche, avvizzite, che
vanno a guisa di vuote barche sopra le onde... Io sono un nano, io sono un mostro. Coriandoli stupidi, inutili,
assurdi, a guisa di baci, di insulti, di sputi... Io sono un nano, io sono un mostro.
<- AUTUNNO Nello stesso
periodo della precedente, come le tre seguenti, frutto non solo dell'occhio già stanco con cui guardavo l'umanità in cui
casualmente ero piovuto (si parlava già allora di una guerra imminente), ma anche della cultura mitologica di cui mi ero
innamorato al liceo. Ho bisogno di giorni nebbiosi, come questi in cui vivo, per studiarmi senza sospendere
mai nell'ansia perenne di lasciare qualcosa non visto, non meditato. Ho bisogno di giorni nebbiosi, così, perché un
vento di sole non dissipi i fogli leggeri e li disperda lontano; non hanno senso se non uno nell'altro, non hanno
ordine che si possa rifare, sono membra ciascuno di un foglio più grande su cui riproduco le tinte di questi meriggi,
i loro singoli toni distinti. Autunno, viandante dal volto rubizzo, dai capelli grigi, ondulati, pulito sul
mento, dalle ampie labbra sensuali, un velo di foglie circonda i suoi piedi e finisce nel fosso. Autunno, con te un
ciclo si chiude, muoiono i canti, s'innalzano lievi, come vapore dal mare, le illusioni a incoronarsi di pampini e
d'uve. La bacchica festa t'inebria di un dolce sapore d'ebbrezza perché sia più lieve il sonno sotto la neve. E
quando, spenti anche gli ultimi canti, come divinità stanche di vino, si assopiranno i mortali, tu ci sarai, solo,
a contare le foglie perdute sotto gli alberi annosi, come giorni defunti di una giovinezza passata senza ritorno. Tu
sarai là e accenderai rami per allietare i tuoi occhi di danze chimeriche di esseri antichi dalle forme di scimmia. Un
treno fischia lontano col suo pennacchio di fumo; pare un corsiero che corra ad una battaglia lontana. Domani, sulle
basse rive del mare evocherà i sogni sopiti di fulgenti guerrieri; ora, no, meglio questa assenza di suoni, questa
grigia monotonia, in cui l'anima si approfondisce nella ricerca di quell'unico canto possibile, il pianto del
cuore.
<- RIMANI CON NOI, O SIGNORE Sfogo mistico di un giovane, poco più che adolescente di fronte a questa frase così
vibrante di poesia e di significati simbolici che si colgono in pieno soprattutto se uno se la ripete sottovoce in latino:
"Mane nobiscum, Domine, quoniam vesperascit" Rimani con noi, o Signore, perché si fa sera, per i nostri dolori,
perché si fa buio. E se il cane ulula dietro ombre che vanno sulla strada deserta, fallo tacere. Rimani con
noi, o Signore, perché si fa sera, per tante cose senza importanza che forse non sai e se il cane ulula dietro ombre
che vanno sulla strada deserta, digli chi siamo. Il padrone si affaccia: "Chi c'è?" "Dei vivi" ed è il cane che gli
risponde. "Chi sono?" "Dei ladri, dei ladri" e il cane ulula, ulula nella campagna deserta. Rimani con noi, o
Signore, perché si fa sera, per la vergogna che un cane gridi quello che siamo. Un moribondo, nudo nel corpo,
nudi i piedi, le mani, nudi gli occhi, le guance, attende la pietà di qualcuno, mentre il cane gli lecca le
piaghe. Rimani con noi, o Signore, per le piaghe aperte sul tuo corpo che la lingua del cane non può risanare. È
stato chiamato un medico. Il fanciullo, spedito di corsa, è tornato. In casa, chi si è assopito, chi dorme. Hanno
suonato alla porta. Si corre, si chiede: Verrà, è venuto? Ma il fanciullo non parla perché ha il fiato stretto in
fondo alla gola. Rimani con noi, o Signore, perché si fa sera, per i passi del pellegrino che vengono dietro a
quelli del bimbo. "Chi sei?" "La vita!" gli risponde il pellegrino senza speranza. Rimani con noi, o Signore,
perché si fa sera. Gesù, in quest'ora ti invoco più che in ogni altra. Sei presso di me e ti dico: "L'umanità si
dilania" Tu passi muto, senza rispondere. A Gerusalemme si grida: "Crucifige, crucifige!" Il Golgota è dietro le
spalle. Emmaus è ancora distante. Discorri con me, o Signore, già che rimani, ché si fa sera
<- MELANCONIA Lirica
giovanile al tempo del liceo. Passano i giorni della vita. Prego. Melanconia, rimani ! Non ti odierò, se mai
dovessi ripensarti o viverti o vergognarmi d'essere stato in te, domani. Passan le ore della notte. Prego. Melanconia,
rimani ! T'amerò, se mai dovessi ripensarti o viverti o entusiasmarmi d'essere stato in te, domani. Prego e ti
prego non sorridete della mia preghiera. Chiamo così, "melanconia", le cose più diverse, tristi, melanconia del giorno
e della notte, melanconia del sole e della terra, melanconia dell'uomo e della donna, melanconia di ore, di cose mai
viste, sopravvissute, viste, toccate o perse o sospirate invano. Melanconia pei vivi, melanconia pei morti, melanconia
per quelli che son di là da nascere, melanconia per tutti perché ignoriamo perché siam nati e poi vissuti e
morti. Melanconia, quasi che qualcuno sappia e non riesca a dirci perché nasciamo, melanconia, certezza che non c'è
risposta, preghiera inutile, che vorrei non fare, suprema, folle, indefinibile melanconia !
<- MINUSCOLO RISO Anche
questa lirica è giovanile, ma già al tempo dell'università, meditando sulla visione di un feto, così comodamente raccolto
nell'utero materno con la sua faccia da adulto addormentato, ancora lontana dalla bellezza serena della faccia del bimbo
addormentato. Senti? Il minuscolo riso di un essere che doveva, ma non poté nascere? Se parla, se ride, è come se
ridesse e parlasse da un giardino lontano, là, in basso fra i fiori, fra il verde ad una finestra altissima, sola, in
un muro enorme. Gli avevano detto: Devi volare lassù, ma non ne ebbe il coraggio. Ma tutti lo fanno! E si era guardato
intorno col minuscolo riso di un essere che doveva, ma non poté nascere. È passato un uomo in camice bianco, poi
unasuora: "Come va, sorella?" "Tutto bene, per ora" E il suono di quelle parole gli parve il suono di un treno quando
passa, di notte, dinnanzi a case isolate; di notte i colpi sulle rotaie sono forieri di sogni; anche i sogni
camminano sulle strade ferrate e vanno col treno, più forti del treno, uniti dentro la terra e fuori attaccandosi a
deboli luci. O terzo mondo della morte, è tuo il minuscolo riso di un essere che doveva, ma non poté
nascere.
Sonetto scritto in macchina in una mattina stupenda
sulla strada per Susa dove la mia prima figlia, Giulietta, sosteneva gli esami di maturità. D'intorno vi è un tripudio di
colori, raccolti alla rinfusa, mescolati, folli, violenti, vividi, gettati da mani di invisibili pittori. Gettati
sulla tela della terra a vivere, impazzire, delirare, a spegnersi, ad accendersi, a scherzare nel cerchio luminoso che
li serra. Tocchi di luce dolce, fantasiosa, variazioni infinite, sfumature, tonalità, contrasti e senza posa un
tremolio di luci ed ombre. Eppure tutta questa beltà meravigliosa è contenuta in sette tinte pure..
<- RODI Poesia
ispirata da una stele funeraria (||° sec. a. c.) esposta nel Museo di Rodi, raffigurante una donna anziana (la madre,
Timarista) che esce da un sarcofago con gli occhi chiusi, in atteggiamento sognante e una fanciulla (la figlia, Crito) che
protende verso di lei le braccia con uno sguardo ansioso, assorto, felice. " Credevo non vederti. Che sorpresa ! Ho
avuto per un attimo paura. (precipitosamente ) Ora non più, non più ! (con dolcezza ) La tua figura è la stessa di un
tempo. (con gioia ) Nell'attesa non sei cambiata...come mai? (con gioia ) T'ha resa persin più bella..." "Chi?" "(come
prima ) S'è presa cura di te..." "Chi? Chi ?" (con disperazione) "Perché questa premura ? (con rabbia) La morte! Sì, la
morte che ti ha presa! " La madre si dissolse. Era la morte la magica parola dell'incanto. Il solco ritornò profondo,
forte, fra madre e figlia, sola in pianto con le braccia tese verso le porte dell'aldilà , ad una tomba
accanto.
<- BISANZIO Bisanzio, ti riveli nelle luci, luci diverse, luci a non finire, Bisanzio oggi, Bisanzio che
conduci in te secoli di gloria e di patire, Bisanzio di Costante imperatore, di lotte , di saccheggi, drammi e
incendi, Bisanzio, nell'immenso mio stupore sorgi dal mar o su di esso pendi. Intorno una magia di terra e
cielo, qualcosa che non riesco a dir, qualcosa che vince la parola, là, uno stelo puntato verso l'alto, qui
un'estrosa nave che passa lenta, laggiù un velo di un'infida oscurità misteriosa.
<- VISITA ALL'ACROPOLI Attesi con
pazienza che vi fosse un attimo di pace e la guardai. E subito l' Acropoli si mosse verso di me. La vidi e
l'ammirai. Era sulla sua rupe con le grosse colonne diroccate . Qui sostai nei templi con le statue fra
rimosse pietre divelte e su di lor pensai. Pensai a genti antiche, alla parola di Socrate, Platone, all'arte pura di
Fidia, di Prassitele, alla scuola formata da quei grandi, alla scultura bellissima, perfetta, e come sola fra tutte
ineguagliabile perdura .
<- FINE DEL VIAGGIO Ancor questa mattina e poi la fine del viaggio ad Istanbul, Atene, Rodi,
Egeo, Messina, Napoli .Le lodi cantai dei posti e li ammirai; vicine mi son queste città lungo il confine fra terra e
mar; percorsi nodi e nodi di mare aperto, calmo , o quando odi il vento turbinar fra le marine. Ma soprattutto amai
questa natura, ricca di visioni, di odori e forme; l'amai per la bellezza e la premura che dimostra per noi, cosi
conforme al nostro stato e per la tua figura. Vedevo ovunque lievi le tue orme.
<- COSE NEBULOSE Lo so, verrà quel giorno, anche se oltre ai limiti segnati dalla vita ; verrà e l'accoglierò
come s'invita un ospite prezioso. Nella coltre di nuvole pesanti e minacciose già l'avverto presente e se gli
chiedo qualcosa che mi turba, che non vedo, mi dice : Lo vedrai ! Son nebulose le cose finché vivi. Attendi, spera
! Vi sono mondi nuovi oltre la terra ; indorano l'aurora e quando è sera s'adornano di luci ; li rinserra solo la
morte. Tacque, era sincera, oggi, per dir allor quel che in cuor serra.
<- ORA ESTREMA Serenamente penso all'ora
estrema che precede la morte; " O mio Signore ", (non lo dirò né adesso, né in quell'ore) "O mio Signore, fa sì ch'io non
la tema ! " Come si stanca dopo un po' chi rema, rallenterà i suoi battiti il mio cuore nel modo indubitato che è il
migliore fra quelli di morir; lasciar che scema con silenziosa e placida lentezza la forza che dal cuore va al
cervello. Ma il tema vero è qui : nella certezza di morir, come sarò? Così o quello che attende nella morte una
salvezza? Nulla del nulla vi è per me più bello !
<- LA VITA UMANA Tappe della mia vita alla deriva nel moto
tumultuoso delle genti, pensier, ricordi, sogni a me presenti , come onde che s'infrangon sulla riva. S'alternano,
s'annullano, una arriva, un'altra segue subito; le senti scivolare nell'eco di frementi tempeste; ed una muor in quella
viva. È una sera di sole già al tramonto; la luce è ancora vivida a ponente, scherza fra foglia e foglia. È un bel
racconto questo della natura; illude, mente, ritorna a raccontar. Per oggi conto qualcosa in più di lei nella mia
mente. Consolati con me
Consolati con me! Nel tuo passaggio vedo riflesso l'attimo fuggente. Vorrei fermarlo. Vano e inconsistente, lui
passa via e sussurra: "Per te è saggio ch'io me ne vada. Quando avrai il vantaggio degli anni che verranno, se
consente la vita che tu l'abbia, del presente non rimarrà più nulla a tuo retaggio ". Consolati con me! Proviamo
insieme a ragionar. Chi son ? Che posso darti ? Solo tristezza. In questo istante geme il canto che conosci. Se
ascoltarti vorrai, e dovrai farlo : " Vana speme " dirai " assurda continuare amarti "!
<- SETE Quando
m'osservo e sento quella sete naturale e insaziabile di vita, ecco il pensiero dell'eterna quiete mi siede accanto e
prende le mie dita. "Son qui" mi dice "Dentro la mia rete comprendo tutti prima o poi. Se v' invita un essere così,
non v'offendete. La mia presenza è dolce, se è gradita." Il mar s'increspa d'onde leggermente e ognuna brilla al sole,
come perla; il cielo è senza nubi; amaramente penso che non sia vita trattenerla così; l'ignoto mi sorride e
sente che la mia mano cede e può averla.
<- NEBBIA Ho girato lo
sguardo e ti ho scoperta; avevi un bel vestito colorato, il capo leggermente un po' piegato, la fronte quasi tutta era
coperta da riccioli bizzarri; avevi certa movenza maliziosa, uno studiato atteggiamento, un riso delicato. Eri di
fronte a me sicura, aperta. Era un giorno qualunque, non so quando, non so neppure dove; nebbia, vuoto. Forse
dormendo, forse passeggiando, forse sicuro di vederti, ruoto di qua, di là, ma, chissà mai, vagando, che un giorno tu
non sorga dall'ignoto.
<- SERA DI SOLE Tappe della mia vita alla deriva nel moto tumultuoso delle
genti, pensier, ricordi, sogni a te presenti, come onde che s' infrangon sulla riva; s'alternano, s' annullano, una
arriva, l'altra la segue subito; le senti scivolare nell'eco di frementi tempeste, ed una muor in quella viva. È
una sera di sole gia al tramonto, la luce è ancora vivida a ponente, scherza fra foglia e foglia. È un bel
racconto, questo della natura; illude, mente, ritorna a raccontar. Per oggi conto qualcosa in più di lei nella mia
mente.
<- PACE VERA Discende, come al solito, la sera, un manto grigio che si fa
più denso da un'ora all'altra. Perché mai ti penso ? Svaniscono i colori, là s'annera la curva della terra, più
leggera d'intorno si fa l'aria, un buio immenso si stende sulle cose insieme a un senso di quiete indifferente. È pace
vera ? Vera, come sarà quando, confusi, raggiungeremo le tue soglie, o morte, ed alle spalle i giorni ormai
conclusi urleranno, imprecando a quella sorte che li destina al nulla; disillusi, noi urleremo allor ancor più
forte.
<- SORELLA MORTE Ripeto con Francesco: O mia sorella, sorella morte, ma chi sei ? Ritorno ad esser come
siamo, oppur al giorno, fatto di nulla, che fu avanti a quella ora d'inizio della vita ? Bella non sei, o morte ! Mesto
e disadorno è il tuo ricordo e, quando giri intorno, per tutti sei tristissima novella. Certo non sei colei che
predicata fu da frate Francesco, paradiso di gioie eterne. Per noi sei cambiata. Nessuna, oltre ch'esisti, in te
ravviso cosa che sia sicura e dimostrata. Così passi fra noi senza sorriso.
<- OFFERTA SCONOSCIUTA DI FIORI Motivo: Un piccolo mazzo di fiori da campo che una mia paziente
all'Eremo mi ha posto sul parabrezza della macchina senza scoprirsi. Eterna lingua che dai fiori parli ieri ti ho
udita, e non mi sono illuso, quando un mazzo di fior m'è stato offerto da ignota man senza ragione alcuna ben definita,
non per dileggio certo; eri chiusa nei fior, come nel serto eran racchiusi i fiori; avevi un tono confidenziale,
schivo, un parlar calmo, tenero, tranquillo che mi convinse subito a sentirti dopo l'attimo iniziale di sorpresa; oppur,
potevo scegliere, eri un trillo di risa trattenute nell'attesa di far un gioco semplice, innocente senza
scoprirti; oppur eri pensiero, senza apparenza o forma, fatto d'istinto più che con la mente come si fanno, a patto che
si dorma, quei movimenti strani, quelle cose che sembrano reali e non lo sono dopo, al risveglio e intorno a cui si
ride, oppur ci si trastulla, oppur si dice senza convinzione: Son state, è meglio, e non saran mai più perché son
nulla, come se fossero strane, indecorose ricordate nel rapido sviluppo della notte sì placida e sì aperta al luccichio
degli astri che tutto il cielo pare una coperta di sfavillanti perle, sole o a gruppi. Eterna lingua duri quanto i
fiori in realtà, ma nel ricordo sei la musica perenne della vita, l'angoscia che di fuori traspare sotto un velo di
mestizia per gli anni tuoi e i miei, per l'ingiustizia che un giorno finirai, eterna voce, come per tanti sei finita
ormai. E sarà atroce!
<- DINNANZI A UN QUADRO DI FIORI Periodo della precedente, stimolato dalla visione di un
quadro di un mazzo di fiori da campo del pittore Guido Tallone, pittore di famiglia e carissimo amico, di cui tra il resto
ho quattro quadri a grandezza naturale delle mie tre figlie (due per Giulietta), molto amante degli animali raffigurati nei
quadri di ogni figlia, Giulietta col gatto Raffaello, Elisabetta con il nostro vecchio barboncino nero, di nome Lola, e
Lucia col gatto Michelangelo. Nati da semi strani, sepolti in cellule, come in zolle arate, da lunghi giorni
nell'attesa, non hanno terra, non hanno cielo, solo occhi ed ansia di riprodursi in sogni, fiori dipinti, disposti
caso sopra un grande bianco silenziosi, soli... Chiedono aiuto. Ma a chi, se parlano e non sanno dire ? A chi, se si
offrono senza lasciarsi prendere ? Nelle copiate forme non hanno morte, ma questo pagano col non esser vivi, solo
dipinti, nati da semi sbocciati in cellule fra fibre e nervi, fra mani e dita che li han fissati, come fosser
veri, nell'illusione effimera d'imitar la vita .
<- UNA DI QUESTE Mano, piena di rughe, una di queste è il tuo
solco, o vita! Vita, piena di angosce, una di queste ha il tuo volto, o morte! Morte, piena di ombre, una di
queste ha il tuo nome, o uomo!
<- SERA Era quell'ora strana tesa fra giorno e notte che chiamiamo sera. V'era
nell'aria immobile un'arcana presenza inconsapevole, leggera, sospesa fra la terra e l'infinito, simili ad occhi grandi,
smisurati, aperti a contemplar, le mani strette intorno al capo, i piè guidati su fili impercettibili di rette strade
intrecciate a ragnatela fra stella e stella, avviluppate intorno al globo della terra immobile, sospesa fra giorno e
notte nell'ora misteriosa che d'intesa per tutti ha il dolce nome della sera !
<- ATTIMO Attimo, forse, non
ritornerai mai più come sei ora; ritonerai ricordo, ma non sarai più l'uguale, figlio o fratello, dell'istante
attuale. Sarai diverso perché sarò cambiato, come vuole il tempo che ci costringe ad essere disuguali, come tu sei
un altro nella realtà e nel nome. Però se guardo come sono e come mi piacerebbe essere, sussurro all'attimo che non
ritornerà mai più: "Mi piaci, fermati, ti chiuderò nel cuore. Sarai un sogno, ma mi hai dato amore !
"
<- ETA' REMOTE Quando nell'aria ferma della sera penso all'età remote della terra, un'ansietà
leggera, sottile, indefinibile m'afferra. Intorno a me respiran d'una segreta melodia le cose, la luna, il ciel e le
incipienti stelle: io le osservo apparire ad una ad una nel buio progrediente della notte e sento che traspiran dall'una
all'altra la melanconia della lotta instancabile che fanno da secoli e millenni al sole e alla luce che le inghiotte. Ma
dietro a lor ed all'età che hanno, dietro alla terra e ai suoi continui accenni a tempi lontanissimi passati, la mente
indugia a meditar; saranno esatti o sono errati l'età, i luoghi, le distanze, i tempi? Non so. Ho paura dell'età
remote. Ti chiedo, o vita, di donarmi il senso della tua vita attuale. Mi placherò. Te l'assicuro. Penso ch'oltre
l'amore nulla sopra la terra vale nelle tue notti vuote!
<- QUANDO DI NOTTE Quando di notte osservo il moto delle
stelle, mi chiedo : Come, come mai, perché vedo le stelle, se è inutile, inutile veder le stelle ? Dovrei esser un
abitator del nulla, senza peso, fuori dell'occhio che non può non veder le stelle. Dovrei esser un abitator del
fuoco, veloce e più di un raggio luce per trovar il senso d'esser qui a veder le stelle. Dovrei essere pensiero
puro che aspira d'essere là e non si muove e soffre d'esser immobile sopra la terra. Perché veder le stelle, così
inutili a me e a tutti, può essere, forse, vedere l'ombra, i limiti che avrò, chissà, un giorno, l'ultimo, qui sulla
terra e il primo di una realtà invisibile, ma viva nell'attesa continua, infinita, di qualcosa ancora più
grande.
<- ADDIO Addio. Può darsi che non vi sia domani o che il domani non sia che una delle tante cose
che saran da farsi. Addio. Può darsi che solo i sogni tengan vivo l'uomo. i silenziosi ed inespressi sogni che nella
vita non potran mai calarsi. Addio, può darsi...Può darsi, cosa? Non è meglio , addio, addio di gente indifferente e
sola, addio, e poi dimenticarsi? Addio, può darsi...
<- DOMANI O DOPO Domani e dopo saran giorni strani. Domani e
dopo mi sembreranno vani i volti noti, le persone, i vuoti discorsi, i luoghi, le consuete strette di mani. Domani e dopo
saranno giorni strani. Lo so e lo sento che è un'ossessione strana, lo so e lo sento che è una sofferenza vana, ma so
che, in fondo, sono sforzi vani, e continuo a dirmi: Domani e dopo saranno giorni strani.
<- SON DOVE TU SAI Son dove tu sai. Nel chiostro antico. Vedo le rose, i pini, la fontana, e dietro a
questa il salice piangente, di fianco vi è la palma e, se lo dico, non è per ricordartelo; chi sente, come sentivi tu,
questa lontana nenia legata ad altri tempi, non può non ricordar che nel presente tutto il passato vive e, se lo riempi
di te e della tua vita, qualche cosa rimane per coloro che verranno a testimone che tu sei preziosa. Preziosa tu lo
sei, e lo sai quanto, inutile e superfluo è che lo scriva, preziosa sei per me, come quel canto che tante volte
udii nella tua viva, partecipe presenza. Eri commossa. Io lo intuivo e stavo zitto, attento dietro le note e ti sentivo
scossa; era un piacer. Sapessi che lamento è udirlo adesso. Intorno vi è silenzio. Mi pare quella sera che fui preso
dalla paura di sederti accanto; era dolce, piacevole, ma reagii, come fosse da temere un'ombra inconsistente; ora
invece l'unica ombra da temere è quella che ha il tuo nome, che penso, ormai svanita dalle cose, che mi sono d'intorno,
silenziose nel tuo ricordo, esattamente come ti sto pensando anch'io. Non farci caso. Molte volte nella vita mi è
accaduto di sbattere nel nulla testa e naso.
<- COSI' OGNI TANTO Così, ogni tanto, perché sai di
nulla, ti do un'occhiata e poiché sai di vento che si trastulla, come una foglia abbandonata, penso che tu
esista; poi, sarà la vita, saranno i suoi laboriosi affanni, ti dissolvi. Poco mi rimane e sento il gusto amaro che tu
sai di vento. Fossi qualcuna e per un soffio avessi la realtà precisa che non possiede il vento, foglia indecisa, non
oserei guardarti e con tormento, come si fa col nulla, come si fa col vento, non tenterei neppure di
salutarti. Ricordo
nebuloso Eri seduta qui, ricordo, un'ora, non so più quale, in questo stesso posto, vorrei che ritornassi come
allora, in silenzio, ma subito, ma tosto. Tendo la mano sopra la spalliera; la tendo adesso. allora non l'ho tesa; il
sogno lo permette; nell'attesa di vederti apparir è lusinghiera questa licenza; o forse è troppo spinta? Dimmi di no;
rispondimi, parlavo non ricordo di cosa; eri convinta di sentirmi parlar? Se ti cercavo, che cosa mai cercavo? Od eri
vinta tu pur, com'io, dall'ansia? So che amavo.
<- TI COSTRUISCO Ti costruisco sulla mia
figura mentale, materiale, spirituale; ti costruisco intorno delle mura, le stesse che possiedo. Son leale. Sei libera
di vivere la misura esatta di te stessa; non è uguale il patto fra di noi; è consensuale, soltanto se lo vuoi; non ho
premura di saperlo; forse domani o mai. Sopra di noi vi sono cieli aperti, smisurati, infiniti, sono gai di luci e
di color; odo concerti di musiche dolcissime. Sostai; in questi cieli attendo di
vederti. Ricordo di te Il tuo ricordo è dolce e
riposante, come una vela che si gonfia al vento, bianca, lucente, curva, dondolante, sparisce, poi riappare in un
momento. Si muove senza meta, come errante, galleggia sopra il mare quasi a stento, si piega, si raddrizza, ma
costante continua a navigar con moto lento. Simile a lei nel mare della vita il tuo ricordo naviga e riposa e tesse
fantasie con le sue dita e immagini e vision; volenterosa la mente l'asseconda ed infinita è la dolcezza che con lui
si sposa.
<- ATTESA
Son venuto a sedermi alla tua porta. E stato un caso. Poi ho bussato piano e tu hai sentito i colpi della
mano sul tuo battente. Adesso mi conforta pensar d'averlo fatto; mi è risorta l'ansia d'amar, l'angoscia e quello
strano senso d'attesa se ti son lontano che piacere e dolor insiem comporta. Non chiedo che tu m'apra; certe cose son
belle, unicamente se pensate, dolcissime, se sono silenziose, tenaci, fin che son desiderate. Eppur, anche se intime e
preziose, quanto si soffre che non siano
attuate.
<- SOLITUDINE Appena conosciuti ce ne
andiamo silenziosi ciascun per la sua strada; par che qualcosa in me si stacchi e cada, come una foglia morta dal suo
ramo. La guardo allontanarsi e non la chiamo. Mi sembra triste; il riso si dirada sul suo bel volto; forse ci
chiediamo che dove l'uno va, l'altro non vada. Vi sono delle vie che con l'andare degli anni si fan strette e
complicate; una è la nostra; e inutile è lottare contro le cose esatte e misurate dal tempo ormai trascorso, anche se
amare d'amarezza e d'angoscia sconfinate.
<- DALL'ALTO DEL TUO CIELO
Dall'alto del tuo cielo Verso di me
dall'alto del tuo cielo bella, lucente, fresca, giovanile, ti chini e mi circondi d'infantile gioia d'amar serena e senza
velo. Senza paura, come sa chi ama sentendosi riamato di un amore che non vuol nulla ed ha persin pudore d'esser
chiamato, come l'uom lo chiama. Dall'alto del tuo cielo mi governi e il tuo sorriso riempie la natura e corre
incontrastato sugli eterni sentier delle stagioni e li misura: estati, autunni, primavere, inverni. In te vi e
l'universo in miniatura.
<- MOMENTO POETICO Solitudine. Tristezza. Amo i persi minuti,
i sogni amari, le cadenze, i ritmi sconsolati, le partenze di tutto ciò che è caro, i cieli tersi d'alta montagna, i
mari, i toni immersi nella luce, i colori, le movenze della donna che bramo, le potenze racchiuse misteriose in seno ai
versi. Quando qualcosa dentro mi commuove, posso scrivere di tutto, di chi dona, di chi piange o sorride o cose nuove
sente dentro di se e le canta e suona. Quando qualcosa dentro mi commuove divento triste, ma la mente è
buona. Cammino doloroso Mi son sentito vecchio;
d'improvviso. "Verrò per te" mi hai detto; non venire; se vieni, dovrei dirti: "Non partire", ma lo direi così senza
sorriso. Meglio lasciarsi adesso; ora ravviso il male che ti ho fatto a consentire all'animo d'amarti, ad ubbidire al
festoso richiamo del tuo viso. La nave s'abbandona nella notte, pare un cetaceo enorme, mostruoso, il suo pennone
cerca quelle frotte di stelle che lo guidan; silenzioso osservo; il mio pensier va sulle rotte dei sogni ed è un
cammino doloroso.
<- LEGGENDA È inutile richiedere alla vita un sogno realizzato; la
vicenda dell'uom sopra la terra è una leggenda di nascita e di morte; l'infinita ansia d'amar che sembra consentita a
tutto ciò che vive, mai che renda quel che promette in vita, mai che spenda nell'esistenza nostra ciò che invita. E
invita ad affidarsi sopra l'onde in un placido tranquillo navigare; tutto per lei è calma, anche le sponde che sembrano
crudeli da lasciare dietro alla vela ansiosa delle fonde azzurre immensità dell'alto
mare.
<- SILENZIO DELLE STELLE M'immergo nel silenzio delle
stelle, assoluto, profondo, senza uguale, m'invade, mi sommerge, scende, sale dal mare alle celesti cittadelle. Mi
parla dall'alto dove belle rifulgono; mi dicon, l'essenziale è fondersi nel grembo universale. Mi chiamano fratello ed io
sorelle. Lo spazio illimitato è il loro impero aspro, pauroso, vuoto, senza suono; stanno a difesa del silenzio vero,
quello che noi ignoriamo, in loro è dono. Le avvolgo con lo sguardo e col pensiero. In loro fui, sarò, e, come idea,
sono.
<- LO SCOGLIO E L'ONDA Solo per me ti voglio, solo per me, lo sai, come lo scoglio l'onda
affettuosa, folle che lo lambisce, lo circonda e stringe e, se lo lascia, poi, pentita, torna, perché eterno è il gioco
fra lo scoglio e l'onda. Solo per me ti voglio, solo per me, lo sai, come trattiene il foglio le parole scritte, le
titubanze, i sogni, simili all'onde che il foglio liquido con lo scoglio fonde.
<- VAGHI RICORDI Non so, mi sembra,
sarà forse quando eri seduta là, oppur può darsi ch'era quel giorno, stavi passeggiando e ti ho vista passar. Oh
ricordarsi quanto è penoso e strano! Sta arrivando un tuo ricordo, quale? Tormentarsi così per ricordare, non
ricordando, è un continuo, perenne disperarsi. Vi è tuttavia qualcosa che consola. Sora i ricordi vaghi ed imprecisi,
dispersi nella mente, vuoti in gola delle voci di un tempo e dei sorrisi, il tuo nome rimane, una parola in cui tutti
i ricordi sono incisi.
<- ATTESA DELLA MORTE Fra gli esseri viventi l'uom soltanto sa di dover morir, anche se
insorte non sono ancor della sua morte le note di tristezza e di compianto. L'uomo sa che l'attende e non è tanto
saperlo; è inutile fuggir; più forte è l'ansia di morir; per lui contorte si fanno le speranze e in esse è
affranto. Poi si consola. Guarda la natura, si bea delle sue forme e dei colori. Idillio d'incoscienza! Quanto dura?
Il tempo di un sospiro. Dal di fuori sembra che duri a lungo; la figura ritorna. È la morte! Su, in pace
muori!
<- HAI RECITATO Hai recitato; reciti a soggetto e quel che gli occhi dicon è sincero nell'anima, nei
sensi. nel pensiero? Forse all'inizio l'atto ti ha costretto. Era il primo. Vivendo, non è detto che sia il primo oppur
l'ultimo o che il vero si possa recitar. Vivi. È un mistero quello che la tua vita tiene in petto. Poi la vicenda a
poco a poco annulla ciò che non ha sostanza. Era vitale il personaggio? L'atto ti trastulla? Via tutto ormai e questa
è la morale. Scende il sipario, applausi e poi il nulla. Dopo la morte piangi, il nulla è
uguale. Cielo stellato Pietoso, guardo il ciel che mi conforta delle sue
voci, della sua figura; lo guardo sbalordito; a dismisura miriadi di stelle di ogni sorta trapuntano l'azzurro; ormai è
sorta l'Orsa Maggiore e dietro a lei con cura l'orsa minore e in mezzo a lor sicura la stella che del polo il nome
porta. Ricordo di me stesso tante cose, guardando il ciel, alcune più recenti, altre più antiche o strane o
dolorose e visi, sguardi, nomi, a volte spenti richiami o voci o nulla. Coscienziose le stelle sanno sempre ciò che
senti.
<- DESIDERIO Vorrei saper descrivere la notte, posarla sopra il foglio, accarezzarla, e
liberarmi in lei delle mie lotte, sicuro di saper che posso amarla. M'importerebbe allor ben poco o nulla di me, del
mio passato o della luce del sole di domani che trastulla chi cede al sonno che la notte induce. Descriverla così, come
m'appare, leggiadra, un po' viziata, maliziosa, pudica nel richiedere e nel dare, sicura, esuberante, silenziosa,
veloce, eppur lentissima a passare, infinita realtà meravigliosa.
<- DESTINO UMANO Scorre la vita umana senza posa e
somma un giorno all'altro, i mesi, gli anni; io li osservo passar; colmi d'affanni, s' affettano a una meta
misteriosa. Spariscono per sempre; forse sanno dove li guida il caso o quale strada seguire fra le tante o dove
vada quella intrapresa o ignoran dove vanno? Vanno nel nulla perché nulla sono, nulla li ha fatti e il nulla li
riceve, si muovono nel vento senza suono, si sciolgono al calore come neve; eppur con ansia chiedono perdono di
esser fuggiti via con passo lieve.
<- HAI DETTO Hai detto: D'ora
innanzi sarà strano, difficile, impossibile trovarsi seduti nella pace dell'Eremo a parlare nelle ore della sera,
contornati da un fitto chiaccherare di cose che, può darsi, si scambiano fra loro, come noi, discorsi
sussurrati. Eravamo nel chiostro, se ricordi, e le cose erano i pini, la fontana e grappoli di rose; dietro di noi le
ariose finestre erano aperte e nel silenzio ci giungeva l'eco di voci e di richiami; noi eravamo immersi in quelli vivi
della natura e non ci disturbavan quelli di fuori; ascoltavamo il murmure dell'acqua, i gridi degli uccelli, la voce
delle foglie o il rumore del rapido passaggio di qualcuno o una canzone o una chiamata o quelli che non distingui e
sembran di nessuno. Quanto rimpiango che passate siano le sere che ho descritto! Quanto vorrei che ritornassero! Ma hai
detto: è strano, un po' difficile trovarsi da queste sere avanti seduti nella pace dell'Eremo a parlarsi