Franco de Carli

attivita' poetica

Prefazione

tutte le poesie

La mia attività poetica iniziò, sicuramente come per molti giovani della mia generazione, prima dei vent'anni, come risulta dalle brevi cronache temporali di quelle liriche o sonetti di cui mi è stato possibile rintracciare qualcosa nella mia memoria e termina praticamente a quarantotto anni (nel 1968) a conclusione di una stagione felice per la mia poesia con la scrittura in versi di un Dramma Scenico concepito dalla mente geniale di un uomo che ricordo tuttora con riconoscenza a vari anni dalla morte, Willy Tagger.

Nel '68 infatti dovendo, come regista di una piccola compagnia teatrale, mettere in scena delle Laudi Sacre sulla passione, morte e resurrezione di Gesù, mi espose il suo progetto di intercalare le Laudi nei loro momenti più tragici con liriche scritte da me sui conflitti presenti in quell'anno e in quelli precedenti fino al conflitto tragico e sconvolgente della seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze apocalittiche, che ebbe, per milioni di esseri umani, sia da parte dei nazifascisti per l'ideologia pazzesca accentrata sul conflitto naturale fra le razze con predominio assoluto di quella bianca ariana (leggi, tedesca), sia da parte del regime dispotico, crudele, criminalmente responsabile nella figura di Stalin di milioni di morti per fame, per freddo e per lavoro coatto nei campi di concentramento sovietici, senza contare, come conseguenza della ferocia della lotta, gli eccessi della parte occidentale nell'uso dei bombardamenti indiscriminati delle città, italiane e tedesche, con migliaia di fortezze volanti per volta e distruzioni immani e scontata e inevitabile uccisione di donne, vecchi e bambini, bombardamenti intesi come mezzo psicologico per piegare la resistenza dei due popoli, che avevano scatenato l'immane conflitto, nell'illusione effimera di scatenare in Germania una rivoluzione contro il potere assoluto e armato fino ai denti di Hitler e delle SS.

Io in poche settimane scrissi per questo Dramma un complesso di liriche che furono associate e intercalate fra le Laudi Sacre scelte di comune accordo, Dramma che prese il titolo di "Pascolo della morte" dalla lirica centrale intorno a cui ruotano tutte le altre, recitate da un mio Attore, presente in scena, mentre la tragica sequenza delle liriche medioevali si svolge con altri attori che recitano i momenti salienti del supplizio del Golgota e della resurrezione successiva, liriche tratte fra quelle più ispirate (fra cui due di anonimi del XIII e XV secolo, dei disciplinati di Gubbio e di Siena e di Iacopone da Todi con musiche e cori originari dell'epoca).

Per me non fu una fatica da poco ideare e scrivere liriche che, partendo dall'ultima guerra, coprissero tutti i conflitti regionali scoppiati fra molti popoli nei vari continenti, anche se erano ed erano stati così abbondanti da rendermi difficile la scelta, fino a quello del settembre '68 in Cecoslovacchia, voluto e condotto dall'URSS, indifferente all'indignazione generale, come quello di vent'anni prima in Ungheria.

L'opera ebbe un successo limitato, anche se vivo e travolgente per coloro che lo ascoltarono nelle varie chiese in cui fu recitato e questo per me, come per il regista e per i vari attori, soprattutto per il mio attore, fu giusta ricompensa delle nostre fatiche, unica, ma sincera e profonda soddisfazione del lavoro fatto; la dimostrazione di tutto questo fu che, quando fra il pubblico si sparse la voce che il Dramma era stato pubblicato, andò a ruba e avrei dovuto farne pubblicare non solo cento copie (a mie spese), ma molte di più per soddisfare tutti i richiedenti; ovviamente per il pubblico la copia era gratis perché su simili tragedie non si fa commercio.

Comunque, quest'opera segnò il punto più alto della mia attività poetica, ma anche la sua conclusione, perché dopo ritornai, a parte il mio continuo e intenso lavoro di medico, all'attività letteraria che continua tuttora (l'ultimo libro è uscito poche settimane fa) in cui la prosa, pur rimanendo poetica, non è più soggetta a quelle composizioni brevi, legate a ritmi e a rime, unici strumenti per dare alla lingua italiana la sua musicalità intrinseca che tanto mi aveva suggestionato da giovanissimo quando mi ero avvicinato ai nostri grandi poeti, Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni. Mi dicevo e mi dico: Sei un retrogrado a poetare come loro, ma a mia scusante c'è che per formazione e gusto non so concepire la poesia in altra maniera. Le liriche e i sonetti, che questo libro presenta, coprono perciò un periodo di circa trent'anni, da quelle scritte prima dei vent'anni fino al '68: in esse ovviamente cercavo il concetto, ma come avvolto nella musica delle parole che devono essere appunto "musicali" nel ritmo e nel verso per competere con quella che propriamente chiamiamo "musica", arte squisitamente umana, fondata sulle note armoniche delle varie ottave, che mi manda in visibilio quando l'ascolto casualmente o per mia intima soddisfazione, specie quella del settecento italiano e tedesco.

Nel libro ad ogni lirica o sonetto, quando ne sono onestamente sicuro, faccio precedere brevissimi riferimenti temporali perché il lettore valuti nel suo giudizio la maturità diversa delle varie composizioni. Non ho altro da aggiungere. Sono medico e anche questa attività ha avuto per me una sua fondamentale importanza, perché il medico, soprattutto ospedaliero, come sono stato io per cinque decenni, a contatto pressoché costante con la sofferenza e la morte, vive praticamente disperato dei guai altrui e della propria impotenza. Ho curato per anni tubercolotiche gravi prima dell'era antibiotica e dopo malati terminali per le più varie malattie quando il mio ospedale da sanatorio è stato trasformato in gerontocomio. Sono uscito, soprattutto da quest'ultimo, con le ossa rotte, ma è una lievissima pena di fronte a quelle che inutilmente ho cercato di curare. Ora ho cessato per età la mia attività di medico, ma dico "grazie" alla medicina per i tormenti che mi ha arrecato e di fronte all'impotenza verso le più disparate forme morbose, ripeto con Giobbe: "Militia hominis vita est super terra", sicuro che alla conclusione di questa milizia, se uno è riuscito a viverla decorosamente, e anche un po' serenamente, sicuramente per costui c'è un premio per la sua evoluzione futura dopo la morte.

Le liriche e i sonetti si completano in quest'opera con due drammi, il primo dal titolo "Pascolo della morte", di cui ho già parlato e che fu rappresentato per la prima volta a Cuneo nella chiesa di San Francesco, imponente per altezza e vastità, di stile gotico, dall'acustica difficilissima che mi fu organizzata in modo eccellente dalla RAI (e ho le bobine della registrazione); poi questo dramma passò a Torino nella chiesa di San Domenico e di San Luca e poi in provincia ad Avigliana e a Lanzo, senza contare le numerose letture di singole liriche per iniziativa di parroci che le facevano leggere durante la Messa. L'anno di queste rappresentazioni è importante; fu nel lontano '68 a settembre a poche settimane dall'invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati russi e a questa invasione mi riferii nell'ultima lirica inserita nel dramma con l'accenno esplicito al tragico sacrificio di Jan Palach suicidatosi col fuoco per protesta in centro a Praga, lirica che a Cuneo scosse il pubblico che l'applaudì entusiasta e commossa. Prima avevo già inserito nel dramma altre liriche sulla Grecia dei colonnelli (e per questa lirica fui minacciato dai fascisti), sul Biafra, sul Vietman, sulla Cina, e su quella polveriera che era allora (e ancora adesso) l'America Latina e sui campi di concentramento tedeschi.

E, per finire la descrizione di questo libretto, al dramma citato ne faccio seguire un altro, rappresentato a Torino e trasmesso dalla Stazione Svizzera di Radio Monte Ceneri, dal titolo "Farfalla", sotto forma di un breve dialogo fra un uomo e la morte. Riguardo a quest'ultimo, come per tutte le mie creazioni in prosa che tendono ad essere "musica", mi è impossibile descrivere l'emozione che me l'ha dettato e lo stato di estasi in cui l'ho scritto, in particolare le ultime pagine. Ricordo un mio paziente, gravemente ammalato, che, dopo averlo letto, è morto con la mano distesa sul libretto da poco stampato e in questo gesto c'era come il desiderio e la speranza che il dialogo continuasse al di là della morte in un altro tempo e in un altro spazio, fra uomini più umani di quanto lo siamo noi. Non è il paradiso, fantasia "metafisica" impossibile, ma una "dimensione" nuova e diversa da quella che noi possediamo ora sopra questa terra, nella speranza che in questa "dimensione nuova" le esperienze tragiche, vissute qui sulla terra con un corpo di scimmia, che lotta, come qualsiasi animale, per il cibo e per quel piccolo territorio che glielo dia, almeno per lo spazio di un giorno per sé e per i suoi figli, territorio che per l'uomo diventa tutta "l'aiuola che ci fa tanto feroci", come dice Dante, naturalmente si plachino, come si placa il mare dopo una violenta tempesta.

Forse è sempre sognare, ma è un sogno più coerente con la nostra maturità umana e scientifica.

<- ALL'EREMO DI LANZO

È stato continuativamente l'ospedale in cui ho lavorato e che alla fine ho diretto per dieci anni. La lirica, che gli ho dedicato, la scrissi nel '67, come risulta dal riferimento interno alla lirica stessa secondo cui erano ormai vent'anni dal '47 da che ero entrato all'Eremo, come assistente. L'ospedale allora era sistemato nei vecchi locali di un'antica abbazia camaldolese. Ora nello stesso parco dell'abbazia è stato costruito un ospedale moderno a quattro piani

Ora i dolor di un ospedale alberga

fra le sue mura; un tempo

era abbazia di frati

ed un ricordo di preghiere aleggia

nelle sue stanze,

nei corridoi, nel chiostro, quasi mistico senso che si avverte

quando il sole tramonta o quando albeggia.

Entra dalle finestre aperte

un paesaggio amico,

fatto di monti, valli e di pianura;

ha un suo silenzio, in certe ore uguale

a quello che traspira

con un sapor d'antico

dalle alte volte delle camerate,

dalle scale, dai vani e pavimenti

con le piastrelle tutte consumate;

silenzio che diventa quasi viva,

tangibile presenza

nell'atmosfera umida e tranquilla

intorno alla fontana ellissoidale,

sulle sue pietre grezze,

in mezzo ai pini,

nel mormorìo dell'acqua che zampilla,

cose preziose, unite in solidale

vincolo secolare, anche se nulla

è preordinato ad essere nel chiostro

così com'è, ma quasi messo a caso

per armonia istintiva, per amore

di pace e di silenzio,

secondo i piani di un sceneggiatore.

In mezzo a lor di sera mi ritrovo

e penso agli anni che ci conosciamo;

non sono pochi ; sono una ventina !

Possibile ? Contiamo...

Intorno non c'è nulla che sia nuovo,

il chiostro è come allora,

dimesso, familiare,

racchiuso fra la chiesa e le vetrate

e in alto scoperchiato dove il cielo,

girando nelle ore della notte,

ad una ad una fa passar le stelle,

così, isolate oppur raccolte a frotte,

e sono sempre quelle.

Ed ecco dietro al velo del presente

o sotto i pini o intorno alla fontana

oltre alle cose vedo le persone,

i visi conosciuti, tali e quali,

allineati nella luce strana

delle vetrate, quella luce al neon

che fa apparir spettrali

chi non lo è o non lo è mai stato.

Li riconosco. Non sono tutti vivi;

anzi direi, che i più vivaci

son quelli morti.

Perché? Può darsi,

ma non è strano,

che sia uno scherzo; ricordarsi

è facile di chi ha penato,

di chi ha sofferto e combattuto invano.

Penso che l'ombra che ha lasciato in noi

chi si è staccato dalla nostra mano

è una questione - e non riguarda il poi, .

quell'aldilà che non è casa nostra -

ma una questione di quaggiù. terrena;

niente a che fare con la nostra giostra,

o con l'amore o con parole od altro;

semplicemente ,

tanto per esser chiari,

è un'amicizia resa nuda, intera,

calma, serena, oltre i confini delle terre e i mari.

<- CORIANDOLI

Scritta sotto i vent'anni, disgustato dalla vacuità e dalle oscenità irripetibili dell'uomo in periodo carnevalesco. Il riferimento temporale è mia madre, che, quando la lesse, mi rimproverò con uno sguardo lungo e preoccupato, senza dirmi nulla perché da donna intelligente, com'era, capiva che era un affare mio trovare i modi giusti e appropriati alla mia angoscia

Coriandoli, come

ore pazze,

lontane,

che affiorano

a guisa di cose

che un lampo di notte

illumina e inghiotte...

Io sono un nano,

io sono un mostro.

Coriandoli, come

foglie secche,

avvizzite,

che vanno

a guisa di vuote

barche sopra le onde...

Io sono un nano,

io sono un mostro.

Coriandoli stupidi,

inutili, assurdi,

a guisa di baci,

di insulti,

di sputi...

Io sono un nano,

io sono un mostro.

<- AUTUNNO

Nello stesso periodo della precedente, come le tre seguenti, frutto non solo dell'occhio già stanco con cui guardavo l'umanità in cui casualmente ero piovuto (si parlava già allora di una guerra imminente), ma anche della cultura mitologica di cui mi ero innamorato al liceo.

Ho bisogno di giorni nebbiosi,

come questi in cui vivo,

per studiarmi

senza sospendere mai

nell'ansia perenne di lasciare

qualcosa non visto,

non meditato.

Ho bisogno di giorni nebbiosi,

così, perché un vento di sole

non dissipi i fogli leggeri

e li disperda lontano;

non hanno senso

se non uno nell'altro,

non hanno ordine

che si possa rifare,

sono membra ciascuno

di un foglio più grande

su cui riproduco le tinte

di questi meriggi, i loro

singoli toni distinti.

Autunno,

viandante dal volto rubizzo,

dai capelli grigi, ondulati, pulito sul mento,

dalle ampie labbra sensuali,

un velo di foglie circonda i suoi piedi

e finisce nel fosso.

Autunno,

con te un ciclo si chiude,

muoiono i canti,

s'innalzano lievi,

come vapore dal mare,

le illusioni a incoronarsi

di pampini e d'uve.

La bacchica festa t'inebria

di un dolce sapore d'ebbrezza

perché sia più lieve

il sonno sotto la neve.

E quando, spenti anche gli ultimi canti,

come divinità stanche di vino,

si assopiranno i mortali,

tu ci sarai,

solo,

a contare le foglie perdute

sotto gli alberi annosi, come giorni defunti

di una giovinezza passata

senza ritorno.

Tu sarai là

e accenderai rami

per allietare i tuoi occhi

di danze chimeriche

di esseri antichi dalle forme di scimmia.

Un treno fischia lontano

col suo pennacchio di fumo;

pare un corsiero

che corra ad una battaglia lontana.

Domani, sulle basse rive del mare

evocherà i sogni sopiti di fulgenti guerrieri;

ora, no, meglio questa assenza di suoni,

questa grigia monotonia,

in cui l'anima si approfondisce

nella ricerca di quell'unico canto possibile,

il pianto del cuore.

<- RIMANI CON NOI, O SIGNORE

Sfogo mistico di un giovane, poco più che adolescente di fronte a questa frase così vibrante di poesia e di significati simbolici che si colgono in pieno soprattutto se uno se la ripete sottovoce in latino: "Mane nobiscum, Domine, quoniam vesperascit"

Rimani con noi, o Signore,

perché si fa sera,

per i nostri dolori,

perché si fa buio.

E se il cane ulula

dietro ombre che vanno

sulla strada deserta,

fallo tacere.

Rimani con noi, o Signore,

perché si fa sera,

per tante cose senza importanza

che forse non sai

e se il cane ulula

dietro ombre che vanno

sulla strada deserta,

digli chi siamo.

Il padrone si affaccia: "Chi c'è?"

"Dei vivi" ed è il cane che gli risponde.

"Chi sono?" "Dei ladri, dei ladri"

e il cane ulula, ulula

nella campagna deserta.

Rimani con noi, o Signore,

perché si fa sera,

per la vergogna

che un cane gridi quello che siamo.

Un moribondo,

nudo nel corpo,

nudi i piedi, le mani,

nudi gli occhi, le guance,

attende la pietà di qualcuno,

mentre il cane gli lecca le piaghe.

Rimani con noi, o Signore,

per le piaghe aperte sul tuo corpo

che la lingua del cane non può risanare.

È stato chiamato un medico.

Il fanciullo, spedito di corsa, è tornato.

In casa, chi si è assopito, chi dorme.

Hanno suonato alla porta.

Si corre, si chiede: Verrà, è venuto?

Ma il fanciullo non parla

perché ha il fiato stretto

in fondo alla gola.

Rimani con noi, o Signore,

perché si fa sera,

per i passi del pellegrino

che vengono dietro a quelli del bimbo.

"Chi sei?" "La vita!" gli risponde il pellegrino

senza speranza.

Rimani con noi, o Signore,

perché si fa sera.

Gesù, in quest'ora ti invoco

più che in ogni altra.

Sei presso di me e ti dico:

"L'umanità si dilania"

Tu passi muto, senza rispondere.

A Gerusalemme si grida:

"Crucifige, crucifige!"

Il Golgota è dietro le spalle.

Emmaus è ancora distante.

Discorri con me, o Signore,

già che rimani,

ché si fa sera

<- MELANCONIA

Lirica giovanile al tempo del liceo.

Passano i giorni della vita.

Prego.

Melanconia, rimani !

Non ti odierò,

se mai dovessi

ripensarti o viverti

o vergognarmi d'essere stato in te,

domani.

Passan le ore della notte.

Prego.

Melanconia, rimani !

T'amerò,

se mai dovessi

ripensarti o viverti

o entusiasmarmi d'essere stato in te,

domani.

Prego e ti prego

non sorridete della mia preghiera.

Chiamo così, "melanconia", le cose

più diverse, tristi,

melanconia del giorno e della notte,

melanconia del sole e della terra,

melanconia dell'uomo e della donna,

melanconia di ore,

di cose mai viste,

sopravvissute, viste, toccate o perse o sospirate invano.

Melanconia pei vivi,

melanconia pei morti,

melanconia per quelli

che son di là da nascere,

melanconia per tutti perché ignoriamo

perché siam nati e poi vissuti e morti.

Melanconia, quasi

che qualcuno sappia e non riesca a dirci

perché nasciamo,

melanconia, certezza

che non c'è risposta,

preghiera inutile,

che vorrei non fare,

suprema,

folle,

indefinibile melanconia !

<- MINUSCOLO RISO

Anche questa lirica è giovanile, ma già al tempo dell'università, meditando sulla visione di un feto, così comodamente raccolto nell'utero materno con la sua faccia da adulto addormentato, ancora lontana dalla bellezza serena della faccia del bimbo addormentato.

Senti? Il minuscolo riso di un essere

che doveva, ma non poté nascere?

Se parla, se ride,

è come se ridesse e parlasse

da un giardino lontano, là, in basso

fra i fiori, fra il verde

ad una finestra altissima,

sola, in un muro enorme.

Gli avevano detto: Devi volare lassù,

ma non ne ebbe il coraggio.

Ma tutti lo fanno! E si era guardato intorno

col minuscolo riso di un essere

che doveva, ma non poté nascere.

È passato un uomo in camice bianco,

poi unasuora:

"Come va, sorella?" "Tutto bene, per ora"

E il suono di quelle parole

gli parve il suono di un treno

quando passa, di notte,

dinnanzi a case isolate;

di notte i colpi sulle rotaie

sono forieri di sogni;

anche i sogni camminano

sulle strade ferrate

e vanno col treno,

più forti del treno,

uniti dentro la terra e fuori

attaccandosi a deboli luci.

O terzo mondo della morte,

è tuo il minuscolo riso di un essere

che doveva, ma non poté nascere.

SONETTI
<- MATTINATA DI SOLE

Sonetto scritto in macchina in una mattina stupenda sulla strada per Susa dove la mia prima figlia, Giulietta, sosteneva gli esami di maturità.

D'intorno vi è un tripudio di colori,

raccolti alla rinfusa, mescolati,

folli, violenti, vividi, gettati

da mani di invisibili pittori.

Gettati sulla tela della terra

a vivere, impazzire, delirare,

a spegnersi, ad accendersi, a scherzare

nel cerchio luminoso che li serra.

Tocchi di luce dolce, fantasiosa,

variazioni infinite, sfumature,

tonalità, contrasti e senza posa

un tremolio di luci ed ombre. Eppure

tutta questa beltà meravigliosa

è contenuta in sette tinte pure..

<- RODI

Poesia ispirata da una stele funeraria (||° sec. a. c.) esposta nel Museo di Rodi, raffigurante una donna anziana (la madre, Timarista) che esce da un sarcofago con gli occhi chiusi, in atteggiamento sognante e una fanciulla (la figlia, Crito) che protende verso di lei le braccia con uno sguardo ansioso, assorto, felice.

" Credevo non vederti. Che sorpresa !

Ho avuto per un attimo paura.

(precipitosamente )

Ora non più, non più ! (con dolcezza ) La tua figura

è la stessa di un tempo. (con gioia ) Nell'attesa

non sei cambiata...come mai? (con gioia ) T'ha resa

persin più bella..." "Chi?"

"(come prima ) S'è presa cura

di te..." "Chi? Chi ?" (con disperazione) "Perché questa premura ?

(con rabbia) La morte! Sì, la morte che ti ha presa! "

La madre si dissolse. Era la morte

la magica parola dell'incanto.

Il solco ritornò profondo, forte,

fra madre e figlia, sola in pianto

con le braccia tese verso le porte

dell'aldilà , ad una tomba accanto.

<- BISANZIO

Bisanzio, ti riveli nelle luci,

luci diverse, luci a non finire,

Bisanzio oggi, Bisanzio che conduci

in te secoli di gloria e di patire,

Bisanzio di Costante imperatore,

di lotte , di saccheggi, drammi e incendi,

Bisanzio, nell'immenso mio stupore

sorgi dal mar o su di esso pendi.

Intorno una magia di terra e cielo,

qualcosa che non riesco a dir, qualcosa

che vince la parola, là, uno stelo

puntato verso l'alto, qui un'estrosa

nave che passa lenta, laggiù un velo

di un'infida oscurità misteriosa.

<- VISITA ALL'ACROPOLI

Attesi con pazienza che vi fosse

un attimo di pace e la guardai.

E subito l' Acropoli si mosse

verso di me. La vidi e l'ammirai.

Era sulla sua rupe con le grosse

colonne diroccate . Qui sostai

nei templi con le statue fra rimosse

pietre divelte e su di lor pensai.

Pensai a genti antiche, alla parola

di Socrate, Platone, all'arte pura

di Fidia, di Prassitele, alla scuola

formata da quei grandi, alla scultura

bellissima, perfetta, e come sola

fra tutte ineguagliabile perdura .

<- FINE DEL VIAGGIO

Ancor questa mattina e poi la fine

del viaggio ad Istanbul, Atene, Rodi,

Egeo, Messina, Napoli .Le lodi

cantai dei posti e li ammirai; vicine

mi son queste città lungo il confine

fra terra e mar; percorsi nodi e nodi

di mare aperto, calmo , o quando odi

il vento turbinar fra le marine.

Ma soprattutto amai questa natura,

ricca di visioni, di odori e forme;

l'amai per la bellezza e la premura

che dimostra per noi, cosi conforme

al nostro stato e per la tua figura.

Vedevo ovunque lievi le tue orme.

<- COSE NEBULOSE

Lo so, verrà quel giorno, anche se oltre

ai limiti segnati dalla vita ;

verrà e l'accoglierò come s'invita

un ospite prezioso. Nella coltre

di nuvole pesanti e minacciose

già l'avverto presente e se gli chiedo

qualcosa che mi turba, che non vedo,

mi dice : Lo vedrai ! Son nebulose

le cose finché vivi. Attendi, spera !

Vi sono mondi nuovi oltre la terra ;

indorano l'aurora e quando è sera

s'adornano di luci ; li rinserra

solo la morte. Tacque, era sincera,

oggi, per dir allor quel che in cuor serra.

<- ORA ESTREMA

Serenamente penso all'ora estrema

che precede la morte; " O mio Signore ",

(non lo dirò né adesso, né in quell'ore)

"O mio Signore, fa sì ch'io non la tema ! "

Come si stanca dopo un po' chi rema,

rallenterà i suoi battiti il mio cuore

nel modo indubitato che è il migliore

fra quelli di morir; lasciar che scema

con silenziosa e placida lentezza

la forza che dal cuore va al cervello.

Ma il tema vero è qui : nella certezza

di morir, come sarò? Così o quello

che attende nella morte una salvezza?

Nulla del nulla vi è per me più bello !

<- LA VITA UMANA

Tappe della mia vita alla deriva

nel moto tumultuoso delle genti,

pensier, ricordi, sogni a me presenti ,

come onde che s'infrangon sulla riva.

S'alternano, s'annullano, una arriva,

un'altra segue subito; le senti

scivolare nell'eco di frementi

tempeste; ed una muor in quella viva.

È una sera di sole già al tramonto;

la luce è ancora vivida a ponente,

scherza fra foglia e foglia. È un bel racconto

questo della natura; illude, mente,

ritorna a raccontar. Per oggi conto

qualcosa in più di lei nella mia mente.

Consolati con me

Consolati con me! Nel tuo passaggio

vedo riflesso l'attimo fuggente.

Vorrei fermarlo. Vano e inconsistente,

lui passa via e sussurra: "Per te è saggio

ch'io me ne vada. Quando avrai il vantaggio

degli anni che verranno, se consente

la vita che tu l'abbia, del presente

non rimarrà più nulla a tuo retaggio ".

Consolati con me! Proviamo insieme

a ragionar. Chi son ? Che posso darti ?

Solo tristezza. In questo istante geme

il canto che conosci. Se ascoltarti

vorrai, e dovrai farlo : " Vana speme "

dirai " assurda continuare amarti "!

<- SETE

Quando m'osservo e sento quella sete

naturale e insaziabile di vita,

ecco il pensiero dell'eterna quiete

mi siede accanto e prende le mie dita.

"Son qui" mi dice "Dentro la mia rete

comprendo tutti prima o poi. Se v' invita

un essere così, non v'offendete.

La mia presenza è dolce, se è gradita."

Il mar s'increspa d'onde leggermente

e ognuna brilla al sole, come perla;

il cielo è senza nubi; amaramente

penso che non sia vita trattenerla

così; l'ignoto mi sorride e sente

che la mia mano cede e può averla.

<- NEBBIA

Ho girato lo sguardo e ti ho scoperta;

avevi un bel vestito colorato,

il capo leggermente un po' piegato,

la fronte quasi tutta era coperta

da riccioli bizzarri; avevi certa

movenza maliziosa, uno studiato

atteggiamento, un riso delicato.

Eri di fronte a me sicura, aperta.

Era un giorno qualunque, non so quando,

non so neppure dove; nebbia, vuoto.

Forse dormendo, forse passeggiando,

forse sicuro di vederti, ruoto

di qua, di là, ma, chissà mai, vagando,

che un giorno tu non sorga dall'ignoto.

<- SERA DI SOLE

Tappe della mia vita alla deriva

nel moto tumultuoso delle genti,

pensier, ricordi, sogni a te presenti,

come onde che s' infrangon sulla riva;

s'alternano, s' annullano, una arriva,

l'altra la segue subito; le senti

scivolare nell'eco di frementi

tempeste, ed una muor in quella viva.

È una sera di sole gia al tramonto,

la luce è ancora vivida a ponente,

scherza fra foglia e foglia. È un bel racconto,

questo della natura; illude, mente,

ritorna a raccontar. Per oggi conto

qualcosa in più di lei nella mia mente.

<- PACE VERA

Discende, come al solito, la sera,

un manto grigio che si fa più denso

da un'ora all'altra. Perché mai ti penso ?

Svaniscono i colori, là s'annera

la curva della terra, più leggera

d'intorno si fa l'aria, un buio immenso

si stende sulle cose insieme a un senso

di quiete indifferente. È pace vera ?

Vera, come sarà quando, confusi,

raggiungeremo le tue soglie, o morte,

ed alle spalle i giorni ormai conclusi

urleranno, imprecando a quella sorte

che li destina al nulla; disillusi,

noi urleremo allor ancor più forte.

<- SORELLA MORTE

Ripeto con Francesco: O mia sorella,

sorella morte, ma chi sei ? Ritorno

ad esser come siamo, oppur al giorno,

fatto di nulla, che fu avanti a quella

ora d'inizio della vita ? Bella

non sei, o morte ! Mesto e disadorno

è il tuo ricordo e, quando giri intorno,

per tutti sei tristissima novella.

Certo non sei colei che predicata

fu da frate Francesco, paradiso

di gioie eterne. Per noi sei cambiata.

Nessuna, oltre ch'esisti, in te ravviso

cosa che sia sicura e dimostrata.

Così passi fra noi senza sorriso.

<- OFFERTA SCONOSCIUTA DI FIORI

Motivo: Un piccolo mazzo di fiori da campo che una mia paziente all'Eremo mi ha posto sul parabrezza della macchina senza scoprirsi.

Eterna lingua che dai fiori parli

ieri ti ho udita, e non mi sono illuso,

quando un mazzo di fior m'è stato offerto

da ignota man senza ragione alcuna

ben definita, non per dileggio certo;

eri chiusa nei fior, come nel serto

eran racchiusi i fiori;

avevi un tono confidenziale, schivo,

un parlar calmo, tenero, tranquillo

che mi convinse subito a sentirti

dopo l'attimo iniziale di sorpresa;

oppur, potevo scegliere, eri un trillo

di risa trattenute nell'attesa

di far un gioco semplice, innocente

senza scoprirti;

oppur eri pensiero,

senza apparenza o forma,

fatto d'istinto più che con la mente

come si fanno, a patto che si dorma,

quei movimenti strani, quelle cose

che sembrano reali e non lo sono

dopo, al risveglio e intorno a cui si ride,

oppur ci si trastulla,

oppur si dice senza convinzione:

Son state, è meglio,

e non saran mai più perché son nulla,

come se fossero strane, indecorose

ricordate nel rapido sviluppo

della notte sì placida e sì aperta

al luccichio degli astri

che tutto il cielo pare una coperta

di sfavillanti perle, sole o a gruppi.

Eterna lingua duri quanto i fiori

in realtà, ma nel ricordo sei

la musica perenne della vita,

l'angoscia che di fuori

traspare sotto un velo di mestizia

per gli anni tuoi e i miei,

per l'ingiustizia

che un giorno finirai, eterna voce,

come per tanti sei finita ormai.

E sarà atroce!

<- DINNANZI A UN QUADRO

DI FIORI

Periodo della precedente, stimolato dalla visione di un quadro di un mazzo di fiori da campo del pittore Guido Tallone, pittore di famiglia e carissimo amico, di cui tra il resto ho quattro quadri a grandezza naturale delle mie tre figlie (due per Giulietta), molto amante degli animali raffigurati nei quadri di ogni figlia, Giulietta col gatto Raffaello, Elisabetta con il nostro vecchio barboncino nero, di nome Lola, e Lucia col gatto Michelangelo.

Nati da semi strani,

sepolti in cellule,

come in zolle arate,

da lunghi giorni nell'attesa,

non hanno terra,

non hanno cielo,

solo occhi ed ansia

di riprodursi in sogni,

fiori dipinti,

disposti caso

sopra un grande bianco

silenziosi, soli...

Chiedono aiuto.

Ma a chi, se parlano

e non sanno dire ?

A chi, se si offrono

senza lasciarsi prendere ?

Nelle copiate

forme non hanno morte,

ma questo pagano

col non esser vivi,

solo dipinti,

nati da semi

sbocciati in cellule

fra fibre e nervi,

fra mani e dita

che li han fissati,

come fosser veri,

nell'illusione effimera

d'imitar la vita .

<- UNA DI QUESTE

Mano,

piena di rughe,

una di queste è il tuo solco,

o vita!

Vita,

piena di angosce,

una di queste ha il tuo volto,

o morte!

Morte,

piena di ombre,

una di queste ha il tuo nome,

o uomo!

<- SERA

Era quell'ora strana

tesa fra giorno e notte

che chiamiamo sera.

V'era nell'aria immobile un'arcana

presenza inconsapevole, leggera,

sospesa fra la terra e l'infinito,

simili ad occhi grandi, smisurati,

aperti a contemplar, le mani strette

intorno al capo, i piè guidati

su fili impercettibili di rette

strade intrecciate a ragnatela

fra stella e stella, avviluppate

intorno al globo della terra

immobile, sospesa

fra giorno e notte

nell'ora misteriosa che d'intesa

per tutti ha il dolce nome della sera !

<- ATTIMO

Attimo, forse,

non ritornerai mai più

come sei ora;

ritonerai ricordo,

ma non sarai più l'uguale,

figlio o fratello,

dell'istante attuale.

Sarai diverso

perché sarò cambiato,

come vuole il tempo

che ci costringe ad essere

disuguali, come

tu sei un altro

nella realtà e nel nome.

Però se guardo

come sono e come

mi piacerebbe essere,

sussurro all'attimo

che non ritornerà mai più:

"Mi piaci, fermati, ti chiuderò nel cuore.

Sarai un sogno,

ma mi hai dato amore ! "

<- ETA' REMOTE

Quando nell'aria ferma della sera

penso all'età remote della terra,

un'ansietà leggera,

sottile, indefinibile m'afferra.

Intorno a me respiran

d'una segreta melodia le cose,

la luna, il ciel e le incipienti stelle:

io le osservo apparire ad una ad una

nel buio progrediente della notte

e sento che traspiran

dall'una all'altra la melanconia

della lotta instancabile che fanno

da secoli e millenni

al sole e alla luce che le inghiotte.

Ma dietro a lor ed all'età che hanno,

dietro alla terra e ai suoi continui accenni

a tempi lontanissimi passati,

la mente indugia a meditar;

saranno esatti o sono errati

l'età, i luoghi, le distanze, i tempi?

Non so. Ho paura dell'età remote.

Ti chiedo, o vita, di donarmi il senso

della tua vita attuale.

Mi placherò. Te l'assicuro. Penso

ch'oltre l'amore nulla

sopra la terra vale

nelle tue notti vuote!

<- QUANDO DI NOTTE

Quando di notte

osservo il moto delle stelle,

mi chiedo : Come,

come mai, perché vedo le stelle,

se è inutile,

inutile veder le stelle ?

Dovrei esser un abitator del nulla, senza peso,

fuori dell'occhio

che non può non veder le stelle.

Dovrei esser un abitator del fuoco,

veloce e più

di un raggio luce

per trovar il senso

d'esser qui a veder le stelle.

Dovrei essere pensiero puro

che aspira d'essere là

e non si muove

e soffre

d'esser immobile sopra la terra.

Perché veder le stelle,

così inutili a me e a tutti,

può essere, forse,

vedere l'ombra, i limiti

che avrò, chissà, un giorno,

l'ultimo,

qui sulla terra

e il primo di una realtà

invisibile, ma viva

nell'attesa continua,

infinita,

di qualcosa ancora più grande.

<- ADDIO

Addio. Può darsi che non vi sia domani

o che il domani non sia

che una delle tante cose

che saran da farsi.

Addio. Può darsi che solo i sogni

tengan vivo l'uomo.

i silenziosi ed inespressi sogni

che nella vita non potran mai calarsi.

Addio, può darsi...Può darsi, cosa?

Non è meglio , addio, addio di gente

indifferente e sola,

addio, e poi dimenticarsi?

Addio, può darsi...

<- DOMANI O DOPO

Domani e dopo saran giorni strani.

Domani e dopo mi sembreranno vani

i volti noti, le persone, i vuoti discorsi, i luoghi,

le consuete strette di mani.

Domani e dopo saranno giorni strani.

Lo so e lo sento che è un'ossessione strana,

lo so e lo sento che è una sofferenza vana,

ma so che, in fondo, sono sforzi vani,

e continuo a dirmi:

Domani e dopo saranno giorni strani.

<- SON DOVE TU SAI

Son dove tu sai. Nel chiostro antico. Vedo le rose, i pini, la fontana,

e dietro a questa il salice piangente, di fianco vi è la palma

e, se lo dico, non è per ricordartelo;

chi sente, come sentivi tu, questa lontana nenia legata ad altri tempi,

non può non ricordar

che nel presente tutto il passato vive

e, se lo riempi di te e della tua vita,

qualche cosa rimane per coloro che verranno

a testimone che tu sei preziosa.

Preziosa tu lo sei, e lo sai quanto,

inutile e superfluo è che lo scriva,

preziosa sei per me, come quel canto che tante volte udii

nella tua viva, partecipe presenza.

Eri commossa. Io lo intuivo e stavo zitto, attento

dietro le note e ti sentivo scossa; era un piacer.

Sapessi che lamento è udirlo adesso.

Intorno vi è silenzio.

Mi pare quella sera che fui preso dalla paura di sederti accanto;

era dolce, piacevole,

ma reagii, come fosse da temere un'ombra inconsistente;

ora invece l'unica ombra da temere è quella che ha il tuo nome,

che penso, ormai svanita dalle cose, che mi sono d'intorno,

silenziose nel tuo ricordo,

esattamente come ti sto pensando anch'io. Non farci caso.

Molte volte nella vita mi è accaduto

di sbattere nel nulla testa e naso.

<- COSI' OGNI TANTO

Così, ogni tanto,

perché sai di nulla,

ti do un'occhiata

e poiché sai di vento

che si trastulla,

come una foglia abbandonata,

penso che tu esista;

poi, sarà la vita,

saranno i suoi laboriosi affanni,

ti dissolvi.

Poco mi rimane e sento

il gusto amaro

che tu sai di vento.

Fossi qualcuna

e per un soffio avessi

la realtà precisa

che non possiede il vento,

foglia indecisa,

non oserei guardarti

e con tormento,

come si fa col nulla,

come si fa col vento,

non tenterei neppure di salutarti.

Ricordo nebuloso

Eri seduta qui, ricordo, un'ora,

non so più quale, in questo stesso posto,

vorrei che ritornassi come allora,

in silenzio, ma subito, ma tosto.

Tendo la mano sopra la spalliera;

la tendo adesso. allora non l'ho tesa;

il sogno lo permette; nell'attesa

di vederti apparir è lusinghiera

questa licenza; o forse è troppo spinta?

Dimmi di no; rispondimi, parlavo

non ricordo di cosa; eri convinta

di sentirmi parlar? Se ti cercavo,

che cosa mai cercavo? Od eri vinta

tu pur, com'io, dall'ansia? So che amavo.

<- TI COSTRUISCO

Ti costruisco sulla mia figura

mentale, materiale, spirituale;

ti costruisco intorno delle mura,

le stesse che possiedo. Son leale.

Sei libera di vivere la misura

esatta di te stessa; non è uguale

il patto fra di noi; è consensuale,

soltanto se lo vuoi; non ho premura

di saperlo; forse domani o mai.

Sopra di noi vi sono cieli aperti,

smisurati, infiniti, sono gai

di luci e di color; odo concerti

di musiche dolcissime. Sostai;

in questi cieli attendo di vederti.

Ricordo di te

Il tuo ricordo è dolce e riposante,

come una vela che si gonfia al vento,

bianca, lucente, curva, dondolante,

sparisce, poi riappare in un momento.

Si muove senza meta, come errante,

galleggia sopra il mare quasi a stento,

si piega, si raddrizza, ma costante

continua a navigar con moto lento.

Simile a lei nel mare della vita

il tuo ricordo naviga e riposa

e tesse fantasie con le sue dita

e immagini e vision; volenterosa

la mente l'asseconda ed infinita

è la dolcezza che con lui si sposa.

<- ATTESA

Son venuto a sedermi alla tua porta.

E stato un caso. Poi ho bussato piano

e tu hai sentito i colpi della mano

sul tuo battente. Adesso mi conforta

pensar d'averlo fatto; mi è risorta

l'ansia d'amar, l'angoscia e quello strano

senso d'attesa se ti son lontano

che piacere e dolor insiem comporta.

Non chiedo che tu m'apra; certe cose

son belle, unicamente se pensate,

dolcissime, se sono silenziose,

tenaci, fin che son desiderate.

Eppur, anche se intime e preziose,

quanto si soffre che non siano attuate.

<- SOLITUDINE

Appena conosciuti ce ne andiamo

silenziosi ciascun per la sua strada;

par che qualcosa in me si stacchi e cada,

come una foglia morta dal suo ramo.

La guardo allontanarsi e non la chiamo.

Mi sembra triste; il riso si dirada

sul suo bel volto; forse ci chiediamo

che dove l'uno va, l'altro non vada.

Vi sono delle vie che con l'andare

degli anni si fan strette e complicate;

una è la nostra; e inutile è lottare

contro le cose esatte e misurate

dal tempo ormai trascorso, anche se amare

d'amarezza e d'angoscia sconfinate.

<- DALL'ALTO DEL TUO CIELO

Dall'alto del tuo cielo

Verso di me dall'alto del tuo cielo

bella, lucente, fresca, giovanile,

ti chini e mi circondi d'infantile

gioia d'amar serena e senza velo.

Senza paura, come sa chi ama

sentendosi riamato di un amore

che non vuol nulla ed ha persin pudore

d'esser chiamato, come l'uom lo chiama.

Dall'alto del tuo cielo mi governi

e il tuo sorriso riempie la natura

e corre incontrastato sugli eterni

sentier delle stagioni e li misura:

estati, autunni, primavere, inverni.

In te vi e l'universo in miniatura.

<- MOMENTO POETICO

Solitudine. Tristezza. Amo i persi

minuti, i sogni amari, le cadenze,

i ritmi sconsolati, le partenze

di tutto ciò che è caro, i cieli tersi

d'alta montagna, i mari, i toni immersi

nella luce, i colori, le movenze

della donna che bramo, le potenze

racchiuse misteriose in seno ai versi.

Quando qualcosa dentro mi commuove,

posso scrivere di tutto, di chi dona,

di chi piange o sorride o cose nuove

sente dentro di se e le canta e suona.

Quando qualcosa dentro mi commuove

divento triste, ma la mente è buona.

Cammino doloroso

Mi son sentito vecchio; d'improvviso.

"Verrò per te" mi hai detto; non venire;

se vieni, dovrei dirti: "Non partire",

ma lo direi così senza sorriso.

Meglio lasciarsi adesso; ora ravviso

il male che ti ho fatto a consentire

all'animo d'amarti, ad ubbidire

al festoso richiamo del tuo viso.

La nave s'abbandona nella notte,

pare un cetaceo enorme, mostruoso,

il suo pennone cerca quelle frotte

di stelle che lo guidan; silenzioso

osservo; il mio pensier va sulle rotte

dei sogni ed è un cammino doloroso.

<- LEGGENDA

È inutile richiedere alla vita

un sogno realizzato; la vicenda

dell'uom sopra la terra è una leggenda

di nascita e di morte; l'infinita

ansia d'amar che sembra consentita

a tutto ciò che vive, mai che renda

quel che promette in vita, mai che spenda

nell'esistenza nostra ciò che invita.

E invita ad affidarsi sopra l'onde

in un placido tranquillo navigare;

tutto per lei è calma, anche le sponde

che sembrano crudeli da lasciare

dietro alla vela ansiosa delle fonde

azzurre immensità dell'alto mare.

<- SILENZIO DELLE STELLE

M'immergo nel silenzio delle stelle,

assoluto, profondo, senza uguale,

m'invade, mi sommerge, scende, sale

dal mare alle celesti cittadelle.

Mi parla dall'alto dove belle

rifulgono; mi dicon, l'essenziale

è fondersi nel grembo universale.

Mi chiamano fratello ed io sorelle.

Lo spazio illimitato è il loro impero

aspro, pauroso, vuoto, senza suono;

stanno a difesa del silenzio vero,

quello che noi ignoriamo, in loro è dono.

Le avvolgo con lo sguardo e col pensiero.

In loro fui, sarò, e, come idea, sono.

<- LO SCOGLIO E L'ONDA

Solo per me ti voglio,

solo per me, lo sai,

come lo scoglio

l'onda affettuosa, folle

che lo lambisce, lo circonda e stringe

e, se lo lascia, poi, pentita, torna,

perché eterno è il gioco fra lo scoglio e l'onda.

Solo per me ti voglio,

solo per me, lo sai,

come trattiene il foglio

le parole scritte, le titubanze, i sogni,

simili all'onde che il foglio liquido con lo scoglio fonde.

<- VAGHI RICORDI

Non so, mi sembra, sarà forse quando

eri seduta là, oppur può darsi

ch'era quel giorno, stavi passeggiando

e ti ho vista passar. Oh ricordarsi

quanto è penoso e strano! Sta arrivando

un tuo ricordo, quale? Tormentarsi

così per ricordare, non ricordando,

è un continuo, perenne disperarsi.

Vi è tuttavia qualcosa che consola.

Sora i ricordi vaghi ed imprecisi,

dispersi nella mente, vuoti in gola

delle voci di un tempo e dei sorrisi,

il tuo nome rimane, una parola

in cui tutti i ricordi sono incisi.

<- ATTESA DELLA MORTE

Fra gli esseri viventi l'uom soltanto

sa di dover morir, anche se insorte

non sono ancor della sua morte

le note di tristezza e di compianto.

L'uomo sa che l'attende e non è tanto

saperlo; è inutile fuggir; più forte

è l'ansia di morir; per lui contorte

si fanno le speranze e in esse è affranto.

Poi si consola. Guarda la natura,

si bea delle sue forme e dei colori.

Idillio d'incoscienza! Quanto dura?

Il tempo di un sospiro. Dal di fuori

sembra che duri a lungo; la figura

ritorna. È la morte! Su, in pace muori!

<- HAI RECITATO

Hai recitato; reciti a soggetto

e quel che gli occhi dicon è sincero

nell'anima, nei sensi. nel pensiero?

Forse all'inizio l'atto ti ha costretto.

Era il primo. Vivendo, non è detto

che sia il primo oppur l'ultimo o che il vero

si possa recitar. Vivi. È un mistero

quello che la tua vita tiene in petto.

Poi la vicenda a poco a poco annulla

ciò che non ha sostanza. Era vitale

il personaggio? L'atto ti trastulla?

Via tutto ormai e questa è la morale.

Scende il sipario, applausi e poi il nulla.

Dopo la morte piangi, il nulla è uguale.

Cielo stellato

Pietoso, guardo il ciel che mi conforta

delle sue voci, della sua figura;

lo guardo sbalordito; a dismisura

miriadi di stelle di ogni sorta

trapuntano l'azzurro; ormai è sorta

l'Orsa Maggiore e dietro a lei con cura

l'orsa minore e in mezzo a lor sicura

la stella che del polo il nome porta.

Ricordo di me stesso tante cose,

guardando il ciel, alcune più recenti,

altre più antiche o strane o dolorose

e visi, sguardi, nomi, a volte spenti

richiami o voci o nulla. Coscienziose

le stelle sanno sempre ciò che senti.

<- DESIDERIO

Vorrei saper descrivere la notte,

posarla sopra il foglio, accarezzarla,

e liberarmi in lei delle mie lotte,

sicuro di saper che posso amarla.

M'importerebbe allor ben poco o nulla

di me, del mio passato o della luce

del sole di domani che trastulla

chi cede al sonno che la notte induce.

Descriverla così, come m'appare,

leggiadra, un po' viziata, maliziosa,

pudica nel richiedere e nel dare,

sicura, esuberante, silenziosa,

veloce, eppur lentissima a passare,

infinita realtà meravigliosa.

<- DESTINO UMANO

Scorre la vita umana senza posa

e somma un giorno all'altro, i mesi, gli anni;

io li osservo passar; colmi d'affanni,

s' affettano a una meta misteriosa.

Spariscono per sempre; forse sanno

dove li guida il caso o quale strada

seguire fra le tante o dove vada

quella intrapresa o ignoran dove vanno?

Vanno nel nulla perché nulla sono,

nulla li ha fatti e il nulla li riceve,

si muovono nel vento senza suono,

si sciolgono al calore come neve;

eppur con ansia chiedono perdono

di esser fuggiti via con passo lieve.

<- HAI DETTO

Hai detto: D'ora innanzi sarà strano,

difficile, impossibile trovarsi seduti

nella pace dell'Eremo a parlare nelle ore della sera,

contornati da un fitto chiaccherare di cose

che, può darsi, si scambiano fra loro, come noi,

discorsi sussurrati.

Eravamo nel chiostro, se ricordi,

e le cose erano i pini, la fontana e grappoli di rose;

dietro di noi le ariose finestre erano aperte

e nel silenzio ci giungeva l'eco di voci e di richiami;

noi eravamo immersi in quelli vivi della natura

e non ci disturbavan quelli di fuori;

ascoltavamo il murmure dell'acqua,

i gridi degli uccelli, la voce delle foglie

o il rumore del rapido passaggio di qualcuno

o una canzone o una chiamata o quelli

che non distingui e sembran di nessuno.

Quanto rimpiango che passate siano le sere

che ho descritto! Quanto vorrei che ritornassero!

Ma hai detto: è strano, un po' difficile trovarsi

da queste sere avanti

seduti nella pace dell'Eremo a parlarsi

Inizio

pagine curate da Elisabetta de Carli Maruskova.

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