ARCOBALENO SUL VIETNAM

 

 

 

 

 

 

Atto unico (anno 1967)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                Personaggi :

 

                        Uomo

                        Donna

                        Autore

                        Ragazzo di undici anni

                        Stenografa



I personaggi della commedia sono tre: l'uomo, la donna, l'autore, più una comparsa, un ragazzo di undici anni ed una signorina che funge da stenografa. L'Uomo, la Donna e l'Autore, oltre alla loro parte propria con successivi travestimenti, fanno anche altre parti: una madre vietnamita, un bonzo, un sacerdote cattolico, un soldato sudvietnamita, un ambasciatore americano, un generale americano e due soldati americani. Sul palcoscenico vi sono dei cubi, in numero di dieci o dodici, disposti irregolarmente in cerchio e, sul fondo, un paravento a varie ante, sul tipo di quelli giapponesi, laccato in nero, con dipinti su ogni anta raffiguranti immagini stilizzate di alberi nani, contorti, paesaggi di monti, uccelli, contornati da fini ricami di segni ideo-grammatici. All'inizio sono presenti in scena l'Uomo, la Donna e il ragazzo. L'Uomo e la Donna sono vestiti con una tunica a maglia molto aderente, sul tipo di quelle usate dai ballerini, nera o grigia, chiusa fino al collo. Anche il capo è rivestito dalla tunica che lascia libero il volto, poco più sulla fronte e scende davanti alle orecchie fin sotto il mento. Sono entrambi molto giovani, magri, nervosi. I loro movimenti quando recitano in tunica a maglia sono caratterizzati da movenze sotto cui s'indovinano i passi di danza. Infatti i loro moti a scatti, altre volte strisciati sul pavimento, l'ondeggiare ampio dei gesti, qualche piroetta o rapido giro della persona, devono dare l'impressione che il dialogo s'inserisce in una composizione a balletto, come i due attori spiegano. Di conseguenza anche la mimica dei volti dei due attori quando recitano in maglia, è molto accentuata, quasi parossistica, esagerata in rapporto ai sentimenti. I volti sono molto dipinti, con netto stacco di colori, bianco, come colore di fondo, nere lucide le sopracciglia, rosse vive le labbra. La Donna è seduta su un cubo. Ha le gambe accavallate, un gomito appoggiato su un ginocchio, fuma ed è concentrata nei propri pensieri, L'Uomo è seduto per terra, alle spalle della Donna, dietro il cubo. Circonda le braccia, le ginocchia e guarda fisso dinnanzi a sé. Poco discosto, il ragazzo è seduto per terra. Veste una lunga camicia con le maniche corte, aperta sul petto, ed un paio di calzoncini corti. Sui cubi vi sono degli abiti distesi disordinatamente; fra questi si riconoscono delle divise militari, una tunica gialla e un vestito da prete. Sugli abiti vi sono delle maschere malesi. Per terra vi sono delle armi. Dopo un periodo di silenzio e d'immobilità, l'Uomo si porta, strisciando, a fianco della Donna e la guarda con occhio interrogativo. È in preda a viva agitazione, è quasi disteso sul palcoscenico, ma le sue membra vibrano come dovessero scattare. Notevole importanza hanno le luci. Quando i due attori recitano in tunica le luci devono essere bianche grigie, tenui, in modo da conferire alla scena un tono irreale. Naturalmente le luci muteranno nelle scene in cui i due attori fanno parti diverse.

 

Uomo Incominciamo?

Donna No.

Uomo Non sei ancora pronta?

Donna (con fastidio) No… no… non ancora…

Uomo (incalzando) A che punto sei?

Donna (con fastidio) Sta entrando il sacerdote cattolico…

Uomo (scatta con mossa agile, si porta a fianco della Donna e si siede a terra con le gambe incrociate) Ah… il bonzo è seduto qui, vicino a te…

Donna Sì.

Uomo I tuoi occhi hanno già detto al nemico tutto quello che potevano dire.

Donna Non è un nemico.

Uomo Hai ragione. È uno della nostra terra, uno dei tanti che potremo incontrare in una via di Saigon o in una risaia del delta del Mekong. Ma l'Autore l'ha messo di fronte a te come un nemico spietato, crudele, insensibile, senza pietà.

Donna Tutto ciò che hai detto non è in lui, ma nella macchina alla quale appartiene. Secondo l'Autore, egli non è un nemico spietato, crudele, insensibile, senza pietà. Secondo l'Autore, egli vorrebbe essere un nemico tollerante, comprensivo, sensibile, umano, quasi umano, quasi un amico, perché è dell'amicizia essere tolleranti, sensibili, comprensivi, umani.

Uomo Nell'amicizia c'è qualcosa di più… l'amore!

Donna Per questo ho detto che egli vorrebbe essere quasi un amico del ragazzo colto con la pistola in mano e sarebbe propenso a credere alla giustificazione che il ragazzo gli ha detto, che la pistola non è sua, ma l'ha trovata così… per gioco! Quante pistole finte passano per le mani così,… per caso l'ha raccolta… così, per gioco! Servono per uccidere un nemico fantastico, irreale, ma nella loro mente si deposita il fatto che qualcuno è morto. Il ragazzo felice sottrae costui al numero dei suoi ipotetici nemici e, nella sua mente, si deposita il fatto che in guerra l'uomo non è che un numero. Vale, se c'è per quelli della sua parte. Se non c'è, o non c'è più, vale per quelli della parte avversa.

Uomo Nella grande foresta degli uomini un albero abbattuto è uscito dal conto. Poco male se il nemico, da lontano, vede che la foresta sembra ancora intatta.

Donna (animandosi) Ma ciò che il nemico non vede, mescolato nel verde, è l'altezza degli alberi. Nella foresta degli uomini che combattono, sono sempre meno quelli adulti e sempre più numerosi quelli giovani educati ad uccidere. Tutto questo l'Autore l'ha messo nello sguardo del sudvietnamita che è a guardia del ragazzo prigioniero, ma non l'ha scritto e il suo dramma diventa impossibile, assurdo.

Uomo Questo dramma è una meditazione. Il bonzo deve stare assorto davanti alla madre del ragazzo non meno di un'ora: è possibile? Per lo spettatore un'ora è un tempo enorme, fuori d'ogni limite concepibile di pazienza.

Donna (sorridendo) Eppure, per il bonzo, è una frazione effimera… un'ora! Interrogalo, per chiedergli quale respiro abbia un'ora per lui… e poi sei proprio sicuro che il bonzo sappia che cos'è un'ora? Per lui può essere un giorno, un mese, un anno. L'indicazione di un'ora serve per noi che la dividiamo in sessanta minuti ed ogni atto che facciamo lo regoliamo sui secondi. Il bonzo medita e la sua testa piegata ci dice tutto l'orrore che lo pervade per la lotta fratricida che insanguina il suo paese. Passano intorno a lui, di corsa, soldati sudvietnamiti. La radio urla la disperazione di quelli che, poco lontano, cadono ad uno ad uno tra un tronco e l'altro della giungla, sotto il piombo che piove dagli alberi. Un attimo prima era tutto silenzio, ora è un inferno. Passano sopra di lui uccelli rigidi e rumorosi, carichi di bombe. Vanno a buttarle là, dove la terra sussulta. Scendono intorno a lui cavallette giganti, piene di uomini che saltano a terra e scompaiono nell'erba folta. Dalla parte opposta sciamano i contadini in fuga… (si alza con tono deciso, nervoso) non riuscirò mai a recitare un dramma simile.

Uomo Perché?

Donna Un personaggio che dal principio alla fine non dice mai una parola… ma l'Autore ha capito che cosa vuol dire tacere… tacere sul palcoscenico?

Uomo Tu sei la madre del ragazzo fatto prigioniero… di questo ragazzo (e lo indica) che deve essere fucilato sul posto. Guarda! Tuo figlio è così, con le mani legate dietro la schiena (gira il ragazzo con le spalle al pubblico e indica le sue mani legate dietro la schiena) e volta sempre la spalle al pubblico perché questo ragazzo non ha nome al di fuori di quello di figlio. Secondo l'Autore rappresenta il popolo vietnamita prigioniero di se stesso, della sua storia, della sua geografia, di tutto quel complesso di cose che l'hanno fatto attore e vittima della storia di tutti, dell'umanità intera. Dimmi? Può parlare un simbolo? Che cosa può dire che non sia banale, senza significato? Egli deve tacere. Solo tacendo può farsi capire.

Donna E la madre?

Uomo (con gesto melodrammatico) Oh… la madre, per la madre è un altro discorso. (s'avvicina alla Donna che fa inginocchiare) La madre è così, inginocchiata a fianco di suo figlio… guardami! Altrimenti non capisci perché secondo l'Autore la madre deve tacere dal principio alla fine… è un ordine che l'Autore dà al suo personaggio, ma è anche una realtà psicologica profonda, imprescindibile. Il dolore d'una madre che assiste all'agonia di suo figlio non ha parole nel vocabolario umano. È un dolore che viaggia su un piano diverso del dolore di una ferita: questo urla, quello tace. Il primo grida e viene sempre più alla superficie, il secondo scende sempre di più nell'abisso dell'anima. E quali parole trovi nell'abisso dell'anima? Ecco, oltre al silenzio, solitudine, disperazione, angoscia… tutte parole uguali a silenzio. (con convinzione) Per questo la madre tace dal principio alla fine.

Donna E il soldato vietnamita?

Uomo Quello a guardia del ragazzo prigioniero? Tace anche lui, come la madre, il figlio e il bonzo. Chi ha una consegna tace. Solo qualcos'altro potrebbe scioglierli la lingua… la pietà, per esempio… ma il soldato che ha una consegna di guardia, non può aver pietà. È lì, con la stessa realtà silenziosa del fucile che imbraccia e che tiene con entrambe le mani e col dito appoggiato sul grilletto… pronto… se fai l'atto di scappare, sparo! L'atto, perché l'intenzione ce l'hai, se non ci fossi, se non ti seguissi con gli occhi che non ti cavo d'addosso.

Donna (con disperazione) Tacciono tutti, allora! Ma chi può comprendere un dramma simile.. senza parole, senza una parola?

Uomo Senza parole ci si può far capire ugualmente. Noi siamo una fotografia vivente (e pone di fronte alla donna una fotografia)… questa che l'Autore ha ritagliato da un giornale. Guarda! Madre e figlio nell'attesa di un destino tremendo: fucilazione! Per lui! (e indica il ragazzo) che si è lasciato cogliere in fallo con la pistola in pugno…. ed un soldato vietnamita…  io… (mentre parla si veste, raccogliendo i vestiti che sono sopra i cubi) con l'elmo, la tuta mimetica, il cinturone e il mitra… a guardia del prigioniero. (si rivolge alla donna) Vuoi qualcosa di più? Vuoi personaggi? Più tardi ci sarà un bonzo, un sacerdote cattolico, soldati che corrono avanti, indietro, che giungono, che muoiono, americani che volano, scendono, s'imbarcano, ritornano. Vuoi delle voci? Ecco il rombo degli aerei, i colpi di fucile, le urla di richiamo, le grida dei feriti, l'ansimare dei moribondi… via, non far ridere! Non ti basta tutto questo per farne un dramma? Noi siamo pronti per un balletto mistico dalla mimica silenziosa e tragica… introspettivo, come vuole l'Autore. (accenna passi di danza) Quando ti scioglierai nel moto, membra ed anima danzeranno insieme, fuori del tempo. Non ci sarà limite ai tuoi gesti, confine ai tuoi movimenti, spazio che ti possa racchiudere (accentua il movimento di danza) nella cadenza del tuo piede… arcuato, leggero… nell'inarcamento del tuo tronco… flessibile, etereo… nell'impassibilità del tuo volto… impenetrabile, chiuso… sarai, come vuole l'Autore, la sacerdotessa del dolore di un popolo. Danzare, per noi è come immolarci, per chi, lontano da qui, soffre e s'immola. Tu sei l'unica donna. Io sarò il soldato, il bonzo, il sacerdote cattolico. Ecco i miei abiti, li cambierò secondo l'azione. Questo è il pensiero dell'Autore. Egli crede che una sola persona possa farne due, tre dieci, cento, perché sono tutti uomini legati alla stessa catena d'odio, di violenze, di dolori, di sangue. Possono essere tutti in uno, come uno può comprenderli tutti. Su, inginocchiati e cerca dentro te stessa, l'intensità del dolore di una madre alla quale stanno fucilando suo figlio. Trasfondi questo dolore nella tua faccia, nelle pieghe delle tue guance, nell'impostazione della tua bocca, che non dice nulla, ma che vorrebbe urlare, gridare tutta la pena che ti morde il cuore. Anima i tuoi occhi dell'implorazione suprema, quella che fa da solco tra la vita e la morte e fa comprendere nelle sfumature dello sguardo che tuo figlio aveva la pistola in mano per gioco.

Donna (si è inginocchiata e gradualmente s'immedesima nel personaggio, trascinata dalla foga dell'uomo) Non mi credono, non mi possono credere.

Uomo Ma tu non hai altro mezzo per salvare tuo figlio. Devi instillare il dubbio che sia così, creare un dramma, se ti è possibile, nelle loro menti, perché la decisione di ucciderlo sia rimandata di un'ora, di un giorno, e, nell'intervallo, maturi qualcosa di diverso. È l'unica medicina che ti tiene in vita perché hai deciso di morire con tuo figlio. Sei sola contro la guerra: non hai armi, al di fuori dell'astuzia. Gioca! Gioca sul sentimento, sulla possibile pietà, sulla vergogna di fucilare un fanciullo. Hai il vantaggio che tuo figlio tace perché l'Autore poteva fargli gridare che è un patriota e la tua speranza sarebbe andata distrutta, lacerata dall'ineluttabile.

Donna (implorante) Lasciami parlare!

Uomo Parla.

Donna Non così… lasciami dire ciò che dovrebbe dire una madre alla quale stanno fucilando l'unico figlio…

Uomo (incerto) Ma io… non sono l'Autore.

Donna (con foga) Lo stai diventando, lo sei. Il personaggio è l'Autore, anche se inventa, se usa parole diverse da quelle che l'Autore pretende. Lasciami parlare! Senza parole un dramma muore! Voglio parlare in libertà e tu pure, parlerai. Racconteremo il disgusto, la ribellione, l'orgasmo di gridare che si finisca con la guerra, l'odio, la violenza. Urleremo il nostro dolore, che è il dolore di quelli che lottano e muoiono, dei miliardi d'uomini che assistono senza poter far nulla… lasciami parlare!

Uomo (con decisione) Indossa i tuoi abiti.

Donna (alzandosi, felice, estasiata) Sì… (prende gli abiti della madre e li indossa. Per ultimo si pone sulla faccia una maschera, che riproduce il viso di una donna malese di una quarantina d'anni. Dalla maschera scendono lunghi capelli che cadono sulle spalle della donna disordinatamente)

Uomo (si avvicina ad un lato della scena e chiama) Stenografa!

 

Entra una giovane vestita comunemente, volto inespressivo con grandi occhiali. Dopo le prime battute, si siede su un cubo, un po' in disparte, accavalla le gambe, pone sul ginocchio un blocco notes ed incomincia a stenografare.

 

Stenografa Eccomi!

Uomo Prenda carta e matita.

Stenografa (mostrandoli) Eccoli!

Uomo La signora reciterà… reciterò anch'io e lei scriverà tutto quello che diremo. Non salti una parola! Noi urleremo, grideremo, iniziando come per gioco. Poi l'illusione scenica sarà più forte di noi e saremo vivi, palpitanti, nelle vesti… ah! I vestiti sono questi, (e li indica) li guardi bene, perché deve imparare a distinguerli. Io li cambierò secondo le scene e lei, ogni volta, segnerà il vestito che indosso: bonzo, prete cattolico, contadino, soldato sudvietnamita, patriota o bandito… ma lei scriva patriota, poi decideremo… americano… (alla Donna) e chi altro?

Donna (con noncuranza) Non importa… se ci sarà qualcun altro potrai recitare senza vestito. La scena, adesso…

Uomo (alla stenografa. Parla con molti gesti e notevole eccitazione) Campagna… campagna piatta nel delta del Mekong… al fondo, il cielo con qualche nuvola pigra… covoni di grano… risaie… alberi… un paesaggio triste, monotono, acquoso… vuol dire che c'è nell'aria una leggerissima nebbia, un'umidità d'evaporazione, una calura pesante e fastidiosa. Lo spettatore deve avere l'impressione che la cosa più normale sarebbe che tutti si sdraiassero per terra a dormire… a fare una siesta serena e greve per un pasto troppo abbondante… sì, sì… non stona tutto questo col dramma, anzi; l'animalità della digestione è una gioia della vita, è inutile nasconderselo. (alla Donna) Chi sul punto di morire non si augurerebbe di essere un animale pur di continuare a vivere? Che ne dici? Ti sembra cinico, disgustoso?

Donna Sì… ma intanto il pubblico non lo capisce. Detta alla stenografa il finale.

Uomo Lo aggiungeremo dopo.

Donna No, no, subito!

Uomo Come vuoi, il finale è apocalittico.

Donna (con irritazione) No!

Uomo (senza scomporsi) Io lo vedo così. (va verso il fondo, agitando le braccia) Bandiere, bandiere di tutti i tipi e uomini di tutte le razze che le portano, le agitano, le sventolano nell'aria.

Stenografa (scrivendo precipitosamente) Più adagio, più adagio…

Uomo (scandendo lentamente ogni parola) Passano sul fondo… lentamente… una cinematografia continua… a file compatte… in silenzio. Sono l'espressione dei popoli della terra e la loro processione deve dare l'idea del numero enorme di uomini che siamo e che saremo. L'Autore ha persino pensato ad uno sfondo diviso in vari piani e su ogni piano la stessa processione d'uomini e di bandiere in modo che riempia tutto, dall'alto al basso, perché ormai siamo dovunque, sulla terra bruciata dei deserti, sulle distese sconfinate dei ghiacci. Sembra un pensiero puerile, ma è tremendo dover dire ad un uomo: non nascerai, perché sei di troppo!

Donna Non divagare.

Uomo Hai ragione. (alla stenografa) Dove siamo rimasti?

Stenografa … perché sei di troppo.

Uomo Cancelli!

Stenografa Da dove?

Uomo Da… sembra un pensiero puerile… rilegga qualche riga avanti.

Stenografa L'Autore ha persino pensato…

Uomo Sì… sì… la processione è interminabile… (con accento estatico) ah, deve avere tanti attori da riempire per ore lo sfondo del palcoscenico, tante bandiere che facciano come una tenda a quest'umanità in cammino! Passano gli abitanti delle più grandi città del mondo, gli abitanti di Mosca, di Kiev, di Leningrado, di Karchow, gli abitanti di Pechino, di Shanghai, quelli di Roma, di Parigi, di New York, di Buenos Aires… e, in mezzo a loro, gli abitanti delle campagne, delle coste, dei monti. Passano uomini dai colori diversi, bianco, nero, giallo. Uomini di tute le età, ognuno col suo portamento, col suo profilo… passano, passano…

Donna (nervosamente) Ed ora il dialogo.

Uomo Scena. Un soldato sudvietnamita, armato di tutto punto, un ragazzo inginocchiato per terra, le mani legate dietro la schiena (fa alzare il ragazzo, lo fa inginocchiare e gli lega le mani dietro la schiena) e sua madre inginocchiata anch'essa, con la faccia fra le mani… in pianto, disperata…

Donna Non dirmi nulla.

Uomo Hai ragione, fa' tu! (imbraccia il mitra e si pone in piedi, un po' discosto dal gruppo della donna e del ragazzo. Anche lui si mette sulla faccia una maschera che riproduce un viso malese)

Madre (dalla posizione inginocchiata, striscia con le mani per terra e protende il busto verso il soldato) Avrei detto… no, è una cosa assurda… eppure, voglio dirtela! Avrei detto di conoscerti.

Soldato (duro) No, non ci siamo mai visti.

Madre (con tono gioviale) Uhh… quanta sicurezza! Ma forse hai ragione. Io sono una donna comune, poi… l'età! Ci rende tutte simili. Per distinguerci una dall'altra ci vuole una conoscenza… buona, di lunga data. No, francamente la escludo. Se ci siamo conosciuti è stato di passaggio, una conoscenza così, fra famiglie che abitano nella stessa regione… o nel quartiere… Saigon?

Soldato Sì, Saigon…

Madre Lo dicevo… periferia… verso la collina dei fiori?

Soldato (evasivo) Da quelle parti.

Madre (con entusiasmo) Vedi che ho ragione. Siamo dello stesso quartiere… non è tanto strano se ti conosco. Se sei quello che ricordo… ma sei proprio tu… mi sembra che mi abbiano anche parlato di te… non ho presente dove… ma in bene… mi hanno detto che sei affezionato a tua madre… a tuo padre…

Soldato È morto da due anni.

Madre Era prima che morisse… ecco, mi hanno detto che l'hai curato a lungo, che lo portavi in braccio…

Soldato Chi non porta in braccio suo padre quando è stanco e malato?

Madre Non tutti, adesso non si può. I giovani sono tutti via, chi qua, chi là… combattono, ma che importa da che parte combattono? L'importante è che non sono qui con noi e il padre può morire, la madre affaticarsi da mattino a sera… inutilmente perché le rubano tutto. Ho conosciuto tua madre…piccola, gobba…

Soldato Non tanto…

Madre Ma adesso è così. Tu non l'hai più vista. La continui a vedere com'era. E forse, povera donna, vedendoti, si raddrizza perché i tuoi compagni non dicano che hai una mamma gobba, piegata dagli anni, ma più che dagli anni, dal dolore che tu sei lontano… chiedi un po' al mio ragazzo come mi vede? Ti dirà che sono bella. (con civetteria) Su, guardami e dimmi la sincera verità: sono bella? (ritornando seria) Ricordati, non chiedere mai ai figli un giudizio sulla bellezza del padre o della madre. Ti diranno che sono belli, non sono buoni giudici. Sono solo dei figli che hanno bisogno dei genitori. Non lo dicono tanto facilmente, alcuni non lo dicono affatto, altri ti possono persino dire il contrario, ma non è vero. Hanno bisogno di noi sempre, finché siamo in vita e dopo, non ci credi? Prima di essere stata madre sono stata figlia e di mia madre, buon'anima, sono figlia ancora, anche se non c'è più. Non mi rattristo, vedi? Pensa, avrebbe centovent'anni. E che se ne fa una donna di centovent'anni?

Soldato (sorridendo) Se li gode.

Madre Si godono le prime decine di anni e, parecchi, ne godono anche meno… come voi, per esempio… tu sei felice?

Soldato E perché no?

Madre Con quell'arnese in mano?

Soldato (alzando il mitra, con gesto d'orgoglio) Con quest'arnese, vinceremo la guerra.

Madre (conciliante) È naturale! Chi non vince quando è armato come te? Solo degli stupidi ti si possono mettere contro. Noi siamo tutti della stessa idea.

Soldato Noi, chi?

Madre Tu ed io… e questo mio figlio. Vuoi che glielo chieda? Ma mettilo più comodo se vuoi che ti risponda.

Soldato Non posso.

Madre Fa' il bravo! Non ti chiedo di slegarlo, ma di legarlo insieme a me, qui, ai polsi, e perché non scappi, tu mi leghi i piedi. Ti va?

Soldato Che commedia! E sia! (posa il mitra, slega il ragazzo, legandogli i polsi con quelli della madre. La madre si siede ed il soldato le lega insieme le caviglie)

Madre Oh, finalmente, sto più comoda!

Soldato (alzandosi e riprendendosi il mitra) Eh?

Madre Sì, inginocchiata stavo male. Così seduta, sto meglio. Vedi (indica il ragazzo) per lui è uguale. Non scappava prima, e non scappa adesso. (si rivolge al figlio) Stai più comodo così? (il ragazzo accenna di sì) Guarda che riconoscenza! Sta più comodo e non si sforza nemmeno di ringraziarmi. È il destino di noi donne, pestate dai mariti e prese a calci dai figli.

Soldato Non esagerare! Questo pivellino non ha più fiato in gola.

Madre In principio non ne avevo nemmeno anch'io quando t'ho visto. Fai paura, mio caro, sul serio! Se bastasse la paura, avresti già vinto la guerra. E far paura a me non è facile. Quando ero in campagna una banda di manigoldi mi rubava tutte le notti delle galline. Non so se erano armati o no. So che nel buio devono avermi intravista e non si sono più fatti vedere. Così si cacciano i ladri e i cattivi spiriti.

Soldato (con interessamento) Sai cacciarli tu?

Madre È la mia specialità.

Soldato Riesci più di un bonzo?

Madre Mi fai ridere! Non ho mai visto un bonzo cacciare un diavolo. Ho visto, invece, un diavolo tirar la tonaca ad un bonzo. Se non c'era un altro bonzo pronto ad afferrarlo, il diavolo, insieme alla tonaca, si portava via anche il bonzo. (con accento deciso, guardando intensamente il soldato) Quando verrà buio, ci libererai, mio figlio ed io. Se non lo farai, ti appiccicherò due diavoli, uno per gamba.

Uomo (si toglie la maschera e prorompe in una risata) Bravissima! Quest'idea del diavolo è formidabile… (imbarazzato) ma adesso che cosa rispondo?

Donna (anche lei si toglie la maschera) Ah…non so. Penso che sarebbe il momento di far entrare il bonzo.

Uomo Come lo vedi?

Donna Grasso, sulla cinquantina…

Uomo Sì… un tipo… molto bene! (alla stenografa) Signorina, ha scritto tutto finora?

Stenografa Sì, tutto.

Uomo Mi raccomando, non perda una sillaba.

Stenografa Sono tutta orecchi e… occhi.

 

L'Uomo prende la tunica gialla da bonzo, va dietro il paravento e, dopo un po', entra in scena. È vestito con la tunica gialla sotto la quale ha infilato delle imbottiture che lo rendono molto più grasso di prima, specialmente all'altezza dell'addome. Sul viso ha una maschera d'uomo malese, con una barba rada, appuntita. La maschera continua in alto in un cranio pelato. Ha in braccio un manichino esattamente simile al soldato della scena precedente e lo pone nel posto che il soldato occupava prima. Poi si rivolge alla madre che si è rimessa la maschera.

 

Bonzo Tu non appiccichi diavoli a nessuno… (con indignazione al soldato) e tu non ti vergogni a legare una donna?

Madre Sono stata io che gli ho detto di legarmi.

Bonzo Fa' silenzio! (al soldato, urlando) E tu… va più in là… su, muoviti! (dall'esterno con un filo, il manichino del soldato è tirato più lontano. Intanto il bonzo si china e slega la madre) Che razza di cose devo vedere!

Madre (con timore) Sta' attento! Se quello là vede il ragazzo slegato, può sparargli…

Bonzo Ma nemmeno per sogno! (senza voltarsi, mentre continua a slegare la madre e il ragazzo) Eih, ragazzo! (si volta verso il soldato) Dico a te, hai capito? (alla madre) Non parla. Sparerà solo se lo vede scappare. Ma lui non scapperà.

Madre Devi salvarlo, bonzo.

Bonzo È tuo figlio?

Madre Sì.

Bonzo E si è lasciato pizzicare?

Madre Sì, con una pistola addosso… ma non è un partigiano.

Bonzo (sorridendo) Manchi di fantasia se pensi che qualcuno lo creda.

Madre Ma è vero! Ha dodici anni.

Bonzo E con ciò? Per maneggiare una pistola ne ha già abbastanza.

Madre Ma non ne ha ancora abbastanza per capire.

Bonzo Ne ha già abbastanza… secondo te, a che età s'incomincia a capire questa dannata guerra… (con malizia, indicando il soldato) chiediamolo a lui?

Madre (con paura) No, no, non stuzzichiamolo troppo!

Bonzo (si siede con le gambe incrociate) Ho cinquant'anni. Ho capito bene quella che abbiamo fatto contro i francesi, ma questa… (e termina con una smorfia di disgusto)

Madre Se non la capisci tu, che sei una persona istruita…

Bonzo Già! Io viaggio sempre con due giornali in tasca. A destra quello di Saigon, a sinistra quello dei partigiani. Parlano ambedue di Ginevra, che è una città lontana, in un continente che non è il nostro ed ambedue sostengono che la guerra finirà quando gli accordi di Ginevra saranno applicati. Quelli del nord affermano che sono quelli del sud che non vogliono applicarli, quelli del sud affermano che sono quelli del nord. E così la guerra continua. In aiuto a quelli del nord, c'è la Cina, la Russia e tutto il mondo comunista. In aiuto a quelli del sud, ci sono gli americani e i loro alleati. Immagina due cerchi dentro a cui puoi scrivere, comunismo in uno, capitalismo nell'altro e falli avvicinare fino a toccarsi: nel punto dove si toccano scrivici Vietnam…

Madre (stupita) Noi…

Bonzo Sì… siccome i due cerchi sono carichi di energia opposta, dove si toccano sprizzano scintille. Quindi noi abbiamo il grande privilegio di tener uniti due mondi, ma anche il grave disagio di collaudare la diversità delle loro energie.

Madre Ma finirà un giorno tutta questa storia…

Bonzo E come? È poco probabile che i due cerchi si scarichino.

Madre Ma noi potremmo rimanere fuori dai cerchi.

Bonzo No, bisognerebbe non far parte dell'umanità.

Madre E allora? Perché non possiamo rimanere divisi com'eravamo prima?

Bonzo (con tristezza) Perché siamo un popolo solo e nessuno dei due vuole lasciarci completamente nelle mani dell'altro. Intanto le nostre città vanno in rovina, le campagne sono abbandonate agli sterpi, le nostre donne, o sono madri private dei figli, o sono vedove, o sono fanciulle senza padre e fratelli. Nelle nostre case restano i nonni, i vecchi e nella loro ombra silenziosa l'infanzia è triste. È tutto bello quello che dicono, gli uni e gli altri, ma bisogna poi entrare nelle famiglie. I vecchi chiedono riso e sonno ed hanno dinamite e paura. I bambini chiedono compagni e giocattoli ma, invece del pupazzo di stracci, c'è la pistola vera nelle tasche dei nostri figli e il sospetto di sapere dove si trovino. Chi li pesca prima, li arma, e degli altri li uccidono. I parenti non sanno se sono patrioti o traditori. Bisogna aver pazienza: un giorno lo sapranno perché il giudizio d'oggi non è definitivo.

Madre (guardando verso un lato del palcoscenico e togliendosi la maschera) C'è l'Autore. (si alza) Ora ci fa riprendere il dramma del silenzio.

Uomo (con irritazione) Ah, no! O me lo lascia fare così o me ne vado.

Autore (è un giovane di una trentina d'anni, alto, magro, dal volto espressivo, delicato) Te lo lascio fare così… anzi, continua… continuate?

Donna (con imbarazzo) Veramente… siamo giunti ad un punto morto…

Autore (con stupore) E il sacerdote cattolico… e l'americano? (al bonzo, con decisione) Togliti la tonaca del bonzo e mettiti quella del prete. Faccio io il bonzo.

Uomo Tu?

Autore Sì… per stare ad ascoltarvi posso infilarmi qualunque vestito.

Uomo (saltando in piedi agilmente e sfilandosi la tonaca del bonzo. Con entusiasmo) Molto bene. Ecco fatto. (consegna la tonaca e la maschera all'Autore. Questi se l'infila) Su, mettiti al tuo posto… (intanto prende una tonaca da prete distesa su un cubo e si mette la maschera sul viso. Poi si rivolge alla madre) dammi la battuta.

Madre Quale battuta?

Prete Quella che vuoi.

Madre Ma io stavo parlando al bonzo…

Prete (con impazienza) E parlagli…chiedigli qualcosa…

Madre Ma tu, bonzo, ce l'hai in testa una soluzione della guerra… una soluzione che potrebbe essere definitiva?

Prete (con ironia) Lui? Oh, per la Madonna e i Santi! A chi lo chiedi!

Madre È una persona istruita. Mi ha spiegato con due cerchi tutta la guerra, com'è incominciata e perché continua. Stavo chiedendogli come sarebbe finita quando sei giunto tu. Adesso, o lo lasci parlare, o rispondi tu alle mie domande, se sei capace.

Prete È semplice! Vinceranno gli americani.

Madre Perché?

Prete Perché sono più forti.

Bonzo La vittoria non dipende dalla forza.

Prete Adesso tu non hai più il diritto di parlare. Il tuo dramma è fatto da due personaggi, la Madre ed un Uomo che si traveste da soldato, da bonzo, da sacerdote, eccetera. Fa' silenzio! Non voglio perdere l'ispirazione.

Bonzo Al diavolo l'ispirazione! Sono l'Autore e posso benissimo aumentare il numero dei personaggi. Li aumento senz'altro. Sono tre: la madre, il bonzo, il sacerdote cattolico… (alla stenografa) signorina, scriva che i personaggi sono tre… e noi continuiamo. Avanti! Chi deve parlare?

Prete (con rassegnazione) Fatti dare l'ultima battuta.

Stenografa L'ha detta lei! La vittoria non dipende dalla forza.

Prete (con ironia) Dall'astuzia, forse? Dal diritto? C'è un diritto a scannarsi a vicenda, come facciamo? (con decisione) Noi del sud, siamo stati invasi da quelli del nord. Se c'è un diritto è il nostro, il diritto sacrosanto di difenderci da un'aggressione.

Bonzo Ma come spieghi che migliaia di giovani del sud lottino contro giovani del nord?

Prete Sono sviati dalla propaganda. Il nostro diritto poggia sulla realtà dei fatti.

Bonzo È sempre la propaganda che crea i fatti. Anche il tuo diritto è basato sulla propaganda. Per mei diritti delle due parti avverse sono perfettamente identici e sono entrambi bandiere per le quali è degno combattere, vincere o morire… ma non fin all'ultimo uomo. Chi rimarrebbe a godere la gioia della vittoria?

Prete Sei cinico, bonzo! Le due parti devono venire a patti.

Madre Oh, finalmente parlate più chiaro… le due parti devono venire a patti. Ma perché non vengono a patti? Parlate, uno dopo l'altro…

Prete Chi deve iniziare?

Madre Vorrei sentire il bonzo che appartiene di più alla mia terra.

Prete (offeso) Anch'io sono vietnamita!

Madre Sì… ma hai qualcosa di straniero nell'abito.

Prete (con orgoglio) Il mio abito è universale, non ha barriere di razza o di popolo.

Bonzo Il cristianesimo vuol conquistare il mondo, ma per ora non c'è risultato. Dove non è riuscito ammetterai che possa apparire un po' straniero a quelli che non lo conoscono, che lo rifiutano o che preferiscono a lui la religione dei propri antenati… io sono buddista e non sarò mai cristiano. Questa donna è buddista e se la nostra terra è fatta non solo di campi e di città, ma anche di storia, di generazioni e di tutto ciò che queste hanno pensato, discusso ed amato. Non ti devi offendere se io rappresento per lei qualcosa di più. Voi, cristiani, siete giovani su questa terra. Noi, buddisti, abbiamo molti secoli alle nostre spalle, molti di più di quelli che voi avete nel paese dove siete nati.

Prete Noi possediamo la verità.

Bonzo Ve la concedo. La verità è un cristallo dalle innumerevoli facce. Sollevato in alto, nei raggi del sole, brilla e la faccia che si offre alla luce ha un fulgore insostenibile. Gli uomini devono velarsi gli occhi per vederla e dicono: ecco la verità! Ma il cristallo ruota e la faccia di prima scompare nell'ombra. Un'altra faccia brilla ed altri uomini devono velarsi gli occhi per sostenere la luce. Ecco la verità! Non è possibile, gridano i primi. La verità è una, com'è uno l'uomo nella sua vita, nella sua nascita, nella sua morte a qualunque latitudine o longitudine appartenga. Secondo noi, buddisti, costoro sono in errore. La verità è una, ma non è nelle facce del cristallo. La verità è il cristallo. Le facce sono ciò che appare della verità, forme mutevoli, buone, tutte esatte, secondo i luoghi, i tempi, tutte vulnerabili. Perciò io venero la tua, ma non abbandono la mia.

Prete Ho per la tua verità lo stesso rispetto che tu hai per la mia, ma non condivido la tua teoria del cristallo. Ad ogni modo inizia pure tu a parlare. Non è un vantaggio parlare per primo.

Bonzo Dipende. La guerra nel nostro paese è una guerra fratricida, ma non è un segreto per nessuno. Sullo stesso campo di battaglia possono trovarsi di fronte due fratelli e uno uccidere l'altro se la pensano diversamente. Quindi è una guerra ideologica, né di difesa, né d'offesa. È una guerra per imporre un principio, un sistema. I vietcong tratterebbero la pace se gli americani se ne vanno, ma, senza gli americani, non sarebbe più una pace contrattata, ma la loro pace, quella che pensano e vogliono imporre a tutto il paese. I vietcong. respingono l'accusa che sarebbe una pace comunista, perché tra di loro non vi sono correnti di pensiero diverse, ma sarebbe ipocrita nascondere che la corrente più forte guarda ad Hanoi, a Pechino, forse a Mosca, comunque verso il tipo di democrazia popolare marxista. I vietcong nei loro discorsi non fanno questione di offesa o di difesa, ma hanno impostato la loro guerra come lotta di liberazione nazionale, e molti, tutti direi, la sentono così. Sono in buona fede, come dieci anni fa quando combattevano contro i francesi. Chi lotta contro i vietcong e ne misura le capacità d'azione e di resistenza dal numero dei combattenti, dalla quantità delle loro armi, dalle possibilità di essere riforniti e trascura l'elemento ideale che li muove e li spinge a combattere ed a morire è in errore, anche se non può fare diversamente che combattere e morire e continuare a decidere di combattere e morire. Riconoscere il motivo ideale è un inizio di pace, un punto a favore dell'umanità in genere, alla quale appartengono tutti, cinesi, americani, russi è un omaggio alla verità e all'amore.

Madre Bonzo, tu sei un saggio!

Bonzo No! La saggezza, dice una leggenda buddista, è la pietra in cui inciampi continuamente, che ti fa' cadere, ma quando la cerchi per liberartene, la strada non la trovi mai. La saggezza è disperazione.

Prete (con ironia cattiva) È un fantasma.

Bonzo (con calma) Hai detto bene, un fantasma! Sembra che tutti la possiedano, ma poi nel complesso agiamo come se non l'avessimo. Ognuno di noi è come un medico che licenzia il proprio cliente dicendogli che è perfettamente sano, mentre quello continua a stare male. Che cosa c'è che non va? Non questo o quell'organo, ma il fatto che i due organi sani siano vicini con l'obbligo di funzionare insieme.

Madre Ritorni all'esempio dei cerchi.

Bonzo Ora c'è qualcosa di più. I due organi sono esseri vivi e non si tratta solo di avvicinarli, ma di farli girare insieme perché il carro dell'umanità si muova. Lo sai perché qui si combatte e si muore? Perché una ruota fa da freno all'altra.

Prete Il tuo discorso è arrivato a metà del problema. Ora va' avanti.

Bonzo Di fronte ai vietcong c'è un esercito sudvietnamita ed al suo fianco gli americani. I sudvietnamiti lottano perché sono stati invasi da vietnamiti del nord e reclamano il diritto dell'autodifesa. Gli americani li sostengono perché, secondo loro, è esatta questa tesi, ma è troppo ristretta. Dalla sponda opposta del nostro oceano essi parlano di un'invasione più grande, quella del comunismo mondiale alla quale debbono in coscienza opporsi, qui, là, ovunque il comunismo si muove per invadere ed uccidere. Ora è là nel Vietnam, domani potrà essere in India, in Malesia, Berlino. Secondo gli americani i fatti devono seguire le parole. Se dicono di volersi opporre e non si oppongono mai il comunismo ride di loro ed è tentato di fare tutto ciò che gli pare. Ora il comunismo sa, dal Vietnam, che l'America dice: alt! Con le parole e coi fatti. Del Vietnam, l'America afferma poi, che le interessa poco o nulla. Noi siamo i testimoni vivi e tormentati di una volontà mondiale e scontiamo i peccati e le intenzioni future del comunismo rivoluzionario…

Madre Secondo gli americani…

Prete (con rabbia) Anche secondo gli altri. Finalmente il comunismo ha trovato pane per i suoi denti. Mi fanno pena i vietcong che lottano per un ideale che il comunismo adopera per le sue mire di potenza. Essi non si accorgono, essi sono ingenui e fiduciosi come fanciulli. Essi meritano tanto rispetto quanto lo si può dare ad un uomo sincero e, per giunta, tradito. C'è da impazzire a vedere come lottano e muoiono. Sei un vietcong? Non ti voglio meno bene che ad uno della mia parte, ma ti debbo uccidere. Vogliamo la stessa cosa, ma tu sei uno strumento inconscio di un delitto, di una sopraffazione.

Bonzo Anche il sudvietnamita è uno strumento della volontà americana per cui è inutile che il mondo si rivolga a noi, del sud o del nord, perché facciamo pace. La nostra pace è altrove. Qui c'è solo guerra, una guerra disperata come non fu mai nessuna guerra perché la pace non dipende, né dipenderà da noi, né ora né mai. I monti sono coperti di verde, i campi sono pieni di fiori. La natura non potrebbe dirci con accenti più chiari che è pace e riposo.

Prete Nella giungla gli animali si sbranano.

Bonzo Anche gli alberi per nutrirsi sbranano la terra e certuni hanno radici che fanno paura. La rondine ingoia il moscerino, il falco divora la rondine, ma dal moscerino al falco non esiste guerra. La natura è fatta così. Solo la guerra fra gli uomini è contro natura. Questa poi è contro l'umanità. (con stupore, vedendo l'uomo che si sveste) Perché ti togli il vestito?

Uomo Svestiamoci tutti!

Donna (si sfila la maschera) Perché?

Uomo La finzione è finita. Non serve a nulla essere nei panni di un vietnamita. Se questo dramma deve creare uno spiraglio di pace dobbiamo essere americani, russi, cinesi, di qualunque nazionalità che non sia quella della terra infelice del Vietnam, sforzarci di comporre il dissidio mondiale che alimenta questa guerra fratricida e inumana. Io sono pronto.

Autore (si toglie la tunica di bonzo e la maschera) Anch'io.

Donna (rivolgendosi all'Autore mentre si sfila il vestito della madre) Che strano dramma! L'hai concepito come una scena mimica senza parole e lo terminiamo usando solo parole senza più scena. D'altra parte così deve essere. Così non poteva non essere. La scena alle nostre spalle è la terra, l'umanità intera: la scena di fronte a noi è la stessa terra e l'umanità futura. Potessimo essere un ponte di pace fra gli orrori presenti e passati ed un avvenire senza violenza! Io lo desidero tanto per me, per i figli che ho a casa, per i figli dei miei figli e per quelli che nasceranno da loro. Poter dire: qui si è fermata la guerra, l'odio, la violenza. Qui si è fermata la pace duratura ed eterna! Sono pronta!

 

I tre attori sono seduti sui cubi, dritti, con le braccia incrociate, seri, compunti. Stanno a lungo così. Ad un tratto l'Uomo inizia a parlare rivolgendosi alla stenografa che è seduta alle sue spalle, ma senza voltarsi verso di lei. Parla con gli occhi socchiusi cercando lentamente le parole, con tono autoritario e deciso.

 

Uomo (alla stenografa) Signorina, scriva: seduta all'O.N.U. del 25 marzo 1966. Argomento della riunione: la guerra nel Vietnam. Sono presenti i delegati di tutte le nazioni partecipanti all'O.N.U. e per concessione speciale, votata all'unanimità, osservatori dei paesi che non hanno ancora delegati fissi. Delegati e osservatori hanno diritto di voto. Per desiderio unanime la riunione d'oggi non ha presidente. Ogni delegato, facendosi interprete del pensiero della sua nazione, esprimerà in forma democratica e nel rispetto della più assoluta libertà il suo punto di vista sul problema all'ordine del giorno. Alla fine si voterà a maggioranza semplice su ogni singolo punto di vista. Ogni votazione ha un valore vincolante per tutti. Sui punti di vista approvati si ripeterà la votazione fino a che fra essi ne rimarrà uno solo. Questo sarà il punto di vista di tutta l'assemblea, sia che proclami la prosecuzione della guerra, sia che imponga la pace, qualunque sacrificio richieda. Non vi è appello, né diritto di veto. L'assemblea accetta queste condizioni? Alzino la mano i delegati e gli osservatori che accettano. (i due attori alzano la mano) Alzino la mano i delegati e gli osservatori che non accettano. (i due attori non alzano la mano) Le condizioni sono accettate. Da questo momento la situazione nel Vietnam è nelle nostre mani. Se una nazione, dopo la chiusura di questa riunione, non esegue fino alle estreme conseguenze ciò che questa assemblea deciderà, sarà esecrata da tutti come spergiura di un impegno solennemente e coscientemente preso. Se questa nazione ha paura della risoluzione finale, rinunzi subito. L'assemblea sarà sciolta e si ritornerà allo statuto solito dell'O.N.U., ma se accetta di partecipare a questa riunione straordinaria vincolata da uno statuto insolito, eccezionale, deve effettuare senza riserve ciò che sarà deciso. I sacrifici che questa decisione comporterà a questo o a quel popolo, saranno ricompensati dal rispetto e dalla stima di questa assemblea e di tutta l'umanità. Nessuno ha obiezioni da fare?

Autore No.

Donna No.

Uomo Nessun delegato abbandona la riunione?

Autore No.

Donna No.

Uomo La riunione è aperta. I vari punti di vista non si discutono. Si approvano o si respingono. La seduta non sarà tolta fino alla votazione dell'ultimo punto di vista rimasto in gara. La parola al delegato americano., la prego d'essere breve. Le contestazioni sono inutili e dannose.

Autore (si alza in piedi ) Il Presidente Johnson, a nome del popolo americano, mi incarica di comunicare a questa assemblea che è disposto a partecipare ad una conferenza di pace per il Vietnam in qualunque momento e in qualunque città o luogo della terra. Egli non pone nessuna condizione preliminare e accetta, al tavolo della conferenza, rappresentanti di qualunque nazione, compresi quelli del Vietcong. Egli è certo che da una conferenza simile può sorgere la pace per il tormentato popolo del Vietnam. Se questa conferenza sarà accettata egli darà ordine di sospendere immediatamente le ostilità in terra, in cielo, in mare. Fino a quel momento, per il popolo americano, la guerra continua

Uomo Ai voti! (la Donna abbassa la sua mano fino quasi a terra, l'Uomo la alza) Respinta! (si rivolge alla Donna) La parola al delegato cinese.

Donna (si alza in piedi) Il nostro amato Presidente Mao-Tse-Tung, che guida con saggezza il popolo cinese, ringrazia questa assemblea a nome di tutti i popoli democratici della terra perché per la prima volta nella sua storia dimostra di essere al di sopra degli interessi del capitalismo…

Uomo Si attenga alla comunicazione e non faccia divagazioni inutili…

Donna (con vivacità) Non sono inutili se, nel seggio che spetta al rappresentante della Repubblica Popolare Cinese, siede un lacchè del capitalismo americano.

Uomo (con impazienza) Le ho detto e le ripeto, quest'assemblea non accetta in questo momento che i punti di vista dei vari popoli sulla questione del Vietnam.

Donna Lei non è il presidente dell'assemblea.

Uomo (risentito) Io interpreto il sentimento di tutti i suoi rappresentanti. Per alzata di mano, chi approva le mie parole? (i due attori alzano la mano) Stenografa: cancellate tutto quello che il rappresentante cinese ha detto dopo la frase: il Presidente Mao-Tse-Tung, ringrazia quest'assemblea. Se vuol continuare, riprenda il suo discorso da questo punto.

Donna Il Presidente Mao-Tse-Tung ringrazia quest'assemblea e comunica che la Cina parteciperà ad una conferenza di pace per il Vietnam, com'è desiderio del Presidente Johnson, il giorno in cui l'ultimo soldato americano avrà lasciato la terra sconvolta della Repubblica Popolare Vietnamita. Il Presidente Mao-Tse-Tung è convinto che questa conferenza darà la pace al Vietnam, ma è parimenti convinto che essa non darebbe nessun risultato se le armate americane, espressione del banditismo internazionale organizzato…

Uomo (irritato) Delegato cinese, la richiamo ai nuovi patti…

Donna (ironica) Osservatore cinese, non delegato! Se sbaglia così grossolanamente potrebbe correre il rischio di confondere la proposta del mio illuminato presidente con quella del decrepito generale Chiang-Kai-Shek.

Uomo (nervosissimo) Ai voti… i voti… (i due attori abbassano la mano fin quasi a terra) respinta! La parola al delegato vicino… (finge di sforzarsi a leggere) di che nazione è? Non gli hanno messo la targa… non importa… non importa… parli! In quest'assemblea non si fa questione di popolo, ma di punti di vista.

Autore (si alza in piedi, si guarda intorno con incertezza ed inizia a parlare sottovoce) A nome del mio presidente…

Donna Più forte… più forte…

Uomo Voce… voce…

Autore (alzando la voce con tono sempre più chiaro e fermo) A nome del mio presidente oso proporre una risoluzione ardita. Nessuna conferenza di pace. Allo stato attuale dei fatti essa non avrebbe alcuna probabilità d'essere fruttuosa. L'America decida con serenità il ritiro delle sue truppe. Che Hanoi o Pechino continuino a rifiutare le condizioni americane per il ritorno alla normalità, imponendo altre condizioni al solo scopo di umiliare di fronte al mondo gli Stati Uniti, non ha più alcun interesse per il presidente del mio paese e, credo, per tutti i popoli civili. Secondo l'opinione del mio presidente è segno di profonda maturità umana e civica riconoscere che la vita, anche di un solo uomo, vale molto di più di un malinteso orgoglio nazionale che si crede di salvare continuando ad uccidere. Al contrario chi non si presta di sacrificare centinaia di vite umane, dimostra di vivere in una sfera infantile e superata. Il mio presidente è convinto della sincerità delle intenzioni del presidente degli Stati Uniti e, appunto per questo, ritiene che lo scopo che gli Stati Uniti si prefissero quando scesero in armi a fianco del popolo sudvietnamita è stato pienamente raggiunto e non servono altri morti e altre sofferenze per radicare maggiormente in lui questa convinzione. Egli propone quindi la cessazione totale della guerra, l'invito al popolo sudvietnamita ad eleggersi liberi rappresentanti e il ritiro delle truppe americane. Prima però che il vuoto di potere creato dall'assenza delle truppe americane scateni crudeltà e stragi per sete incontrollata di vendetta, il mio presidente, memore dei tristi esempi successi nel suo paese tanti anni fa, propone che l'America offra ospitalità e protezione nei punti del paese dove concentrerà le sue truppe a tutti quei vietnamiti che ritengono di essere in pericolo di vita e nelle sostanze nei riguardi del futuro governo del Vietnam e s'impegni a trasferirli altrove, per esempio, nell'isola di Formosa dove, secondo le consuete forme democratiche, potranno formare un governo legale in esilio. Ho finito.

Donna (con stupore) È una proposta magnifica…

Uomo È la soluzione… è l'uovo di Colombo…

Autore Ai voti, per piacere.

 

L'Uomo e a Donna alzano il braccio.

 

Uomo (con entusiasmo) Approvata! Approvata!

Autore Contegno, signori! (l'Uomo e la Donna, riprendono la posizione ieratica di prima) Il mio presidente ringrazia l'Assemblea dell'ascolto ed è lieto che la sua proposta sia stata approvata.

Uomo Per quanto non ci sia bisogno di dirlo, il mio presidente, a nome degli Stati Uniti d'America, il paese più interessato a tutta la questione, accetta la proposta approvata dall'Assemblea, diramerà gli ordini del caso e si accolla di buon grado le spese dell'operazione di trasferimento. Dovesse trasportare tutto il popolo del Vietnam, il mio presidente s'impegna a farlo perché le stragi abbiano termine e altre non se n'aggiungano quando le truppe americane abbandoneranno il paese.

Donna La Repubblica Popolare Cinese è d'accordo. Si portino pure via gli americani i vietnamiti che non intendono rimanere nel loro paese nel clima di libertà della nuova Repubblica Popolare Vietnamita. Per coloro che hanno combattuto e vinto la scelta di costoro è una confessione.

Autore (con severità) Osservatore cinese, pubblichi sui giornali quello che vuole. All'Assemblea interessa il suo assenso e basta! La seduta è tolta!

 

I tre attori si alzano, sempre con le braccia incrociate sul petto e si salutano vicendevolmente con un leggero inchino del capo. Poi, camminando duri e impettiti uno dietro l'altro, vanno dietro il paravento. Escono dopo un po', l'Autore e l'Uomo. L'Autore ha un abito elegante che porta con molta naturalezza. L'Uomo è in divisa da generale americano. Entrambi leggono il giornale, l'Autore con un atteggiamento distaccato e assente, l'Uomo, invece con avidità, portandosi la pagina molto vicina agli occhi. Entrambi fumano: l'Autore con un lungo bocchino quasi impercettibilmente, l'Uomo invece con rabbia, agitando la sigaretta con le labbra, quasi mordendola. Senza distaccare gli occhi dal giornale si siedono sui cubi. Dopo un po' esce da dietro al paravento la Donna, negli abiti di una cameriera, vestito nero, lucido, leggero e un piccolo grembiule bianco davanti. Si avvicina all'Autore  e gli chiede, con molto rispetto:

 

Cameriera Desidera qualcosa, signor ambasciatore?

Ambasciatore Un bicchiere di latte.

Cameriera E lei, signor generale?

Generale Eh… per me whisky con ghiaccio… molto whisky…

 

La cameriera esce. I due attori si sprofondano di nuovo nella lettura. La cameriera rientra. Porta su un vassoio il latte e il whisky. L'ambasciatore prende il latte e lo beve centellinandolo, il generale afferra il whisky e, senza staccare gli occhi dal foglio, lo tracanna rapidamente tutto d'un fiato. La cameriera riprende i bicchieri ed esce.

 

Generale C'è da rimanere di stucco! Che me lo avesse detto una settimana fa, lo avrei schiaffato in prigione o in manicomio. (con indignazione) E dovremo caricare i profughi sulle nostre navi da guerra… le hanno prese come vecchie diligenze, tutto fare… ma quanti saranno questi profughi?

Ambasciatore Parecchi… qualche centinaia di migliaia… forse milioni…

Generale Trasporto gratuito, avanti! Intanto il contribuente paga…

Ambasciatore Con questo trasferimento almeno ha finito di pagare.

Generale E chissà il bordello che faranno! Ogni famiglia arriverà con un treno di roba…

Ambasciatore Ogni profugo ha il diritto di portare cento chili di bagaglio, in valigie o bauli, e cinquanta per i minorenni. Non è molto.

Generale E il governo… dico, quello vietnamita, li indennizza?

Ambasciatore Naturalmente! A quelli che hanno fatto la denuncia dei redditi paga dieci volte quello che hanno denunciato, aggiungendo un'aliquota moltiplicata per due, secondo la valutazione catastale diminuita del venticinque per cento...

Generale Basta, basta, mi fai impazzire… e a quelli che non hanno niente che cosa da'?

Ambasciatore Fa' una statistica del costo della vita secondo le tabelle dell'Istituto Superiore d'Economia e Commercio, ne ricava la media, la moltiplica per dieci e…

Generale … e poi paga!

Ambasciatore No, non ancora!

Generale Ma in ultima analisi, paga… riempiremo le stive di tutti i pezzenti di Saigon!

Ambasciatore No. Per ottenere il diritto a partire bisogna fare una domanda corredata da motivazioni serie che un ufficio apposta vaglierà attentamente. Non è una bella prospettiva abbandonare tutto. Non ci sarà nessuno che lo farà per denaro. Non potranno portare via né oro, né preziosi, né valuta estera. Chi parte, porterà via solo la sua pelle e dovrà per giunta dire grazie a noi.

Generale Per fortuna li portiamo a Formosa e non in America! Soldi o non soldi, la parte che se ne va non è certo la migliore.

Ambasciatore E perché? Ci saranno, senz'altro, quelli che scappano perché hanno fatto il diavolo a quattro, sbirri, spie, ruffiani, torturatori, ma ci saranno anche quelli che esagerano la propria paura o che non se la sentono di collaborare con il nuovo governo ed emigrano in attesa di tempi migliori. Noi salviamo tutti per non dare al mondo lo spettacolo di una carneficina che accadrebbe oggi, domani, che sarebbe già accaduta se non fossimo ancora qui, ben piantati con le nostre truppe. (si alza) Debbo andare, mi aspetta l'ennesima riunione di governo. Ci vediamo questa sera?

Generale (si alza anche lui) Sì, dove vuoi? Al circolo?

Ambasciatore Sì, per me va bene… al circolo.

 

Si allontanano, uno da una parte e l'altro dall'altra e spariscono dietro il paravento. Dopo qualche minuto i due attori escono da dietro il paravento vestiti da soldati americani. Naturalmente parrucca e trucco li fanno molto diversi dai due personaggi della scena precedente. Camminano dinoccolati, hanno un aspetto trasandato, annoiato. Uno fuma e l'altro, John, mastica della gomma con un esagerato movimento della mascella. Appena entrati in scena si siedono sui cubi con le gambe tese larghe, la schiena curva, le braccia penzoloni, la faccia inespressiva, assente.

 

I° soldato Che ne dici, John?

John Che vuoi che dica! Porco di un boia, è la prima volta che capisco cosa fanno all'O.N.U. Se d'ora innanzi non faranno sempre così…

I° soldato Dovrebbero fare così anche per Berlino. Io ho un fratello in Germania…

John Faranno così anche per Berlino.

I° soldato E dovrebbero fare così anche per Cuba.

John Anche per Cuba… no, per Cuba è diverso. Porco di un boia, Fidel Castro lo si manda via a pedate.

I° soldato Senza l'O.N.U.?

John Senza l'O.N.U., Fidel Castro mi sta come un chiodo qui, nella zucca.

I° soldato Quando sarai a casa non ci penserai più.

John (con un sorriso ebete) Porco di un boia… a casa!

I° soldato Fuori dalla giungla…

John (animandosi) Fuori… fuori… ho letto su un libro che un tempo tutta l'America era coperta dalla giungla di New Jork a San Francisco, da Chicago a New Orleans. Poi sono svaniti gli americani e l'hanno spazzata via. Così hanno fatto dell'America il più bel paese del mondo.

I° soldato John, tu non hai visto l'Italia…

John (offeso) L'ho vista. Che credi? Ho girato su tutte le navi degli Stati Uniti. Per me è un paese bello solo su cartolina. Poi ci vai, ed è uguale a tutti gli altri.

I° soldato Ci sono posti stupendi… e non fai un passo senza trovare una pietra romana.

John Mah… mio bisnonno era di Roma e se n'è andato. Per lui le pietre romane valevano quelle del Texas. (con disprezzo) Le pietre… porco di un boia… è tutto commercio! Gli italiani sono furbi. Se ti vedono incantato di fronte alle pietre ti costruiscono una nicchia d'oro che però ti fanno pagare.

I° soldato (con entusiasmo) John, andiamo a casa!

John Prima dobbiamo sbrigare la faccenda dei vietnamiti. Qui, ci scommetto, ci seguirà mezzo paese e dovremo allargare l'isola di Formosa per contenerli tutti.

I° soldato Compito del genio militare… noi siamo marines.

John Non t'illudere! Quei fetenti di Washington ci hanno sempre fatto fare di tutto. Vedrai, anche questa volta metteranno sotto noi. E noi, porco di un boia, non diremo “Ba” e sgobberemo come dei muli.

I° soldato (con tono malizioso) Debbo lasciarti, John, ho un affare urgente.

John Ah, un affare urgente…

I° soldato Sì, John, te l'assicuro. E tu non puoi venire.

John Già, da solo sei già di troppo.

I° soldato Proprio così.

John (infuriandosi) Ah, porco di un boia, e hai il coraggio di dirmelo. Ma ti strozzo con le mie mani…

I° soldato No, John, un'altra volta…

John E non ti ricordi più che dobbiamo smontare tutto?

I° soldato Ma puoi fare da solo.

John No, mio caro. Tu stai qui con me e mi aiuti, anzi, sarò io che aiuterò te. (con autorità) Incomincia, marmittone! Devi smontare quello (e indica il paravento) e portarlo via.

I° soldato (lamentoso) Dove?

John Dove vuoi tu, ma lontano da qui. Dietro ci sono gli attrezzi. Sbrigati, ti ho detto!

I° soldato (alzandosi lentamente) E vado… vado…

 

Anche John si alza e i due soldati spariscono dietro il paravento, si vedono le loro sagome agitarsi disordinatamente mentre si sentono forti colpi di martello ed altri rumori d'oggetti che cadono e, che i due soldati spostano e raccolgono. Ad un tratto si vede il paravento muoversi violentemente in avanti e indietro e, in certi momenti, sembra sul punto di cadere. Il I° soldato appare su un fianco del paravento e sembra che faccia uno sforzo tremendo per tenerlo dritto, intanto grida:

 

I° soldato John… aiutami… porco di un boia…

John (appare dal lato opposto del paravento e anche lui lo tiene dritto con tutte le sue forze) E adesso adagio, adagio, lo portiamo via… ( si muovono con il paravento dando l'impressione che pesi moltissimo) ce la fai?

I° soldato (con sforzo) Sì…

John Coraggio… ci siamo quasi… (escono dal palcoscenico)

 

Dietro al paravento vi è la madre. Mentre i due soldati portano via il paravento essa appare. È inginocchiata per terra, dritta sul busto, la testa china sul petto, le braccia lungo il tronco. I capelli della maschera le scendono disordinatamente sulle spalle e anche davanti. I due soldati rientrano, raccolgono i costumi sparsi sui cubi e li portano via. La madre non da' segno di accorgersi della loro presenza. Entra da un lato del palcoscenico il manichino raffigurante il soldato sudvietnamita, tirato con un filo dal lato opposto: in questa maniera il manichino attraversa tutto il palcoscenico. La Donna non si muove, sembra che non s'accorga del manichino che passa davanti a lei. Solo nell'istante che il manichino sta per uscire dal palcoscenico, afferra una pistola, che tiene nascosta nel vestito e spara due colpi in direzione del manichino. Il manichino cade, riverso a terra. La Donna rimette la pistola nel vestito e riprende l'atteggiamento di prima. Dopo un po' entrano in scena, dalla parte prossima al manichino, l'Ambasciatore e il Generale. Si avvicinano al manichino e lo guardano a lungo. Finalmente il Generale inizia a parlare continuando a guardare il manichino a terra:

 

Generale Ambasciatore, che ne facciamo dell'esercito sudvietnamita! Lo seppelliamo e lo spediamo a Formosa?

Ambasciatore Il comma secondo dell'articolo terzo del trattato dice di seppellirlo.

Generale (con un gesto di fastidio) Al diavolo i trattati! L'esercito sudvietnamita si è battuto valorosamente. È un peccato seppellirlo. Se lo trasportiamo a Formosa faremo un regalo bellissimo a Chiang-kai-shek.

Ambasciatore Non si può! I trattati sono trattati e vanno rispettati. Generale, facciamo ciò che ci hanno detto di fare. Seppelliamolo! Riposerà con i soldati americani che sono morti per questa terra, lontano dalla loro patria. Non sono morti invano. (s'inchina e afferra il manichino per le spalle) Coraggio, prendilo per i piedi! (il generale si china anche lui ed insieme sollevano il manichino) Il trattato precisa che tutti i morti sui campi di battaglia o dilaniati dalle bombe, in qualunque delle due parti abbiano combattuto, siano ricordati con rispetto. Non vi è mezzo migliore per pacificare i vivi che indurli a venerare i morti. (escono lentamente trasportando il manichino).

 

Dalla stessa parte dove sono usciti l'Ambasciatore e il Generale entrano, dopo un po', il sacerdote cattolico e il bonzo. Il sacerdote legge il breviario, il bonzo ha in mano una ciotola e nell'altra un lungo bastone. Vedono la donna e si fermano. La donna non si accorge di loro e rimane immobile nell'atteggiamento di prima.

 

Bonzo Prete! Guarda quella donna! Non è la madre alla quale dovevano fucilare il figlio?

Prete Sì, bonzo.

Bonzo Chissà se l'hanno fucilato.

Prete Non so.

Bonzo Chiediamoglielo?

Prete Come vuoi.

 

Si avvicinano alla donna. Il prete si siede su un cubo, il bonzo, invece, per terra, con le gambe incrociate.

 

Bonzo La pace sia con te, buona donna. Non so se ti ricordi di noi, ti abbiamo conosciuta il giorno che stavano per fucilare tuo figlio. L'hanno poi fucilato?

Madre (con accento feroce) Sì… ma mi sono vendicata… poco fa! (tende al bonzo la pistola) Ecco la pistola: è ancora calda.

Prete Dio abbia misericordia per i morti e aiuti i vivi a dimenticare.

Bonzo I morti sono entrati nell'immenso grembo della natura. Ritorneranno: i cattivi, i sadici, i torturatori in animali feroci. I buoni uomini con un destino migliore. Solo i bonzi che si sono arsi vivi per le vie di Saigon non ritorneranno, essi hanno raggiunto il regno.

Prete Il regno dove si gode Dio.

Bonzo Il regno dove si gode il nulla.

Madre Mio figlio era giovane: io riponevo in lui tutte le mie speranze. Mi dava gioia, venerazione, amore. Mi consolava delle mie fatiche, era già il sostegno della mia vecchiaia. La solitudine con lui non mi faceva paura. Ora è il mio incubo. Chi vi capisce quando parlate di regno? Perché Dio deve godere mio figlio? Fra me e Dio chi ha maggior diritto di goderlo? (al prete) E chi ti dice che mio figlio goda d'essere con Dio più che con me? Io sono sicura del fatto mio, solo che potessi interrogarlo! Mi basterebbe guardarlo, anche senza chiedergli nulla e saprei subito la sua risposta. Egli verrebbe con me perché con me era nel regno.

Bonzo Egli è ancora con te perché nessuno può lasciare l'universo, ma solo mutare da forma a forma. Illusione effimera, siamo noi, come lo sono i morti. L'unica realtà è il tutto che ci comprende. Se non vedi più tuo figlio, come non puoi più stringerlo come facevi un tempo, ti lamenti a torto. L'universo ha bisogno della morte come della vita per progredire verso il regno del nulla dove finalmente non vi sarà più né vita, né morte, né desideri, né passioni, né capricci, ma solo la pace immutabile del suo essere, dell'incoscienza.

Prete Egli è ancora con te perché Dio, creando la vita, l'ha destinata a sopravvivere dopo la morte. Non per tutti: animali e piante non sopravvivono, ma con la morte si perdono nel tutto, nell'universo, nel nulla. Se non vedi più tuo figlio, se non puoi più stringerlo come facevi un tempo, puoi consolarti col pensiero che vive e ti aspetta nel regno che Dio ci ha destinato. In questo regno non vi è morte, né desideri, né passioni, né capricci. In questo regno esiste solo la vita sfrondata di tutto quello che rende la stessa vita dolorosa e triste.

Madre (con ironia disperata) Io mi lamento a torto… finché la ferita brucia, continuerò a lamentarmi. (con rabbia) E se non volete ascoltarmi, andatevene, non vi ho chiesto nulla! (sfiduciata) Intanto… l'unica cosa che chiedo non potete darmela! Anche se parlaste per anni, la vostra parola non sostituisce la vita, il contatto, la vista di mio figlio. Questo dovete capire prima di parlare ad una povera donna, come me, perché io vi vedo come siete… ridicoli, presuntuosi, pieni di boria e di falsa sapienza. Io non faccio teorie sulla morte e su che cosa ci aspetta. Fosse anche in un castello incantato, fossi anche sicura che stia meglio di quando era con me, il pensiero che non vedrò più mio figlio è un tormento infinito, continuo, implacabile. (con dolcezza) Con lui mi svegliavo all'alba, con lui attendevo il tramonto, con lui respiravo di notte, con lui ero viva di giorno. A guardarlo dormire, mi riposavo. A guardarlo mangiare, non avevo più fame. La mia fatica era un gioco, quando lo vedevo giocare. Mi tormentavo quando era triste o piangeva e mi sembrava di non poter soffrire di più. Ora so che si può soffrire di più…

Bonzo Non c'è famiglia, nel Vietnam, in cui una madre o un padre non sentano quello che senti tu.

Madre Lo so, ma non mi consola.

Bonzo Non lo dico per consolarti, ma perché leggo nel tuo dolore la pagina tremenda che il nostro popolo ha scritto nella storia dell'umanità. Molti altri popoli hanno scritto le stesse cose, altri le stanno scrivendo. Finora nessuno ha mai imparato da questa lettura a fermarsi prima del disastro, come è successo a noi. Il nostro dissidio iniziale sembrava una cosa da nulla, un sassolino che pareva di poter spostare con un piccolo colpo di piede. Il sassolino non si è più fermato e si è trasformato in una valanga. (si toglie a maschera e dà un lungo sospiro di sollievo) Ah… respiro! È una maschera infernale! (si rivolge all'Autore) Bisogna cambiarla o modificarla. Tiene un calore insopportabile! Non si può recitare,  il fastidio prende al petto e toglie il fiato. (si asciuga il sudore sulla faccia con un fazzoletto) Come fai tu a sopportarla?

Autore (si toglie la maschera) Questa è diversa, è più larga e non fascia tutta la testa come la tua.

Donna (si è tolta la maschera) La mia in più ha tutti questi capelli! (all'Uomo) Moltiplica per due il calore della tua… (si ravvia i capelli) ah, sono proprio sfinita! (si alza, si libera del vestito della madre e fa qualche passo)

Uomo (imbarazzato) Scusatemi se ho interrotto la scena.

Autore Hai fatto benissimo. Secondo me la commedia è finita. Abbiamo detto tutto quanto dovevamo dire. (si alza anche lui e si rivolge alla stenografa) Signorina…ha stenografato tutto?

Stenografa Sì, tutto… non ho saltato una parola.

Autore (con entusiasmo) Bravissima! Ora vada di là e batta a macchina quello che ha scritto. Non si preoccupi se c'è qualcosa che non capisce o se non ha segnato tutti i movimenti. L'importante è che ci sia il dialogo, il nerbo del dialogo che abbiamo fatto.

Stenografa Per il dialogo può stare tranquillo… e ho segnato anche tutti i movimenti. Tra un'ora spero di poterglielo consegnare finito.

Autore Bene! Vada… vada… (la signorina esce) (alla Donna) sei felice?

Donna Sì, tanto… stanca, ma felice! (nel frattempo i tre attori si sono portati molto avanti sul palcoscenico e mentre la Donna recita si abbassano lentamente alle loro spalle le tende del sipario) C'erano dei momenti che non sapevo come andare avanti… la parola mi sembrava un macigno che non sarei mai riuscita a sollevare o un diamante sperduto in una pietraia e che dovevo trovare a tutti i costi. Sentivo che l'avrei trovato, ma il tempo a mia disposizione era così breve che provavo un orgasmo doloroso, invincibile. (con gioia) Ora è tutto finito, (all'Autore) se tu sei contento?

Autore Soddisfattissimo.

Donna Non credevo che una madre potesse soffrire tanto per la perdita del proprio figlio. (all'Autore) Ho sofferto terribilmente, credimi! In certi momenti mi pareva d'impazzire di dolore.

Uomo L'ho compreso. Quando hai incominciato… con lui mi svegliavo all'alba, con lui attendevo il tramonto… ho sentito una commozione, qui dentro, (e s'indica il petto) che, se non fosse stato per la maschera, mi sarei messo a piangere. (sorridendo) Se avessi continuato ancora un po', avrei pianto con la maschera.

Autore La realtà ha vinto la finzione e abbiamo raggiunto questa vittoria perché abbiamo improvvisato. Di fronte a noi non c'erano parole scritte che dovevamo leggere con la mente tesa a ricordarle una per una, e tutte insieme, ma il personaggio con le sue variazioni d'umore, di sentimenti, di stati d'animo. (sorridendo, all'Uomo) Tu sei stato un bonzo ineffabile!

Uomo Ma se lo sei stato anche tu…

Autore Mi riferisco al dialogo finale. Se non avessimo avuto in mezzo a noi il dolore di una madre, avremmo recitato un trattato intero di filosofia buddista e cristiana.

Donna Io mi sono sentita venir male quando hai avuto l'idea della seduta all'O.N.U. Non credevo che fosse un'idea possibile, realizzabile.

Uomo C'era del ridicolo nella mia idea e me ne sono accorto subito, appena mi è venuta in mente. Poi mi sono detto: è tutto per gioco, proviamo! (all'Autore) Ma è stata la tua proposta finale per la pace nel Vietnam che mi ha convinto che l'idea era giusta e realizzabile. Hai dato un'impostazione concreta ad un problema che, militarmente e politicamente, è ancora in alto mare. Per conto mio farò di tutto per recitare questo dramma! La tua proposta deve essere conosciuta e valutata da chi ha la possibilità di decidere per la pace e per la guerra.

 

La Donna prende sottobraccio l'Autore e l'Uomo e li stringe a sé. Parla con entusiasmo, con convinzione:

 

Donna Io sono sicurissima che sarà recitato… vedo platee piene…

Autore Ti prego, per carità!

Uomo Lasciala dire, che male c'è?

Donna Vedo teatri gremiti, platee piene, folle che vengono a sentirci. Sento che approvano che noi parliamo del Vietnam. Sento che dicono con i loro sguardi attenti: è proprio questo ciò che volevamo, un discorso chiaro, una meditazione seria, una finzione che trasformi una realtà di guerra in una realtà di pace. Avete assolto il compito della poesia e dell'arte… e ve ne siamo grati.

Autore Questo poi no!

Donna (insistendo)… e vi applaudiamo! (inchinandosi e facendo inchinare anche i due uomini) Gentili signore e signori, la nostra più cordiale buonanotte!

 

FINE

 

 

 

 

CARNEVALE   DUEMILA

 

 

Farsa  in  due  tempi

 

 

 

Personaggi (in ordine di entrata) :

 

            Primo tempo

 

1° guerrigliero

2° guerrigliero

Donna giovane con telefono

Giovane uomo

Vecchio cieco

Pu-Ji, imperatore cinese

Indiano anziano

Indiano giovane

1° maschera bianca

2° maschera bianca

Negra

Negro

1° polizziotto

2° poliziotto

1° infermiere

2° infermiere

Uomo giallo

Uomo indiano

Uomo negro

 

            Secondo tempo

 

Donna giovane con terlefono

2° guerrigliero

Soldato

Avvocato

Indiano

Militare giallo

1° maschera bianca

2° maschera bianca

Uomo giallo

Uomo indiano

Negra

Negro


 

PRIMO TEMPO

 

Scena prima

 

 

Scena semibuia. Fondale uniforme, indifferente, grigio. Un fascio di luce illumina fortemente due uomini giovani  vestiti con una tuta militare. Uno è disteso bocconi a terra e si regge sui gomiti, rivolto verso il pubblico. L'altro seduto appoggiato allo stipite della scena: sono armati. Quello seduto tiene il mitra in grembo, l'altro vi è appoggiato sopra.

 

1° guerrigliero (quello disteso) È la notte dell'anno duemila… (alza il volto al cielo) notte fatata… notte come ne viene una ogni millennio.

2° guerrigl. (con indifferenza) Notte come tante altre…

1° guerrigl. (facendo il gesto di afferrare una formica per terra) … per le formiche… per gli animali, per tutti… non per l'uomo! (con passione) Per l'uomo è l'ultima notte del secondo millennio e la prima del terzo.

2° guerrigl. Convenzioni stupide!

1° guerrigl. (con affetto) Non lo pensi!

2° guerrigl. (con violenza) Lo penso, invece!

1° guerrigl. Non è vero! Sei come gli altri, come tutti… (con calore) come me, che in questa notte fasciata di silenzio sento qualcosa di magico, un nonsochè, come dicevano i nostri antenati al principio di questo secolo, un nonsochè di triste… di morto e di vivo…

2° guerrigl. Più morto che vivo!

1° guerrigl. … un nonsochè che ti brucia dentro e ti gela nello stesso tempo… (con tono spensierato) ma comunque dolce. Io non so dire le cose come un poeta, io le sento. (rivolge lo sguardo di nuovo al cielo) Sarà il valore, il significato di una data, il fatto che la ricordano tutti… (con insistenza) tutti, anche quelli che non segnano i giorni come noi, ma che si sono abituati al nostro calendario come ci siamo abituati a vedere il cielo in uno stesso modo con le sue stelle, le sue grandezze fisse e quelle in moto, le sue girandole e le sue strade bianche…

2° guerrigl. (rovesciandosi indietro col viso rivolto al cielo) Oh, cielo! Ti penso come una pagina oscura su cui è scritto il destino dell'uomo… nel balbettio delle tue luci, nel tremolio delle tue stelle… e voglio dirtelo forte: in questa notte finisce il secondo millennio… (con violenza) male, malissimo! L'umanità è piagata da un'epidemia che non si è mai vista, che non ha rimedio… la fame! Solo degli scemi come noi possono continuare a lottare perché i pochi che mangiano dividano il loro cibo con quelli che stanno morendo, che si mangiano uno con l'altro, che impazziscono nel delirio della fame! (si alza urlando) Solo degli scemi come noi!

 

Improvvisamente si ode un secco colpo di fucile, il 2° guerrigliero si affloscia su se stesso e rotola da una parte. L'altro si distende bocconi a terra e si copre la testa con le mani.

 

 

Scena seconda

 

                   Dal lato opposto della scena entra una donna di una ventina d'anni che un fascio di luce illumina violentemente mentre quello sui due uomini si attenua. La donna ha il telefono in mano e il microfono all'orecchio. Si appoggia allo stipite della scena e parla con tristezza.

 

Donna No, non vengo… sì, anche se è l'ultimo giorno dell'anno, naturalmente, lo so! (scandisce le parole) È l'ultima notte dell'anno millenovecentonovantanove… certo è un numero lungo, domani sarà più breve. (con aria scherzosa) Vuoi che lo dica? Perché? Se ti fa' piacere… duemila… (in crescendo) duemila… duemila! Sei contenta? No, non vengo… sì… sto qui a sognare… naturalmente, penso a lui! Se è ancora vivo, anche lui mi pensa… sono triste! Per questo penso alla morte… (con fastidio) lo so… lo so che non conclude nulla! Conclude per sé, capisci? Non può farne a meno e sarà ucciso! (lentamente) Tanto vale che muoia così. Qui morirebbe di fame. Sai da quale parte si metterebbe… naturalmente non dalla parte di quelli che mangiano… ciao, divertiti, ciao! (posa il ricevitore sul telefono) Io aspetto una notte diversa… non quella del duemila… (scivola fuori scena)

 

 

Scena terza

 

Guidati da un fascio di luce entrano in scena due uomini, uno giovane, vestito con ricercatezza, pantaloni attillati, giacca ad un petto colletto duro e cravattino. L'altro più anziano, più alto, con una folta capigliatura e lunga barba. Il primo è immerso nella lettura di un libro, l'altro è cieco e si lascia guidare dal primo. La sua cecità appare dai movimenti incerti, dal lento girare del capo, dagli occhi chiusi. Appoggia una mano sulla spalla del giovane che si porta verso il pubblico continuando a leggere ed a un certo momento si ferma.

 

Cieco Perché ti fermi?

Giovane (imbarazzato, sollevando il capo dal libro) Ah, scusa, stavo leggendo…

Cieco (con interesse) Che cosa?

Giovane (indifferente) Un libro.

Cieco (sorridendo) Cosa dice questo libro?

Giovane Parla della razze.

Cieco Interessante, l'hai già letto?

Giovane L'ho appena iniziato.

Cieco E che cosa dice finora?

Giovane (con svogliatezza) Che sulla terra vi sono due razze.

Cieco (stupito, scuotendo la testa) Due? Due? Oh, ai miei tempi ce n'erano almeno quattro… sì, sì, almeno quattro o cinque… come mai?

Giovane (stringendosi nelle spalle) Non so… è scritto qui! (apre il libro e legge) Gli uomini si dividono in due razze; quelli che mangiano e quelli che non mangiano.

Cieco (stupito) Semplicità dei tempi! Nella mia gioventù si intendeva per razza una cosa più seria… più complessa…

Giovane (indifferente) Sarà!

Cieco Continua!

Giovane (riprendendo la lettura) La razza che mangia è formata dai bianchi, l'altra dai gialli, dai neri, dai rossi e dai discendenti delle loro linee incrociate.

Cieco Bianco nessuno?

Giovane Non sembra, (con improvviso interesse) ah, qualche bianco è a fianco dei gialli e dei neri… (con indifferenza) ma non sembrano molti.

Cieco Come fai a saperlo?

Giovane (con fastidio) C'è scritto in una nota in fondo alla pagina.

Cieco Due razze! (estasiato) È semplice, chiaro… due razze! La bianca e tutte le altre… (con gioia infantile) è facile da ricordare! E il motivo? Si rifà addirittura alle origini… semplice, chiaro! E la divisione? È facile da capire… fame e non fame. Altro che qualità della pelle, colore, forma del naso, degli occhi… (estasiato) fame e non fame… due soli colori… bianco e non bianco… come fame e non fame…

Giovane (come colpito da un'idea improvvisa, chiude il libro e se lo mette in tasca. Contemporaneamente estrae dall'altra tasca un giornale che apre febbrilmente) Ah, sul giornale di oggi c'è una notizia interessante.

Cieco (con curiosità) Quale?

Giovane (scorre il giornale poi alla fine trova il punto che lo interessa) Le razze animali stanno sparendo dalla faccia della terra. In Africa, per esempio, non esistono più animali né di piccola né di grande taglia, solo termiti e formiche… ma stanno sparendo anche loro.

Cieco Perché?

Giovane I negri se le mangiano. Praticamente i negri si sono sostituiti ai formichieri la cui razza è scomparsa, ed è una fortuna altrimenti a quest'ora l'Africa sarebbe un formicaio solo. (continua a leggere) Dalle statistiche sembra che nessuna razza sia prolifica come la razza umana.

Cieco Bella forza! Le razze animali spariscono perché sono distrutte, chi distrugge la razza umana?

Giovane (chiudendo il giornale) Hai ragione, è una statistica viziata alla base.

Cieco Alla base! (con interesse) Che cosa c'è d'altro?

Giovane (con indifferenza) Nulla! C'è un'intervista con un negro d'Africa.

Cieco Interessante, e che cosa dice?

Giovane Che invidia i negri d'America.

Cieco Perché?

Giovane Ha l'idea che i negri d'America stiano meglio di lui. (ironico) Poveretto! È solo perché ai gialli fa' comodo che l'africano invidi il fratello americano e che il negro d'America invidi il fratello africano. Tutta politica!

Cieco (preoccupato) I gialli sono troppo a sinistra.

Giovane (con vivacità) Macché a sinistra! Sono affamati come i negri d'America e dell'Africa. Oggi, esclusi i bianchi, tutte le razze hanno due soli problemi: il numero enorme e la fame. (soprappensiero) Però c'è qualcosa che differenzia i gialli dai neri, indiani e malesi.   

Cieco (con vivo interesse) Che cosa?

Giovane I gialli hanno le atomiche… poche, ma potenti come quelle dei bianchi.

Cieco Bisognerebbe convincerli a vendercele.

Giovane (con sarcasmo) Che pazzia, ne abbiamo già troppe!

Cieco (con sufficienza) Gioventù, gioventù, che non vedi più in là del tuo naso!

Giovane (irritato) E tu che non vedi nemmeno al di qua?

Cieco (sollevando con rabbia la mano dalla spalla del giovane) Villano! (agitando le braccia) Va' via… va' via… non ti voglio più come guida! (con rimprovero) Parlare così ad un cieco! Lo so, lo so che sono cieco. Va' via, va' via! (il giovane si stringe nelle spalle ed esce lentamente leggendo. Il cieco si muove sulla scena tendendo avanti le mani, brancolando) Troverò qualcuno… (entra una donna negra, alta, magrissima, coperta da un lungo mantello che le scende fino ai piedi. In braccio tiene un bimbo di pochi anni che ha la testa appoggiata sulla sua spalla e le braccia penzoloni oltre le spalle della madre. La donna è seguita da un negro alto, magro e vestito poveramente con una giacca larga, aperta sul petto nudo. Procedono lentissimamente facendo scivolare i piedi sul terreno come andassero in processione, immersi in un loro mondo di dolore, assenti a tutto ciò che li circonda. Il cieco con entusiasmo) Ecco… mi sembra che arrivi della gente… (il cieco sfiora con le mani la negra che continua a procedere come se il cieco non l'avesse toccata) sì… (il cieco lascia la negra e sfiora il negro, lo palpa e gli si mette dietro ponendogli una mano sulla spalla) sì… una donna ed un uomo… (al negro) permette che gli metta una mano sulla spalla? Sono cieco! (con curiosità) Dove andate?

Negra (con tono freddo, senza emozione) Al cimitero.

Cieco (con compassione esagerata) Ah, poveretti! (con fretta) Io vi lascio prima, non vi dispiace? Chi è morto?

Negra (continuando sempre ad avanzare lentissima) Nostro figlio!

Cieco Di che cosa?

Negra Di fame.

Cieco (con disappunto) L'avessi saputo… io ne ho da mangiare.

Negra (sorridendo in modo cattivo) Dite sempre così… dite sempre così…

Negro (con tono forte, ispirato, sollevando la testa in alto con gli occhi socchiusi) Farò camminare i ciechi per una via che ignorano, li menerò per sentieri che non conoscono,

                        muterò le loro tenebre in luce, se divideranno il loro pane con chi ha fame e non si nasconderanno a colui che è la carne della loro carne.

 

                        Escono tutti lentamente di scena.

 

 

 

 

Scena quarta

 

Entra in scena un cinese anziano quasi interamente fasciato da un ampio grembiule. Spinge una carriola su cui vi sono una decina di vasi, ognuno con un alto stelo di crisantemi dal grosso fiore giallo. Giunto a metà della scena si ferma ed incomincia a scaricare la carriola mettendo i crisantemi in fila davanti al pubblico, dall'estremità di sinistra verso il centro. Da questa estremità entra poco dopo un altro cinese vestito modestamente alla moda cinese di tanti anni fa. Ha in mano un paio di forbici da giardiniere e, incominciando dalla prima pianta, taglia tutte le foglie lungo gli steli. Dopo qualche istante si ode una voce fuori scena, come soffiata perché vorrebbe essere forte mentre è appena un sussurro:

 

Voce Pu-Yi… Figlio del cielo… ultimo imperatore della Cina… Pu-Yi…

Pu-Yi (voltandosi ed alzando il capo verso la direzione della voce, ma con tono tranquillo) Che cosa vuoi, nonna?

Voce (un po' ironica) Nulla! Volevo solo ricordarti che sei stato l'ultimo imperatore della Cina.

Pu-Yi (con una punta di fastidio) Perché lo ricordi?

Voce (con dispetto) Perché non c'è nessuno che lo ricorda… (con solennità) al di fuori della tua grande ava…

Pu-Yi (ritornando al suo lavoro) Lo so… lo so, tu ricordi tutto di quei tempi lontani! Ma sono così remoti, siamo morti nonna! Da anni e quante cose sono successe in Cina! Che cosa serve ricordare?

Voce (con puntiglio) Serve… serve…

Pu-Yi A chi?

Voce Agli storici, per esempio. Nessuno sa quanto hai sofferto sotto il comunismo, c'era Mao, allora. Naturalmente tu sorridevi sempre, ma io ti vedevo dentro…

Pu-Yi C'è ancora Mao?

Voce No, è passato! È durato fin troppo per i miei gusti.

Pu-Yi (intento al suo lavoro) Ad ogni modo che passassimo noi, imperatori della Cina, discendenti della dinastia dei Ching, era anche ora dopo tanti secoli. E c'è ancora il comunismo in Cina?

Voce No, è passato anche quello, da una cinquantina d'anni.

Pu-Yi (stupito) Non è possibile! Quando sono morto il comunismo c'era e dalla mia morte sono passati appena ventitré anni. Ti sbagli.

Voce Se non è morto, sta morendo. E Fior di Luna?

Pu-Yi (con tono triste) Ah, la mia piccola moglie? È morta.

Voce (risentita) Lo credo bene!

Pu-Yi È morta male!

Voce Male!

Pu-yi Sì, l'hanno gettata in un pozzo. (animandosi) L'ultima volta che l'ho vista era nel Palazzo del Nutrimento Spirituale… nella Città Proibita, coi suoi eunuchi, le dame e i damerini intorno… nello sforzo della sua morte! (con tristezza) Il nostro sembrava un regno che dovesse durare dei millenni, Mao l'ha spazzato via in poche ore! Sembrava un regno che avrebbe dovuto ritornare in Cina, non vi è più tornato! Supposizioni! Il futuro è fatto di supposizioni che sembrano realtà. Fra queste ognuno sceglie quella che gli fa più comodo, poi la storia giudica diversamente. Con tutto ciò ho un buon ricordo della mia gente.

Voce (aspra) Per me era tutta un'accozzaglia di lerci e di ubriachi.

Pu-Yi Sei ingiusta! Forse onorano ancora la tua memoria.

Voce (stupita) La mia memoria? È sepolta nei libri… e basta!

Pu-Yi Che importa, nonna? (con la mano accarezza un crisantemo) Io ho la passione dei fiori e li coltivo con arte. Li amo perché ho scoperto che hanno un'anima dolce, delicata, più dei loro colori.

Voce Crisantemi, ma perché coltivi solo crisantemi?

Pu-Yi (con indifferenza) Ce n'è molta richiesta… i bianchi li considerano i fiori dei morti.

Voce E ai morti interessano?

Pu-Yi Non so… non a quelli cinesi. Hai notizie?

Voce (con tono deciso) Brutte! La terra è un carnaio di gente che muore di fame.

Pu-Yi (con apprensione) E la Cina?

Voce È in agonia.

Pu-Yi Poveretta! (con interesse) Ma comunque sta meglio degli altri.

Voce Solo di quelli scomparsi… di quelli già morti.

Pu-Yi Chi sta meglio di lei?

Voce (con rabbia) Il bianco! Solo lui non ha fame ed ha cibo quanto ne vuole.

Pu-Yi (sorridendo e scuotendo la testa) È sempre stato il più bravo di tutti! Però basta che metta in pratica tutto l'amore che predica e la fame passerà… passerà, come tante altre disgrazie. Il bianco è per gli uomini un fratello maggiore. Quante volte ho sentito i bianchi chiamarsi fratelli fra loro! Soprattutto certuni vestiti di nero, con certi abiti lunghi che da lontano li facevano sembrare cinesi. (alla nonna, con ironia) Al solito, tu sei d'avviso contrario…

Voce (con fermezza) Io non giudico quelli con abiti lunghi, né quelli con abiti corti. So che tra loro se le danno di santa ragione. (con ira) Di fronte alla fame, se prima erano vermi, ora sono dei mostri… di crudeltà, di egoismo! Non so chi comanda in Cina, se ancora qualcuno comanda, comunque fossi io al comando, farei tabula rasa dei bianchi.

Pu-Yi (divertito) In che modo?

Voce Con quelle cose… aiutami tu che hai una memoria più fresca.

Pu-Yi Con le nostre spade di guerra?

Voce (sbalordita) No!

Pu-Yi Non dirmi che pensi alla polvere pirica…

Voce Ma se sono anni che non si fabbrica più… (con decisione) comunque, tabula rasa!

Pu-Yi (con decisione) Nonna, che cosa risolve la morte? La morte di quelli che consideri nemici… non so bene perché. Se i cinesi sono affamati perché debbono uccidere i soli uomini al mondo che non sono affamati? (si avvia soprappensiero verso il lato opposto della scena) È meglio convincerli, convincerli a dividere un poco… (esce dalla scena)

 

Ritorna il cinese con la carretta. Prende i vasi uno per uno, li carica e lentamente li porta via.

 

 

Scena quinta

 

Entra in scena un indiano. Appena entrato si siede per terra sulle gambe incrociate, incrocia le braccia e rimane immobile., rigido, il volto chino, gli occhi chiusi, immerso in profonda meditazione. Dietro di lui è entrato un altro indiano, anche lui magrissimo, ma più piccolo, più giovane. Come l'altro si siede per terra con le gambe incrociate con un'espressione di nervosismo sul volto.

 

Giovane Siamo soli! Se nessuna forza si oppone, parla e raccontami la tua visione.

Anziano (alza il viso lentamente e inizia a parlare guardando un punto fisso, in alto) Ero sulla riva di un lago e guardavo sulla sua superficie il riflesso del cielo. Chiamavo le forze nascoste, quando ad un tratto nell'acqua si è disegnata un'immagine…

Giovane (stupito) Quale?

Anziano (facendo un ampio segno circolare con la mano) Un cerchio solcato all'intorno da linee che si agitavano al tremolio delle onde. Facevo fatica a capire, d'altra parte pensavo che la visione, se era parola di Brahma, si sarebbe chiarita col tempo ed era inutile chiedersi se subito o quando.

Giovane Tutto è nelle mani del caso. Le forze nascoste hanno leggi che non conosciamo.

Anziano Non so il tempo che stetti immerso nella contemplazione del lago. Sembrava sempre mattino dalle luci tenui e diffuse che adagio, adagio allontanano dietro le spalle le ombre notturne. Il cerchio era sempre più nitido, le sue linee interne erano sempre più nette, precise. Ad un tratto capii che era l'immagine riflessa del nostro pianeta e le linee intorno erano i limiti delle terre emerse, come se li vedessi dall'alto, dal sole, per esempio o dalla luna o da venere.

Giovane (con tono di ammirazione) Solo Brahma può esprimersi in questo modo facendo vedere sulla terra l'immagine della terra stessa.

Anziano Cercavo il senso dell'immagine mentre godevo a guardarla. Lentamente da cerchio divenne forma globosa, rotonda, come una grande sfera nascosta sotto la superficie dell'acqua. E ingrandiva come se la terra, di cui era l'immagine, si avvicinasse alle mie spalle o piombasse dall'alto a velocità spaventosa. Ti confesso che ho avuto paura!

Giovane Io sono un brivido solo e non so se posso continuare ad ascoltarti. Eppure bisogna accettare ciò che viene da Brahma. Continua!

Anziano Per un istante credetti che la terra e l'immagine si fondessero insieme, ma non era questo il disegno di Brahma. Ad un tratto come se un'invisibile mano avesse messo fuoco dentro la sfera, vidi la terra accendersi di una luce violenta, e trasformarsi in una palla ardente, così luminosa che facevo fatica a guardarla, mentre una calore tremendo mi colava dagli occhi. Disperavo di poter continuare a resistere quando la palla di fuoco sparì sommersa in una nube lucente. Più rapido di quanto pensassi tutto ritornò come prima… il lago… i monti a corona del lago, la luce diffusa nel cielo di un chiarore appena avvertibile in quell'inizio di alba.

Giovane (meditabondo) Senza dubbio Brahma ha voluto parlarti, ma è difficile tradurre in parole il significato della visione. Brahma non tratta argomenti passati, per questi ha dato agli uomini la facoltà della memoria. Brahma tratta argomenti futuri. Ma quali? Forse l'arrivo di abitanti da un altro pianeta? O lo scontro della terra con una cometa vagante?

Anziano Penso che Brahma mi abbia descritto un avvenimento futuro che ha le sue origini qui, tra noi. Lo suppongo dal fuoco che non è giunto da fuori, ma si è acceso dentro la sfera.

Giovane Fuoco reale se ha trasformato la terra in una palla di luce.

Anziano Fuoco terribile che ha sollevato un pianeta al rango di stella.

Giovane (con angoscia) E noi?

Anziano Arsi, come legna portata ad alimentare la fiamma per incapacità di soffrire… per libera scelta fra tipi di morte…

Giovane (sottovoce)… al di fuori di quella per fame!

Anziano (con tono più forte e convinto) Al di fuori della morte per fame!

Giovane (si piega su se stesso con un'espressione di intenso dolore)

Anziano Che hai?

Giovane (indicando la regione dello stomaco) Mi fa male! potessimo oggi trovare un pugno di riso… non puoi  chiederlo a Brahma?

Anziano (alzandosi rapidamente ed aiutando il giovane a fare altrettanto) È meglio andarlo a chiedere in giro. (i due attori escono, l'anziano sostenendo il più giovane quasi piegato in due dal dolore)

 

 

 

 

Scena sesta

 

Entrano dalla parte opposta della scena due uomini, uno alto, magro, l'altro piccolo, grasso. Si portano al centro della scena, in avanti, unendosi uno vicino all'altro. Camminano rigidi come delle marionette. Sono vestiti con una tunica a maglia molto aderente, nera e chiusa fino al collo. Faccia e mani sono intensamente colorate di bianco. L'uomo alto ha un volto fine, delicato, mobile, occhi accesi e penetranti. L'uomo grasso ha un aspetto bonaccione, un po' indifferente, respira con affanno e ogni tanto si raschia la gola con violenza.

 

1° maschera

bianca Hai fame?

2° “                (storcendo il naso) Poca.

1° “               (ironico) Dici sempre così, poi divori tutto come un maiale.

2° “               Mi consolo che tu fai altrettanto.

1° “  Oggi no! È l'ultima sera del secondo millennio.

2° “ (con tono canzonatorio) Non farmi ridere! Nel tuo stomaco c'è sempre libero un posto… per la cena ed il cenone di capodanno.

1° “ (serio) Consumo. Meno mi sento fame, più ho fame.

2° “ (serio) È preoccupante.

 

Lunga pausa.

 

1° “ (esplodendo con violenza) La fame nel mondo ha raggiunto proporzioni impressionanti.

2° “ (con indifferenza) E che me ne importa?

1° “ C'è da aspettarsi, da un momento all'altro una reazione violenta da parte dei miliardi di uomini che non sono ancora morti di fame.

2° “ (con fastidio) Quale reazione?

1° “ Per esempio… che si mangino uno con l'altro.

2° “ (tranquillizzato) Si mangino pure!

1° “ Hai ragione! Si mangino pure!

 

Lunga pausa.

 

1° “ (con convinzione) Noi siamo tranquilli. La nostra società è perfetta, tanto produce tanto consuma. Aiutiamo i paesi in via di sviluppo, diamo a loro tutto ciò che ci avanza.

2° “ A quest'ora con gli aiuti che diamo, tutte le razze potrebbero essere al nostro livello… o almeno esserci a ruota.

1° “ Diciamo pure così… a ruota. (con superbia) Ma non ci raggiungeranno mai, anzi, saranno sempre più distanti. Non sanno programmare le nascite.

2° “ Non lo sanno!

1° “ Continuano a crescere con un ritmo sempre più alto, sono dieci miliardi.

2° “ (con ironia compiaciuta) Dieci miliardi!

1° “ (con aria di mistero) Il motivo è che non intendono rinunciare al piacere sessuale… o programmarlo.

2° “ (con tono duro) E allora soffrano la fame! Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

1° “ (ironico) È il caso di dire: chi è causa del suo mal, muoia con questo.

 

Lunga pausa.

 

2° “ (con tono preoccupato, ma volutamente indifferente) Succederà qualcosa?

1° “ (convinto) A loro! Noi siamo sempre duecento milioni. Programmazione! Da noi non si può segnare un nato in più se non si scala un morto.

2° “ Così deve essere.

1° “ (nervoso) Noi non chiediamo niente a nessuno. Diamo grano e lo facciamo ritornare pasta. Diamo olive e le facciamo ritornare olio. Chi lavora si sfama perché delle olive e del grano una parte rimane a chi lo manipola in pasta o a chi le manipola in olio. Faccio per dire.

2° “ Con tutto ciò ho un po' paura.

1° “ Di che? C'è il mare che ci divide da loro.

2° “ Da tutti?

1° “ Da tutti!

2° “ (con un sospiro) Non tutti… (con preoccupazione) ma alcuni possiedono delle bombe atomiche.

1° “ (ironico) E che se ne fanno? Possono forse cucinarle a pranzo?

2° “ (sottovoce) Possono usarle…

1° “ (con rabbia) Per annientarsi. Questo sì, dovrebbero farlo.

2° “ Dico contro di noi.

1° “ Sciocchezze, i loro mezzi di distruzione sono nulla in confronto dei nostri.

2° “ Nulla… nulla…

1° “ (con tono duro, spietato) Solo che pensino di usare le loro atomiche contro di noi…

2° “ (con apprensione) Ebbene, ebbene?

1° “ (con uno sguardo crudele) … li ridurremo da dieci miliardi a qualche migliaio.

2° “ (sorridendo, facendo ballare la pancia) Sarà una fortuna per queste migliaia. (ritornando serio) Mangeranno un poco di più, ma entro breve tempo saranno di nuovo da capo.

1° “ (con furbizia) Ma senza le bombe.

2° “ Naturalmente! Saremo tanto prudenti da non permettere che ne possiedano più. (insinuante) Dovremo fare così anche se non pensano di usare contro di noi quelle che hanno.

1° “ (con disprezzo) Sei cinico! (con foga) Il mio motto è: vivere e lasciare vivere…

2° “ (sottovoce) … chi può!

1° “ La nostra civiltà si fonda sui comandamenti e uno di questi dice: non uccidere!

2° “ Ricordo… che numero ha?

1° “ (con fare saccente) Deve essere il primo… ad ogni modo per me è il più importante.

2° “ (con tono convinto)… che nessuno ci uccida. Cosa c'è, senso morale!

 

Lunga pausa. Durante questa pausa entra in scena la donna negra della terza scena. Sotto il mantello tiene qualcosa e dalla posizione delle braccia si intuisce che è un bambino.

 

Negra Ci dovrebbe essere un comandamento che dice: non lasciar morire.

2° maschera

bianca (con accento incerto) Forse ci sarà.

1° “ (con decisione) No, lo escludo! Non c'è mai stato!

2° “ (conciliante) Comunque completerebbe il nostro senso morale.

1° “ (con rabbia) Non c'è nessun bisogno di completare il nostro senso morale. Nella nostra società tutto è perfetto.

2° “ (con un ampio gesto delle mani) Tutto!

1° “ (con ironia compiacente) Non lasciar morire… (si rivolge alla seconda maschera) ammettiamo pure questo comandamento nuovissimo. Non lo seguiamo già?

Negra (con disperazione) Troppo poco per le migliaia di madri che vedono i loro figli morire di fame! (solleva il bimbo poco oltre il mantello)

1° Maschera

bianca (concentrandosi su se stesso, come a risolvere il problema) Morirebbero di fame se invece di averne dieci, quindici, venti, ne avessero, che so, quattro o cinque?

Negra Morirebbero ugualmente!

1° maschera

bianca (tendendo verso la negra due dita) Due?

Negra (sconsolata) Morirebbero ugualmente!

2° maschera

bianca (meravigliata) Uno?

Negra (urlando) Morirebbero ugualmente!

2° maschera

bianca Allora non dovrebbero averne nessuno.

Negra Le madri muoiono anche se non ne hanno nessuno.

1° maschera

bianca (con tono soddisfatto) Vedi? Perché emanare un comandamento nuovo se è inutile? Teniamoci i comandamenti che abbiamo. La programmazione del nostro senso morale è la più antica programmazione che esista. L'ordine di non lasciar morire non c'è, è un invito, seguiamolo nei limiti delle nostre possibilità.

Negra (con ironia rabbiosa) Prima il tuo stomaco, poi il mio.

1° maschera

bianca (stringendosi nelle spalle) È una legge di natura.

Negra (con rabbia) Anche se il mio è vuoto?

1° maschera

bianca Che cosa vuoi che ci faccia?

Negra Dividi!

1à maschera

bianca Se è possibile… io me lo auguro… io non riempio mai il mio stomaco più di quanto mi è stato programmato, è una regola inderogabile. mai un peccato di gola. Perché dovrei farlo? Per vivere meno? Per vivere peggio? (alla negra) Non dirmi che sono uno schiavo, è meglio essere schiavo di una programmazione, che di un dolore di stomaco.

2° maschera

bianca (con tono indulgente) Purtroppo invece… io, ogni tanto ho qualche dolore di stomaco. (con decisione) Lo confesso, ogni tanto cedo alla passione di mangiare qualcosa di più.

1° maschera

 bianca (con disprezzo) Incivile!

2° maschera

bianca Ma senza passione, che cosa è la vita?

1° “ Equilibrio, benessere! Vivere senza passioni è una regola vecchia di millenni. Solo che un tempo si predicava con passione di vivere senza passioni. Ora è tutto diverso, viviamo senza passioni e non lo predichiamo più. La differenza è sottile, ma sostanziale.

 

Lunga pausa.

 

Negra (si è accovacciata per terra, china sul figlio morto) Hai mai sofferto la fame?

1° maschera

bianca Mai!

Negra (con intensità) È una cosa straziante!

1° maschera

bianca Può darsi.

Negra E non ti commuove?

1° maschera

bianca La commozione non sfama nessuno.

Negra Dividere?

1° maschera

bianca Difficile!

Negra Donare?

1° maschera

bianca (con accento assente) Io vendo… (con stanchezza) ma siete troppi.

Negra In pochi moriremo meglio?

1° maschera

bianca In pochi potreste sperare di soffrire meno la fame domani, dopodomani. Se si lascia un'eredità di speranza è sempre meglio di un'eredità di disperazione.

Negra (con ironia crudele) Speranza di fame!

1° maschera

 bianca (con accento confuso) Non vedo proprio che cosa potrei promettere di più… (in questo momento entrano in scena due poliziotti che sostengono sotto le ascelle il negro della terza scena che si lascia pesare lungo disteso sulle mani che lo sostengono. La prima maschera bianca ha uno scatto d'ira contro i poliziotti) Perché lo trascinate così?

Poliziotto (con tono indifferente) Se non lo teniamo si lascia andare per terra.

2° maschera

bianca (con tono curioso) Ha fame?

Poliziotto No, ha mangiato. Protesta: tutti i negri fanno così.

2° maschera

bianca (sottovoce, con disprezzo) È un sistema scimmiesco.

1° maschera

bianca Protesta di non essere all'altezza del bianco.

2° “ (sorridendo) Che ridicolo! Possiamo farli simili a noi, se non lo sono?

Negra Aiutarli!

2° maschera

bianca (con sarcasmo) A che cosa? A schiarirsi la pelle?

Negra (incalzando) Amarli… istruirli… (urlando) la vostra società è perfetta solo per gli uomini bianchi, per i negri è disperazione!

2° maschera

bianca (sottovoce, alla prima maschera) Il problema non esisterebbe se li portassimo in Africa da dove sono venuti. (con rabbia) Ma non c'è più un buco libero in quel continente. Tutto occupato! Scontiamo la follia dei nostri antenati che ce li hanno messi tra i piedi.

Negra (con ironia cattiva) Vi servivano allora!

1° maschera

 bianca Certamente! Ma poi siete cresciuti di numero, troppo! Per voi non c'è nelle nascite programmazione che tenga e il numero è fame!

Negra (sollevando il volto e con gli occhi chiusi recita lentamente con intensa emozione) Tanto siamo disfatti da non sembrare più uomini, ma molte saranno le nazioni di cui desteremo l'ammirazione. I re chiuderanno la bocca perché vedranno quello che non era mai stato narrato e apprenderanno quello che non avevano mai udito. (urlando) Dio di giustizia, scendi fra la tua umanità negra…

1° maschera

bianca (urlando in modo isterico) Fatelo tacere!

Negra (ancora più forte) Dio d'amore, svelaci il tempo della nostra resurrezione…

1° maschera

bianca (portandosi le mani sulle orecchie per non sentire) Fatelo tacere… fatelo tacere… (agitando le braccia) via… via… (il gruppo dei tre uomini esce di scena)

Negra Recitava Isaia!

1° maschera

bianca (agitatissima) Per me reciti quello che vuole! Che mangino, che facciano figli, ma che ci lascino in pace!

Negra La nostra fame non ha di mezzo gli oceani. D'ora innanzi la visione del negro ti seguirà continuamente.

1° maschera

bianca (con rabbia) Me ne libererò.

Negra (incalzando) Lo incontrerai nei sogni, come nella vita.

1° maschera

bianca Lo eliminerò dalla mia vita.

Negra Egli non è che un simbolo dell'umanità affamata oltre gli oceani.

1° maschera

bianca Ritornerà un uomo se lo riempirò di cibo.

Negra Non è sufficiente, si unirà con gli altri.

2° maschera

bianca (preoccupata) Con chi?

Negra Con tutti gli affamati della terra.

 

1° maschera

bianca (con tono di sfida) Lo faccia!

Negra E ti farà schiavo.

1° maschera

bianca Schiavo?

Negra Schiavo al limite della sopravvivenza.

1° maschera

bianca Io?

Negra (con tono convinto, freddo, incisivo) Tu, con tutti gli uomini bianchi, superbi, freddi, egoisti, duri…

1° maschera

bianca (sorridendo con disprezzo) Sei impazzita o piena di vin dolce. (alla seconda maschera bianca) Chiama la squadra della pulizia mentale! (la seconda maschera bianca fa dei cenni a delle persone fuori scena. Entrano due uomini robusti vestiti di bianco con la divisa da infermiere. Si avvicinano alla donna e la prendono sotto le ascelle)

Negra (con ironia cattiva) Sono sana! Non mi brucerai sul rogo.

2° maschera

bianca (sottovoce, alla prima maschera) Chi dice questo?

1° “ È un'usanza antica.

2° “ (sbalordito) Ma da noi è scomparsa!

Negra Da voi l'eresia è punita più che col fuoco.

1° maschera

bianca (facendo cenno con la mano agli infermieri di portarla via) Basta qualche pillola sedativa… via… via…

Negra (con accento gelido, mentre gli infermieri la trascinano via) Mi ritroverai sulla tua strada con tutti i miei figli… con tutti i miei uomini… con tutti i miei morti… (già fuori scena, urlando) con tutti i miei morti…

2° maschera

bianca (sorridendo, alla prima maschera) Con tutti i suoi morti…

1° “ Taci! È un'imprecazione!

2° “ Hai paura?

1° “ (reagendo violentemente) Io? (urlando) Me ne rido di tutti, del mondo intero. (solleva le braccia al cielo) Che viva e dopo di me il diluvio… che viva bene e crepi l'universo! (con rabbia) Nessuno lo dice, ma tutti vivono come se lo dicessero…

2° “ (sforzandosi di capire) Tutti i bianchi, s'intende.

1° “ I bianchi!

2° “ Tutti gli altri vivano male e crepino loro, non l'universo. (con indifferenza) Per me l'universo ci osserva a vivere e a crepare senza scomporsi. (guarda improvvisamente l'orologio al braccio) Oh, è mezzanotte!

1° “ (parlando in tono agitato, in preda a tremito nervoso) Mezzanotte! La mezzanotte dell'anno duemila… (con decisione rabbiosa) e venga! (urlando verso l'esterno della scena) Avanti le maschere, avanti! (entra un carro basso da terra, trascinato da tre uomini, uno giallo, uno nero, uno meticcio. Questi tre uomini avanzano con fatica, attaccati all'unica stanga del carro. Sul carro vi sono quattro pupazzi appesi a quattro pali: rappresentano in grandezza naturale una scimmia, un ominide, un uomo delle caverne e un uomo attuale. La scimmia è del tipo dell'urang-utang, l'ominide le assomiglia, ma è molto meno peloso, l'uomo della caverne è più grande e più grosso dell'uomo attuale, con faccia grossa, labbra tumide, sporgenti, occhi incavati, naso largo, schiacciato, è bianco, senza peli al di fuori del pube dove una folta massa di peli gli copre gli organi genitali, i capelli gli scendono lunghi e disordinati sulle spalle. L'ultimo pupazzo, l'uomo attuale, è magro, sottile, bianco, vestito nel modo comune di una persona borghese dei nostri tempi: pantaloni, doppio petto, camicia, cravatta. I movimenti del carro agitano continuamente e violentemente questi quattro pupazzi. L'attore li indica gesticolando come un pazzo) Ecco la verità! (si avvicina al carro, afferra la scimmia, la toglie dal suo sostegno, poi, afferrandola per la schiena, la sostiene col braccio teso presentandola al pubblico) La prima! (sorride con soddisfazione) Così eravamo! Non c'è motivo maggiore di orgoglio che guardarci come eravamo… (con tono violento) scimmie, dalle lunghe braccia pelose, dalle gambe storte e corte, come rami secchi. (scuote la scimmia con forza, poi se la porta davanti) Ha la mia stessa altezza, un muso che mi assomiglia, un occhio duro, una mandibola robusta con denti di ferro… (quasi sottovoce) è già un cervello organizzato ad arte. Non urla. Parla… o parlerà. (la butta via fuori scena, si avvicina al carro, stacca il secondo pupazzo, lo afferra per la schiena e lo presenta, urlando) La seconda! (con tono mellifluo) Scimmia meno pelosa, una fronte meno sfuggente, più dritta… denti e mandibole meno potenti. (si rivolge alla seconda maschera bianca) Che pensi? Più umana? No! Diminuisce la forza dei muscoli, ma aumenta l'energia nella testa… (con gioia sadica) potenza più raffinata, meno stupida di quella degli altri animali, già crudeltà più che potenza. (la butta fuori scena, si avvicina al terzo pupazzo, lo afferra di schiena e lo presenta) La terza! L'uomo delle caverne! (con tono ironico, compassionevole) Minuscolo, fragile di fronte ai rettili enormi di allora. (con violenza) Se ti muovi ti schiaccio! (con furbizia) Schiacciami, schiacciami! Io metto un aculeo sotto il tuo stupido piede con le mie dita che ormai sanno fare soffrire… (mostra le dita della sua mano libera) e non sembra… sembrano vermi senza difesa, ma c'è un cervello crudele che le muove, le inarca, le piega, le rovescia, le raddrizza. (butta il pupazzo fuori scena. Di nuovo si avvicina al carro, stacca il quarto pupazzo, lo afferra di schiena e lo presenta) La quarta! L'uomo civile che dice: il mio è mio e il tuo è anche mio! E per non prenderlo grida: tu mi minacci! Da lui inizia la storia beata degli assassini continui, delle porcherie, delle crudeltà a freddo, del sadismo studiato con cura. Risparmia le donne per violentarle, risparmia i bambini per crescerli schiavi. Quando è oppresso, inventa favole e storie di dei, li invoca quando intende sopprimere. Vela i suoi atti sotto motivi ideali. Pensa, discute, sembra che ami, ma al minimo soffio di vento che gli faccia temere per sé e per ciò che possiede, si scatena ed è uguale in tutte le epoche. Spietato, crudele, molto più della scimmia o dell'ominide o dell'uomo della caverne. (butta fuori scena con disgusto il quarto pupazzo. In questo momento un orologio comincia a suonare dodici colpi solenni. La prima maschera bianca rimane immobile a sentirli, sussurrando a fior di labbra)Mezzanotte, mezzanotte, (assume un aria ispirata, socchiude gli occhi, sorride, con la mano si batte leggermente il petto, indicandosi) io sono la maschera dell'uomo del terzo millennio… bianco di pelli, sottile, venata di azzurro… di media statura, leggero, scattante, (diventa gradualmente più reale nella sua recitazione) freddo di dentro e di fuori, attivo per sé... (duro) indifferente, sicuro, preciso… (con improvvisa angoscia) solo, che importa! (prende sottobraccio la seconda maschera bianca) Con te perché mi sei simile… (le due maschere si avviano lentamente fuori scena) uguale… bianco di pelle anche tu… con te unicamente per questo… (senza voltarsi indica i tre uomini di colore, chini, stremati sulla stanga del carro) e gli altri di diverso colore che muoiano… o si mangino l'uno con l'altro… noi sopravviveremo, anche se non saremo più uomini, ma le maschere del terzo millennio… le maschere del terzo millennio…

 

 

 

SECONDO TEMPO

 

Scena prima

 

Identica scena dell'atto precedente, immerso nella semioscurità. Dopo qualche istante entra la giovane del primo atto scivolando dallo stipite di destra. Ha, come prima, il telefono in mano e il microfono all'orecchio, rimane per tutta la scena addossata allo stipite, un po' piegata su se stessa, sconvolta, disperata.

 

Donna Pronto? Ciao… ti ringrazio… lo so, è morto! (precipitosamente) No, no, non venire! Scusami! Desidero rimanere sola… (con nervosismo) non posso, è facile dirlo… non posso, ti ripeto, è superiore alle mie forze… (con ironia) reagire? Ma a che cosa? Alla morte? (con ironia crudele) Chi è mai riuscito a reagire alla morte? (cupa) Bisogna digerirla adagio… adagio… (con violenza) no, non venire! Preferisco parlarti per telefono, se ti vedo, non riuscirei a dirti una parola… piangerei e invece ho bisogno di parlare! (con estrema dolcezza, guardando in alto, lontano) Era tutto per me… padre, madre, fratello, marito… vedermi in lui era semplice come specchiarmi. (sorride) Riderai! Avevamo lo stesso numero di pulsazioni al cuore… sul serio! Se aumentavano a lui, aumentavano anche a me… ridevamo e le contavamo insieme. (triste) Ora il mio cuore balla, si ferma, riprende, mi da dei colpi, come se dovesse scoppiare. È un povero treno che cerca di andare, anche se ha perso una ruota… fa quello che può, ma non andrà molto lontano. (si toglie il microfono dall'orecchio e se lo pone davanti. Fino alla fine parla con disperazione al telefono) È morto, ma io me lo vedo davanti, continuamente… vivo! Faccio il suo numero di telefono e gli parlo per ore e ore. Ad intervalli regolari mi risponde un suono acuto, lontano. È lui! Sembra disperato di non potere fare di più. Io lo consolo, verrà un giorno che i suoi suoni acuti, lontani, si trasformeranno in parole, quando qualcuno, chiamandomi a questo telefono, sentirà gli stessi suoni acuti… lontani, ripetersi come i suoi… per ore e ore… (scivola lentamente fuori scena)

 

 

 

 

 

 

 

Scena seconda

 

Dopo qualche istante si illumina il lato sinistro del palcoscenico e nella luce appare il secondo guerrigliero con le mani legate dietro la schiena e un soldato, armato fino ai denti, con mitra, elmo, aggeggi vari, che lo spinge brutalmente in avanti. Con una mano il soldato sostiene una seggiola che pone violentemente a terra, facendovi sedere sopra il guerrigliero con un colpo allo stomaco. Il soldato guarda con odio il prigioniero, per qualche minuto, poi, con tono ed espressione di disprezzo senza staccargli gli occhi di dosso, incomincia:

 

Soldato Erano in due! Armati! Uno è morto!

Voce fuori scena(e una voce forte, autoritaria) Che cosa hai da dire?

Soldato (facendo vacillare il prigioniero con un colpo del calcio del mitra) Voltati! Parla!

Guerrigliero Parlerò se sono interrogato!

Voce Che cosa facevi col tuo compagno? (con tono minaccioso) Non cercare di ingannare la corte.

Guerrigliero (ironico) E perché? Sapete benissimo che cosa stavo facendo… (con forza) la guerra!

Voce Da quando?

Guerrigliero (con noncuranza) E chi se lo ricorda?

Voce (con insistenza) Il motivo?

Guerrigliero Ce l'avevo con voi, come ce l'ho tuttora. Quando si è stanchi di soffrire la fame, si fa quel che si può.

Voce (severa) Anche ciò che non si deve?

Guerrigliero È un diritto dell'affamato.

Voce Hai cercato di abbattere l'autorità costituita.

Guerrigliero (con tono calmo, sicuro) Quando questa autorità costituita non riesce a sfamare i suoi amministrati, si ha il dovere di fare quanto possibile per sostituirla.

Voce Tu faresti meglio?

Guerrigliero Non so, dovrei provare.

Voce (con tono di sfiducia) Combatti una battaglia inutile.

Guerrigliero (serio) Può darsi! Ora poi… (ironico) è persino ridicolo parlarne! Ma io ho sentito il bisogno di ribellarmi alla fame. (con disperazione) Ad un certo punto non si può veder morire la gente, uomini, donne, bambini, senza fare qualcosa. (con tono incerto) Che cosa uno fa… a un certo punto… non ha più importanza. La prima luce che vede nella notte è quella giusta. Che cosa illumina… è una questione che si rimanda… che verrà dopo, se si è ancora vivi. Avevo un amico che un giorno si è sentito un piccolo dolore in gola a mandar giù la saliva, chissà, diceva, passerà domani. Non gli è più passato fino alla morte. Era un cancro… (rivolto verso l'esterno della scena) sapete cos'è? (meditativo) Una malattia inguaribile! Andava avanti a morfina negli ultimi tempi. Per me la lotta è una specie di ipnotico… di sedativo. Se lotto, non soffro, o è sopportabile la sofferenza che mi da la fame e quella degli altri… questa malattia inguaribile, mortale da cui l'umanità è segnata.

Voce (dopo qualche istante di silenzio, con tono solenne) La corte, dopo ponderato consiglio, decide di lasciare libero il prigioniero. (con autorità) Slegatelo! La seduta è tolta!

 

Il soldato con gesti meccanici libera le braccia del prigioniero. Costui si alza, si stira, poi prende il mitra che il guerrigliero tiene con noncuranza dalla cinghia. Il soldato lo segue con indifferenza.

 

 

Scena terza

 

Dopo qualche istante entra un uomo di media statura, di una quarantina d'anni, alto, corpulento, con una faccia grossa, molle, piena di rughe e di solchi. Porta degli occhiali piccoli, montati in metallo, veste una lunga toga di avvocato. Legge un foglio, si ferma, prende la penna e firma, si siede e riprende a leggere. Ad un tratto alza il viso ed inizia a parlare. È seduto sul bordo della sedia e tiene le gambe come se dovesse alzarsi. Muove con la mano il foglio con atto di dimostrazione di quello che dice.

 

Avvocato Verdetto giusto, preciso! Al punto in cui siamo non ha più alcuna importanza chi detiene il potere, è un problema superato d'altri tempi! (rivolgendosi ad un interlocutore invisibile) Vuoi il potere? Eccolo! Ti stupisci? No… sei troppo addentro nelle cose, sposti un po' l'umanità a destra e muoiono quelli di sinistra, la sposti a sinistra e muoiono quelli di destra, la fai salire al nord e muoiono quelli del sud, la fai discendere al sud e muoiono quelli del nord. Come si fa sfamarli tutti? Anni fa quando si era ancora nell'era beata in cui tutti mangiavano almeno un poco, ho assistito per caso ad una riunione importante: c'erano i massimi esponenti della finanza mondiale, gli esperti della produzione, i delegati all'O.N.U. delle nazioni più ricche e dopo giorno e giorno di consultazioni, constatando che non era più possibile sfamare tutti i popoli… che dico, tutte le nazioni della terra… si stabilì di dividere la terra in due zone di influenza: una poteva essere aiutata, l'altra doveva essere abbandonata alla fame. (stringendosi nelle spalle) Che cosa posso dirvi? Non si è fatto così per capriccio, ma per necessità. Molte cose sono cambiate da allora e non in meglio. Prima di tutto la zona di influenza della fame è aumentata anno per anno, contro tutte le previsioni e previdenze escogitate. (rivolgendosi al pubblico) Poi è mutato il comportamento dell'umanità. La parte abbandonata alla fame ha sussulti tragici, per lo più imponenti, monotoni, sempre uguali. Chi ne parla più? L'altra parte è calma, ma di una calma fredda, fatta di calcoli, di programmazione dove le unità sono esseri umani tolti, aggiunti, tolti di nuovo e poi rimessi o per necessità o raccomandazioni. Questa per me non è più vita! C'è naturalmente chi ha di più, chi ha di meno, chi si avvicina al limite del nulla. (sempre rivolto al pubblico, sottovoce, con tono di confidenza) Chi si avvicina al limite… in questo momento… fa paura: è armato! (con un filo di voce) Possiede bombe atomiche! Il bianco è in testa e si può dire sazio, il giallo è in coda o in testa agli affamati cronici… senza speranza… (si alza) mah, chi vivrà vedrà… (e, scuotendo la testa con un'espressione di impotenza, esce di scena)

 

 

Scena quarta

 

Sulla scena si diffonde una luce irreale. Dopo qualche istante dagli altoparlanti fuori scena diffondono un discorso, pronunciato con lentezza, in modo solenne, a voce forte, sicura. Nel frattempo un indiano, alto, magrissimo, vestito con un lungo abito bianco, sporco, stracciato e con un turbante lacero in testa, entra, si porta al centro, alza il viso, ascoltando il discorso.

 

Voce Amato popolo giallo! Umanità affamata di tutti i colori… (con ironia) escluso, naturalmente il bianco! (come prima) Ecco le illuminate, umane, nostre proposte! Se i bianchi, pieni di cibo, entro ventiquattr'ore non ce ne daranno una parte che copra il minimo del fabbisogno di tutti noi, popolo giallo, armato di atomiche superpotenti, precise, indistruttibili, a malincuore, (con decisione) distruggeremo i bianchi! (con ironia) Naturalmente non tutti! È impossibile! Scamperanno quei pochi che in alcune frazioni di secondo semineranno morte e distruzione su tutta la terra... per ritorsione... per vendetta! (urlando) A costoro vada in anticipo la nostra maledizione! (con fermezza) Popolo giallo, è un rischio! (con tono tragico) Ma oramai siamo così vicini alla morte per fame che tutti gli espedienti, tutti i mezzi sono buoni… anche quello di rischiare una bomba atomica. Di fronte alla morte per fame è una benigna, benvenuta morte sul nostro popolo. (urlando) Siete tutti d'accordo!

Voce di molti Tutti d'accordo!

 

Entra un giallo, piccolo, magro, vestito con uno sfavillante divisa militare. Ha un'espressione dura, autoritaria. Si ferma appena entrato, si pianta con le gambe divaricate e con le mani sui fianchi e si rivolge con durezza all'indiano:

 

Giallo Anche tu? (con violenza) Compagno indiano, anche tu? Rispondi! (con disprezzo) Per prima cosa sarebbe opportuno in questo inizio di terzo millennio che ti cercassi un vestito più consono ai tempi.

Indiano (calmo) Perché fratello giallo?

Giallo (offensivo) Così… perché sei ridicolo!

Indiano (svagato) Francamente non me ne sono mai accorto.

Giallo (sarcastico) Di che cosa t'accorgi tu… al di fuori della fame? Comunque sei ridicolo… o non credi di esserlo?

Indiano Non più di quanto tu lo sei per me con la divisa che indossi. Almeno io non copio nessuno. Al contrario il tuo abito, fratello giallo, è straordinariamente simile a quello dei bianchi quando vanno in calore di guerra. Naturalmente i vestiti dei bianchi sono più ampi, non è la stessa cosa vestire uno scheletro o un uomo normale, nutrito, (parla con voluttà) coi muscoli pieni, le forme rotonde, il grasso che scivola fra un tendine e l'altro e il sangue che nutre e scorre in tutti i tessuti…

Giallo Che voluttà, compagno indiano! Scoppi d'invidia! (insinuante) Ma il fatto di essere ossa, soltanto più ossa, deve farci pensare.

Indiano Non ho mai dubitato che tu sappia pensare, fratello giallo. Però, per natura sono contrario alle azioni violente.

Giallo (ironico) Lo so, lo so da millenni, compagno indiano! L'avrai intuito dalla delicatezza che uso verso le tue frontiere.

Indiano (stupito) Dalle mie frontiere? Parli forse di quei segni che alcuni tracciano ancora sulle carte geografiche?

Giallo (sforzandosi di capire) Sì.

Indiano (con tono compassionevole) Ormai sulla terra esiste una sola frontiera, la fame! È anch'essa una frontiera geografica. Se dovessi assegnarle un colore, sceglierei l'azzurro, mi fa pensare alle distese infinite dei mari… degli oceani… pieni di pesci, ricchi, prolifici…

Giallo (con aria di mistero) Il nero è di casa.

Indiano E ci sta?

Giallo (con aria trionfante) Più di noi.

Indiano E non teme di essere malmenato… distrutto?

Giallo No! Ha coraggio da vendere! Non si considera un uomo, ma una bandiera. Sono la vostra bandiera, mi ha detto, piantata nel cuore del vostro nemico! Distruggete, uccidete, incendiate! Io brucerò coi bianchi! Ma se le cose dovessero andare in modo diverso… se i bianchi per vivere in pace accettassero ciò che chiediamo, il nero diventerà lo strumento della nostra vittoria.

Indiano (pensieroso) Il nero vuole stupire e ne ha tutte le doti: possanza, violenza, fanatismo, capacità di soffrire…

Giallo (ironico) Ma ha anche una fame tremenda.

Indiano Nel suo genere è primitivo, ma è indubbio che ha fame… che h fame…

 

Si avvia lentamente verso un lato della scena, quello opposto in cui si trova il giallo.

 

Giallo (urlandogli dietro) Compagno indiano, ci stai?

Indiano (uscendo di scena, sottovoce) Ci sto… ci sto…

Giallo (soddisfatto, fregandosi le mani dalla gioia) Anche lui…come tutti… come tutti… (esce di scena)

 

 

Scena quinta

 

Dopo qualche istante entrano dalle due parti opposte della scena le due maschere bianche dell'atto precedente. Il giovane ha un aspetto grave, preoccupato. L'anziano lascia trasparire un'angoscia profonda. Lentamente con passi quasi metallici avanzano e si portano al limite anteriore del palcoscenico.

 

1° maschera

bianca (con rabbia) Il ricatto era nell'aria…

2° “ (con angoscia) Era nell'aria…

1° “ I gialli pretendono una parte dei nostri consumi.

2° “ Che parte!

1° “ Enorme dal nostro punto di vista, per loro è il minimo vitale.

2° “ (con forza) Vogliono, vogliono… e vogliono subito.

 

Lunga pausa.

 

1° “ La fame non ammette indugi.

2° “ (con angoscia) Ma perché hanno atteso finora? Non è il primo giorno che muoiono di fame.

1° “ Finora nessuno aveva mai pensato alla fame in unione alle bombe.

2° “ (con rabbia) Ci volevano i gialli per un pensiero simile.

1° “ Sono gli unici che hanno le bombe.

 

Lunga pausa.

 

1° “ I gialli sono decisi ad usarle.

2° “ Quante ne avranno?

1° “ Poche in confronto alle nostre. Moltissime e più che sufficienti per farci sparire tutti in un rogo atomico.

2° “ Sono crudeli, spietati, senza pietà.

1° “ Sono logici, non hanno più nulla da perdere. Gradualmente muoiono tutti per via naturale, condotti a spasso dalla fame. Ora hanno capito di possedere un'arma con cui possono chiedere tutto.

2° “ (sbalordito) Tutto?

1° “ Tutto!

2° “ E se li distruggessimo subito prima che distruggano noi?

1° “ I gialli non intendono affatto distruggerci, al contrario il loro scopo è di tenerci in vita come schiavi e per questo scopo giocano sul nostro terrore di una distruzione sicura, completa, atomica. Loro mangeranno tutti, noi non mangeremo più. Il loro motto è: poco per tutti, tutti per poco.

2° “ (con disperazione) Anche noi?

1° “ Anche noi!

 

Lunga pausa.

 

2° “ (con decisione) Fulminiamo i gialli in pochi secondi.

1° “ Ci sarà sempre un giallo pronto a reagire.

2° “ Non è possibile fulminare anche quest'ultimo giallo?

1° “ Non è possibile, almeno per ora.

 

Lunga pausa.

 

2° “ Aveva ragione la negra, anche lei è nel complotto.

1° “ Tutti lo sono, anche i pacifici indiani. Dietro le bombe dei gialli l'umanità affamata si schiera a frotte, solidale, compatta. Vuole il nostro cibo e noi siamo costretti a darlo.

2° “ Bluffano! Dobbiamo resistere anche solo per poco…

1° “ (lentamente) I gialli non stanno giocando. Se hanno detto: dammi tutto ciò che ti chiedo o ti distruggeremo domani… domani, capisci? Domani, puntuali come uccelli che migrano alle stagioni fissate, le loro bombe saranno sopra di noi e incendieranno il cielo di un'apocalisse atomica. Di noi sopravviveranno quei pochi che distruggeranno loro, ma tu e io moriremo. Ai nostri due mucchietti di cenere non rimarrà che la magra consolazione, se è ancora dato di sentirla dopo la morte, che avevamo visto giusto pensando che i gialli fanno sul serio. Comunque saremo nel grande serbatoio dei morti, la posta in gioco è la vita. I gialli ci fanno giocare con la ricchezza più alta… quella che si deve avere per forza per godere di tutte le altre, appunto perché per loro la vita è la ricchezza più inutile. Sono logici, ferrei, programmano giusto! Lottano giorno per giorno contro un nemico più spietato delle bombe atomiche.

2° “ Quale?

1° “ La fame! L'umanità sale dal nulla ad un minimo.

2° “ E noi?

1° “ Da un massimo scendiamo ad un minimo.

2° “ È un patto infame!

1° “ È un patto di fame!

2° “ E in più saremo schiavi!

1° “ Schiavi!

2° “ (con orgasmo) Dammi il comando!

1° “ Non possiamo esercitarlo in due… non possiamo esercitarlo tutti!

2° “ Siamo nelle loro mani!

1° “ D'ora in avanti…

 

In questo momento entra in scena, vestito più con stracci che con abiti, un piccolo uomo giallo, con tutte le caratteristiche del cinese e del giapponese. Entra dall'estremità anteriore sinistra e attraversa tutta la scena diagonalmente uscendo dall'angolo in fondo a destra, non degna di uno sguardo né di una parola le due maschere bianche, è tutto intento a mangiare con avidità una grossa pagnotta di pane.

 

1° maschera

bianca (accennando al giallo che passa) Ecco il destino del nostro pane!

 

Appena uscito il giallo, entra nello stesso punto un indiano, alto, vestito con un abito bianco, lungo fino ai piedi, tutto sporco e stracciato, con un turbante in testa, anch'esso sporco e lacero. È magrissimo, trascina i piedi, avanza lentamente, tiene in mano una grossa pagnotta di pane e mastica adagio, adagio. Non vede nulla, non osserva nulla. Attraversa tutta la scena da una parte all'altra. Di nuovo la prima maschera bianca, accennando col capo, indica il pane alla seconda maschera.

 

  maschera

bianca Il nostro pane!

 

             Dall'angolo anteriore destro della scena entra la giovane negra del primo atto. Cammina come in trance, istupidita, affranta. Dall'ampio mantello spunta una piccola bara scoperta che la negra tiene stretta al fianco, nell'altra mano libera ha una grossa pagnotta di pane. Il negro del primo atto la segue, duro, impettito, con le braccia conserte, il volto serio, gli occhi socchiusi.

 

2° “ (con disperazione) Il nostro pane…

 

La negra avanza fino all'altezza delle due maschere. Qui si ferma e con gesti lenti pone a terra la piccola bara, inginocchiandosi. Guarda con intenso trasporto il figlio morto, poi appoggia il pane sul bordo della cassa e lascia cadere in giù le mani unendole come in preghiera.

 

2° maschera

bianca (chinandosi e tendendo la mano verso il pane) Il nostro pane….

1° “ (trattenendolo) Non vedi dove l'ha messo?

2° “ (piagnucoloso) Ma è il mio pane! Dille che me lo dia! Dille che lo posi per terra! (con rabbia) Che lo posi perché è il mio pane! (alla negra, indicando il bambino morto e urlando) Non puoi più nutrirlo, se l'hai messo lì per lui… (supplicando) posalo per terra, per piacere!

Negro (con aria ispirata) Egli è salito a guisa di rampollo… a guisa di radice da arida terra…

2° maschera

 bianca (con tono preoccupato, alla prima maschera) Che cosa dice?

1° “ Riprende a recitare Isaia.

Negro (con voce tonante) Non vi è in lui né forma, né bellezza alcuna, nulla perché noi lo desiderassimo. Egli è stato spezzato fino a non essere  più venuto nel numero degli uomini, bimbo di dolore, vittima dei nostri languori, abbiamo stimato che tu fossi percosso e abbattuto da Dio.

Negra (con intenso trasporto, rivolta al cadavere del figlio) Fosse giunto qualche ora prima!

2° Maschera

bianca (con tono assente, sconcertato) È indifferente ormai!

Negro (con tono disperato, piangente) Non tutti siamo come pecore erranti. Dio ha posto su di lui l'iniquità di noi tutti. Egli è stato oppresso e non ha aperto bocca, è stato oppresso come una pecora davanti a quelli che la tosano. (salendo di tono fino a gradazioni parossistiche) Nella sua morte è coi ricchi. Egli vedrà progenie, il frutto della fatica e sarà saziato e spartirà le spoglie coi potenti.

2° maschera

bianca (con malignità cattiva) Ricattando! (con rabbia) Cercando il nostro pane!

Negra (con disperazione) Povero figlio mio, ne hai la bocca piena!

2° Maschera

bianca (fissa lo sguardo sul cadavere e si rizza di scatto. Urla e gesticola) Sul serio… (alla prima maschera bianca) guarda… guarda! (indica la negra) Ha dato del pane ad un morto. (con disperazione) Il mio pane! Questo non è nei patti. Come facciamo a nutrire anche i morti? (alla negra) Sciupare il mio pane… è un delitto! (punta il dito su cadavere) Vedi che l'ha tutto in bocca? E non può mandarlo giù? (con ribrezzo) Ed è pieno di vermi! Chi lo mangerà adesso?

Negra (con gelida calma prende il pezzo di pane dalla bocca del figlio e lo tende alla seconda maschera) Tu lo mangerai!

2° maschera

bianca (con stupore) Io?

Negra Sarà la tua razione fino alla morte.

2° maschera

bianca (con terrore) La mia razione? Ma è piccola… è niente.

Negra Anche la tua morte è niente.

2° maschera

 bianca (smarrito, confuso) Niente? Ma se è niente, chi vi darà da mangiare? È un errore! (alla prima maschera) Diglielo tu! Debbono tenerci in vita! È nel loro interesse… (alla negra) nel tuo, capisci? (piega un ginocchio a terra, ponendosi di fronte alla negra. Parla in fretta, gesticolando) Solo noi bianchi siamo in grado di mantenervi in vita. La nostra terra non è migliore della vostra, i nostri mari non sono più ricchi, ma solo noi… (urlando) noi, sappiamo far vivere mille dove voi ne fate vivere uno. (con stanchezza) Poi, tu non sai nulla di programmazione… vuol dire credere in anticipo… prima! (trema in tutto il corpo) Per esempio, tu hai del gregge e un campo, se dopo un anno il gregge è aumentato del doppio, che fai? O aumenti la produzione del campo e ne prendi un altro… più grande… o un secondo. Chiaro? Nel nostro caso il gregge che di anno in anno cresce in proporzioni impressionanti è l'umanità e il suo campo è la terra: è tonda, bella, sicura, ma è quella che è. Per uscire da lei devi partire a quarantamila chilometri all'ora. Può uscirne qualcuno… ogni tanto… ma un gregge! Forse nel quarto millennio. Per ora siamo solo nel terzo… (mette tre dita sotto gli occhi della negra) nel terzo, appena iniziato. Non esistono campi al di fuori della terra, o muori o li fai rendere il doppio, il triplo, il quadruplo di quello che rendono.

1° maschera

bianca (con espressione compunta) Oppure… il gregge rimane quello che è e con l'andare del tempo diminuisce di numero…

2°” (intervenendo d'impeto, vedendo che la negra lo guarda con sospetto, alla prima maschera) Ma precisale bene… senza nostro concorso! (alla negra, con tono convincente) Anzi, aiutandovi con tutte le nostre medicine e scoperte future a vivere bene e il più a lungo possibile. In sostanza, parlando al di fuori di ogni considerazione morale, è nel vostro interesse nutrirci, darci da vivere… (la negra lo segue con interesse) a sufficienza… il minimo, almeno… (rabbrividendo alla vista del tozzo di pane che la negra tiene ancora in mano) ma non quel tozzo di pane pieno di vermi… mi vengono i brividi solo a vederlo… impazzisco se penso che debbo mangiarlo!

Negra (pensierosa, come tra sé) Non è poi tanto schifoso! Ho mangiato ben altro! (rianimandosi) Lo schifo è un'abitudine, come è un'abitudine non sentirlo più, diminuisce giorno per giorno più aumenta la fame. (accenna con la testa al bimbo) Anche lui lo sa, mangiava cose strane.

1° maschera

 bianca (con serietà) Non ha avuto il tempo di provate schifo.

Negra (con tono violento, risentito) Chi te lo dice? Come lo sai?

1° maschera

bianca Lo schifo nasce più tardi. La psicologia lo dice. Noi lo insegniamo ai giovani e questi lo imparano da noi. Insieme, vi è anche una questione di gusto. Ognuno lo sente a modo suo.

2° “ (sbarrando gli occhi con un'espressione di intenso ribrezzo) Un pane pieno di vermi! Se dovessi mangiarlo, inghiottirei antibiotici fino alla nausea. (alla negra, con rabbia) Non è conveniente! (lamentoso) Ti prego, buttalo via! Buttalo via… (con reazione improvvisa, spiritata, indicando il bimbo nella cassa) o ridaglielo! (con tono affettuoso, ma troppo spinto per essere sincero) Se lo porterà con sé nella fossa… come un rito magico… (alla negra) non è così che si dice? Il guerriero che muore vuole le armi, il re le sue amanti, il cacciatore le lance e le frecce… (indicando il bimbo) lui avrà il pane tostato fra i denti. (alla prima maschera bianca, con apprensione) Trovi che è strano?

1° maschera

bianca (con tono freddo) No! Lo strano non è il pensiero, ma l'uomo che pensa.

2° “ (con tono ilare, trionfante) Vedi? È semplice… elementare! Se pensi, sei strana, ma allora non dai da mangiare ad un morto.. o a un re defunto le mogli o a un cacciatore le armi e le frecce che ha usato quando era vivo. Se pensi, sotterri ilo morto così, carpenndogli tutto senza rimorso, senza paura. È morto! Te l'hanno detto da quando sei nato che nella tomba non ti porti nulla di quello che hai arraffato vivendo. Potrebbero seppellirti… nudo! Se non fosse per la decenza. (con tono crudele, ironico) L'uomo che pensa, spoglia, benedice, prega. L'anima che è trapassata non ha bisogno di nulla, le servono solo parole… parole…

Negra (con sospetto) Ai vivi serve del pane.

2° maschera

bianca (con tono caldo, convinto, esaltandosi a mano a mano) E noi ve ne daremo da coprire la terra, ne faremo spuntare dovunque, dai deserti, come dal mare. Voi, affamati, siete il nostro motivo di orgoglio, lo stimolo a imprese mai viste, il pungolo a tentare ciò che è ritenuto impossibile: sfamarvi… sfamarvi… anche al di là del numero enorme che siete perché tutti dicano: l'uomo bianco è grande, invincibile, audace! Per questo accettiamo di essere i servi di tutti, i lavoratori del cibo per l'umanità intera. (con tono melodrammatico) Voi godete, moltiplicatevi! Non c'è numero che ci spaventa, ci atterrisce l'idea che non osiate chiederci tanto. (muovendo intorno le braccia, come a cercare) Dov'è il giallo, l'indiano, il giallo, il cinese, il negro? (con gioia delirante) Venite! Il bianco vi invita al suo tavolo! Divide con voi! Vi fa scegliere e poi chiede l'onore di una briciola sola… (alle ultime parole la negra afferra la cassa, la nasconde sotto il mantello e retrocede senza voltarsi, adagio, adagio, fissando attentamente la seconda maschera bianca con sospetto. Con la schiena spinge indietro il negro alle sue spalle. Costui si lascia spingere, indifferente, con lo sguardo fisso, lontano, come quello di un cieco) Te ne vai? (insospettito) Ma che cosa ti prende?

1° maschera

bianca Ha paura! Ci considera pazzi! Non lo dice perché non riesco a pensarlo, ma tutti e due lo sentono, lo vivono.

2° “ (sbalordito) Ma se ero sincero!

1° “ (ironico) Ognuno è come il prossimo lo pensa. Se il gialli, i neri, i mulatti, tutta l'umanità vuole che noi siamo dei servi, dobbiamo adattarci ad esserlo e dimostrare che lo siamo.

2° “ Sul serio?

1° “ Anzi, dobbiamo far finta di nutrire pensieri di lotta, di ribellione… perché loro da noi non possono aspettarsi altro.

2° “ Ma se non ne ho più di questi pensieri… se non desidero altro che di sfamarli… di farli felici…

1° “ Non importa! Così è la natura umana! Non la cambi. Nessuno crede alla sincerità dell'altro. (indica la negra) Vedi? Istintivamente la negra rifiuta l'idea che tu sia pazzo, per lei fingi. Sa che non puoi ucciderla, sterminarla. Lei crede fermamente che tu non possa volere altro, nella sua animalità intuisce, e crede di intuire giusto, che tu ripieghi nella finzione per fare esattamente il contrario di quello che dici. (sorridendo tristemente alla negra) La vita è una commedia tragica, non ha che un metro di giudizio, la legge bruta del sopravvivere e qualunque cosa in contrario che pensi ed esprimi è finzione interessata. (continuando a sorridere china meccanicamente la testa in segno di saluto. I due negri, retrocedendo, sono quasi al limite estremo del palcoscenico. La negra fisa sempre i bianchi con uno sguardo di sospetto. Alla seconda maschera) Saluta… saluta… (sottovoce) e mandiamo presto la merce prima che arrivi da loro.

2° “ (sorridendo ai due negri e salutando) Quale, di grazia?

1° “ Te ne sei già accordato?

2° “ Intendi cibo e bombe?

1° “ Cibo e bombe… le parole fatidiche del terzo millennio…

2° “ Fondamento granitico…

1° “ … della solidarietà umana!

 

I due negri escono. Le due maschere cessano di dondolarsi nei segni di saluto e si piegano in un profondo inchino rivolto verso la parte da cui i due negri sono scomparsi.

 

 

F I N E

 

 


 

 

 

 

CARNEVALE   DUEMILA

 

 

Farsa  in  due  tempi

 

 

 

Personaggi (in ordine di entrata) :

 

            Primo tempo

 

1° guerrigliero

2° guerrigliero

Donna giovane con telefono

Giovane uomo

Vecchio cieco

Pu-Ji, imperatore cinese

Indiano anziano

Indiano giovane

1° maschera bianca

2° maschera bianca

Negra

Negro

1° polizziotto

2° poliziotto

1° infermiere

2° infermiere

Uomo giallo

Uomo indiano

Uomo negro

 

            Secondo tempo

 

Donna giovane con terlefono

2° guerrigliero

Soldato

Avvocato

Indiano

Militare giallo

1° maschera bianca

2° maschera bianca

Uomo giallo

Uomo indiano

Negra

Negro


 

PRIMO TEMPO

 

Scena prima

 

 

Scena semibuia. Fondale uniforme, indifferente, grigio. Un fascio di luce illumina fortemente due uomini giovani  vestiti con una tuta militare. Uno è disteso bocconi a terra e si regge sui gomiti, rivolto verso il pubblico. L'altro seduto appoggiato allo stipite della scena: sono armati. Quello seduto tiene il mitra in grembo, l'altro vi è appoggiato sopra.

 

1° guerrigliero (quello disteso) È la notte dell'anno duemila… (alza il volto al cielo) notte fatata… notte come ne viene una ogni millennio.

2° guerrigl. (con indifferenza) Notte come tante altre…

1° guerrigl. (facendo il gesto di afferrare una formica per terra) … per le formiche… per gli animali, per tutti… non per l'uomo! (con passione) Per l'uomo è l'ultima notte del secondo millennio e la prima del terzo.

2° guerrigl. Convenzioni stupide!

1° guerrigl. (con affetto) Non lo pensi!

2° guerrigl. (con violenza) Lo penso, invece!

1° guerrigl. Non è vero! Sei come gli altri, come tutti… (con calore) come me, che in questa notte fasciata di silenzio sento qualcosa di magico, un nonsochè, come dicevano i nostri antenati al principio di questo secolo, un nonsochè di triste… di morto e di vivo…

2° guerrigl. Più morto che vivo!

1° guerrigl. … un nonsochè che ti brucia dentro e ti gela nello stesso tempo… (con tono spensierato) ma comunque dolce. Io non so dire le cose come un poeta, io le sento. (rivolge lo sguardo di nuovo al cielo) Sarà il valore, il significato di una data, il fatto che la ricordano tutti… (con insistenza) tutti, anche quelli che non segnano i giorni come noi, ma che si sono abituati al nostro calendario come ci siamo abituati a vedere il cielo in uno stesso modo con le sue stelle, le sue grandezze fisse e quelle in moto, le sue girandole e le sue strade bianche…

2° guerrigl. (rovesciandosi indietro col viso rivolto al cielo) Oh, cielo! Ti penso come una pagina oscura su cui è scritto il destino dell'uomo… nel balbettio delle tue luci, nel tremolio delle tue stelle… e voglio dirtelo forte: in questa notte finisce il secondo millennio… (con violenza) male, malissimo! L'umanità è piagata da un'epidemia che non si è mai vista, che non ha rimedio… la fame! Solo degli scemi come noi possono continuare a lottare perché i pochi che mangiano dividano il loro cibo con quelli che stanno morendo, che si mangiano uno con l'altro, che impazziscono nel delirio della fame! (si alza urlando) Solo degli scemi come noi!

 

Improvvisamente si ode un secco colpo di fucile, il 2° guerrigliero si affloscia su se stesso e rotola da una parte. L'altro si distende bocconi a terra e si copre la testa con le mani.

 

 

Scena seconda

 

                   Dal lato opposto della scena entra una donna di una ventina d'anni che un fascio di luce illumina violentemente mentre quello sui due uomini si attenua. La donna ha il telefono in mano e il microfono all'orecchio. Si appoggia allo stipite della scena e parla con tristezza.

 

Donna No, non vengo… sì, anche se è l'ultimo giorno dell'anno, naturalmente, lo so! (scandisce le parole) È l'ultima notte dell'anno millenovecentonovantanove… certo è un numero lungo, domani sarà più breve. (con aria scherzosa) Vuoi che lo dica? Perché? Se ti fa' piacere… duemila… (in crescendo) duemila… duemila! Sei contenta? No, non vengo… sì… sto qui a sognare… naturalmente, penso a lui! Se è ancora vivo, anche lui mi pensa… sono triste! Per questo penso alla morte… (con fastidio) lo so… lo so che non conclude nulla! Conclude per sé, capisci? Non può farne a meno e sarà ucciso! (lentamente) Tanto vale che muoia così. Qui morirebbe di fame. Sai da quale parte si metterebbe… naturalmente non dalla parte di quelli che mangiano… ciao, divertiti, ciao! (posa il ricevitore sul telefono) Io aspetto una notte diversa… non quella del duemila… (scivola fuori scena)

 

 

Scena terza

 

Guidati da un fascio di luce entrano in scena due uomini, uno giovane, vestito con ricercatezza, pantaloni attillati, giacca ad un petto colletto duro e cravattino. L'altro più anziano, più alto, con una folta capigliatura e lunga barba. Il primo è immerso nella lettura di un libro, l'altro è cieco e si lascia guidare dal primo. La sua cecità appare dai movimenti incerti, dal lento girare del capo, dagli occhi chiusi. Appoggia una mano sulla spalla del giovane che si porta verso il pubblico continuando a leggere ed a un certo momento si ferma.

 

Cieco Perché ti fermi?

Giovane (imbarazzato, sollevando il capo dal libro) Ah, scusa, stavo leggendo…

Cieco (con interesse) Che cosa?

Giovane (indifferente) Un libro.

Cieco (sorridendo) Cosa dice questo libro?

Giovane Parla della razze.

Cieco Interessante, l'hai già letto?

Giovane L'ho appena iniziato.

Cieco E che cosa dice finora?

Giovane (con svogliatezza) Che sulla terra vi sono due razze.

Cieco (stupito, scuotendo la testa) Due? Due? Oh, ai miei tempi ce n'erano almeno quattro… sì, sì, almeno quattro o cinque… come mai?

Giovane (stringendosi nelle spalle) Non so… è scritto qui! (apre il libro e legge) Gli uomini si dividono in due razze; quelli che mangiano e quelli che non mangiano.

Cieco (stupito) Semplicità dei tempi! Nella mia gioventù si intendeva per razza una cosa più seria… più complessa…

Giovane (indifferente) Sarà!

Cieco Continua!

Giovane (riprendendo la lettura) La razza che mangia è formata dai bianchi, l'altra dai gialli, dai neri, dai rossi e dai discendenti delle loro linee incrociate.

Cieco Bianco nessuno?

Giovane Non sembra, (con improvviso interesse) ah, qualche bianco è a fianco dei gialli e dei neri… (con indifferenza) ma non sembrano molti.

Cieco Come fai a saperlo?

Giovane (con fastidio) C'è scritto in una nota in fondo alla pagina.

Cieco Due razze! (estasiato) È semplice, chiaro… due razze! La bianca e tutte le altre… (con gioia infantile) è facile da ricordare! E il motivo? Si rifà addirittura alle origini… semplice, chiaro! E la divisione? È facile da capire… fame e non fame. Altro che qualità della pelle, colore, forma del naso, degli occhi… (estasiato) fame e non fame… due soli colori… bianco e non bianco… come fame e non fame…

Giovane (come colpito da un'idea improvvisa, chiude il libro e se lo mette in tasca. Contemporaneamente estrae dall'altra tasca un giornale che apre febbrilmente) Ah, sul giornale di oggi c'è una notizia interessante.

Cieco (con curiosità) Quale?

Giovane (scorre il giornale poi alla fine trova il punto che lo interessa) Le razze animali stanno sparendo dalla faccia della terra. In Africa, per esempio, non esistono più animali né di piccola né di grande taglia, solo termiti e formiche… ma stanno sparendo anche loro.

Cieco Perché?

Giovane I negri se le mangiano. Praticamente i negri si sono sostituiti ai formichieri la cui razza è scomparsa, ed è una fortuna altrimenti a quest'ora l'Africa sarebbe un formicaio solo. (continua a leggere) Dalle statistiche sembra che nessuna razza sia prolifica come la razza umana.

Cieco Bella forza! Le razze animali spariscono perché sono distrutte, chi distrugge la razza umana?

Giovane (chiudendo il giornale) Hai ragione, è una statistica viziata alla base.

Cieco Alla base! (con interesse) Che cosa c'è d'altro?

Giovane (con indifferenza) Nulla! C'è un'intervista con un negro d'Africa.

Cieco Interessante, e che cosa dice?

Giovane Che invidia i negri d'America.

Cieco Perché?

Giovane Ha l'idea che i negri d'America stiano meglio di lui. (ironico) Poveretto! È solo perché ai gialli fa' comodo che l'africano invidi il fratello americano e che il negro d'America invidi il fratello africano. Tutta politica!

Cieco (preoccupato) I gialli sono troppo a sinistra.

Giovane (con vivacità) Macché a sinistra! Sono affamati come i negri d'America e dell'Africa. Oggi, esclusi i bianchi, tutte le razze hanno due soli problemi: il numero enorme e la fame. (soprappensiero) Però c'è qualcosa che differenzia i gialli dai neri, indiani e malesi.   

Cieco (con vivo interesse) Che cosa?

Giovane I gialli hanno le atomiche… poche, ma potenti come quelle dei bianchi.

Cieco Bisognerebbe convincerli a vendercele.

Giovane (con sarcasmo) Che pazzia, ne abbiamo già troppe!

Cieco (con sufficienza) Gioventù, gioventù, che non vedi più in là del tuo naso!

Giovane (irritato) E tu che non vedi nemmeno al di qua?

Cieco (sollevando con rabbia la mano dalla spalla del giovane) Villano! (agitando le braccia) Va' via… va' via… non ti voglio più come guida! (con rimprovero) Parlare così ad un cieco! Lo so, lo so che sono cieco. Va' via, va' via! (il giovane si stringe nelle spalle ed esce lentamente leggendo. Il cieco si muove sulla scena tendendo avanti le mani, brancolando) Troverò qualcuno… (entra una donna negra, alta, magrissima, coperta da un lungo mantello che le scende fino ai piedi. In braccio tiene un bimbo di pochi anni che ha la testa appoggiata sulla sua spalla e le braccia penzoloni oltre le spalle della madre. La donna è seguita da un negro alto, magro e vestito poveramente con una giacca larga, aperta sul petto nudo. Procedono lentissimamente facendo scivolare i piedi sul terreno come andassero in processione, immersi in un loro mondo di dolore, assenti a tutto ciò che li circonda. Il cieco con entusiasmo) Ecco… mi sembra che arrivi della gente… (il cieco sfiora con le mani la negra che continua a procedere come se il cieco non l'avesse toccata) sì… (il cieco lascia la negra e sfiora il negro, lo palpa e gli si mette dietro ponendogli una mano sulla spalla) sì… una donna ed un uomo… (al negro) permette che gli metta una mano sulla spalla? Sono cieco! (con curiosità) Dove andate?

Negra (con tono freddo, senza emozione) Al cimitero.

Cieco (con compassione esagerata) Ah, poveretti! (con fretta) Io vi lascio prima, non vi dispiace? Chi è morto?

Negra (continuando sempre ad avanzare lentissima) Nostro figlio!

Cieco Di che cosa?

Negra Di fame.

Cieco (con disappunto) L'avessi saputo… io ne ho da mangiare.

Negra (sorridendo in modo cattivo) Dite sempre così… dite sempre così…

Negro (con tono forte, ispirato, sollevando la testa in alto con gli occhi socchiusi) Farò camminare i ciechi per una via che ignorano, li menerò per sentieri che non conoscono,

                        muterò le loro tenebre in luce, se divideranno il loro pane con chi ha fame e non si nasconderanno a colui che è la carne della loro carne.

 

                        Escono tutti lentamente di scena.

 

 

 

 

Scena quarta

 

Entra in scena un cinese anziano quasi interamente fasciato da un ampio grembiule. Spinge una carriola su cui vi sono una decina di vasi, ognuno con un alto stelo di crisantemi dal grosso fiore giallo. Giunto a metà della scena si ferma ed incomincia a scaricare la carriola mettendo i crisantemi in fila davanti al pubblico, dall'estremità di sinistra verso il centro. Da questa estremità entra poco dopo un altro cinese vestito modestamente alla moda cinese di tanti anni fa. Ha in mano un paio di forbici da giardiniere e, incominciando dalla prima pianta, taglia tutte le foglie lungo gli steli. Dopo qualche istante si ode una voce fuori scena, come soffiata perché vorrebbe essere forte mentre è appena un sussurro:

 

Voce Pu-Yi… Figlio del cielo… ultimo imperatore della Cina… Pu-Yi…

Pu-Yi (voltandosi ed alzando il capo verso la direzione della voce, ma con tono tranquillo) Che cosa vuoi, nonna?

Voce (un po' ironica) Nulla! Volevo solo ricordarti che sei stato l'ultimo imperatore della Cina.

Pu-Yi (con una punta di fastidio) Perché lo ricordi?

Voce (con dispetto) Perché non c'è nessuno che lo ricorda… (con solennità) al di fuori della tua grande ava…

Pu-Yi (ritornando al suo lavoro) Lo so… lo so, tu ricordi tutto di quei tempi lontani! Ma sono così remoti, siamo morti nonna! Da anni e quante cose sono successe in Cina! Che cosa serve ricordare?

Voce (con puntiglio) Serve… serve…

Pu-Yi A chi?

Voce Agli storici, per esempio. Nessuno sa quanto hai sofferto sotto il comunismo, c'era Mao, allora. Naturalmente tu sorridevi sempre, ma io ti vedevo dentro…

Pu-Yi C'è ancora Mao?

Voce No, è passato! È durato fin troppo per i miei gusti.

Pu-Yi (intento al suo lavoro) Ad ogni modo che passassimo noi, imperatori della Cina, discendenti della dinastia dei Ching, era anche ora dopo tanti secoli. E c'è ancora il comunismo in Cina?

Voce No, è passato anche quello, da una cinquantina d'anni.

Pu-Yi (stupito) Non è possibile! Quando sono morto il comunismo c'era e dalla mia morte sono passati appena ventitré anni. Ti sbagli.

Voce Se non è morto, sta morendo. E Fior di Luna?

Pu-Yi (con tono triste) Ah, la mia piccola moglie? È morta.

Voce (risentita) Lo credo bene!

Pu-Yi È morta male!

Voce Male!

Pu-yi Sì, l'hanno gettata in un pozzo. (animandosi) L'ultima volta che l'ho vista era nel Palazzo del Nutrimento Spirituale… nella Città Proibita, coi suoi eunuchi, le dame e i damerini intorno… nello sforzo della sua morte! (con tristezza) Il nostro sembrava un regno che dovesse durare dei millenni, Mao l'ha spazzato via in poche ore! Sembrava un regno che avrebbe dovuto ritornare in Cina, non vi è più tornato! Supposizioni! Il futuro è fatto di supposizioni che sembrano realtà. Fra queste ognuno sceglie quella che gli fa più comodo, poi la storia giudica diversamente. Con tutto ciò ho un buon ricordo della mia gente.

Voce (aspra) Per me era tutta un'accozzaglia di lerci e di ubriachi.

Pu-Yi Sei ingiusta! Forse onorano ancora la tua memoria.

Voce (stupita) La mia memoria? È sepolta nei libri… e basta!

Pu-Yi Che importa, nonna? (con la mano accarezza un crisantemo) Io ho la passione dei fiori e li coltivo con arte. Li amo perché ho scoperto che hanno un'anima dolce, delicata, più dei loro colori.

Voce Crisantemi, ma perché coltivi solo crisantemi?

Pu-Yi (con indifferenza) Ce n'è molta richiesta… i bianchi li considerano i fiori dei morti.

Voce E ai morti interessano?

Pu-Yi Non so… non a quelli cinesi. Hai notizie?

Voce (con tono deciso) Brutte! La terra è un carnaio di gente che muore di fame.

Pu-Yi (con apprensione) E la Cina?

Voce È in agonia.

Pu-Yi Poveretta! (con interesse) Ma comunque sta meglio degli altri.

Voce Solo di quelli scomparsi… di quelli già morti.

Pu-Yi Chi sta meglio di lei?

Voce (con rabbia) Il bianco! Solo lui non ha fame ed ha cibo quanto ne vuole.

Pu-Yi (sorridendo e scuotendo la testa) È sempre stato il più bravo di tutti! Però basta che metta in pratica tutto l'amore che predica e la fame passerà… passerà, come tante altre disgrazie. Il bianco è per gli uomini un fratello maggiore. Quante volte ho sentito i bianchi chiamarsi fratelli fra loro! Soprattutto certuni vestiti di nero, con certi abiti lunghi che da lontano li facevano sembrare cinesi. (alla nonna, con ironia) Al solito, tu sei d'avviso contrario…

Voce (con fermezza) Io non giudico quelli con abiti lunghi, né quelli con abiti corti. So che tra loro se le danno di santa ragione. (con ira) Di fronte alla fame, se prima erano vermi, ora sono dei mostri… di crudeltà, di egoismo! Non so chi comanda in Cina, se ancora qualcuno comanda, comunque fossi io al comando, farei tabula rasa dei bianchi.

Pu-Yi (divertito) In che modo?

Voce Con quelle cose… aiutami tu che hai una memoria più fresca.

Pu-Yi Con le nostre spade di guerra?

Voce (sbalordita) No!

Pu-Yi Non dirmi che pensi alla polvere pirica…

Voce Ma se sono anni che non si fabbrica più… (con decisione) comunque, tabula rasa!

Pu-Yi (con decisione) Nonna, che cosa risolve la morte? La morte di quelli che consideri nemici… non so bene perché. Se i cinesi sono affamati perché debbono uccidere i soli uomini al mondo che non sono affamati? (si avvia soprappensiero verso il lato opposto della scena) È meglio convincerli, convincerli a dividere un poco… (esce dalla scena)

 

Ritorna il cinese con la carretta. Prende i vasi uno per uno, li carica e lentamente li porta via.

 

 

Scena quinta

 

Entra in scena un indiano. Appena entrato si siede per terra sulle gambe incrociate, incrocia le braccia e rimane immobile., rigido, il volto chino, gli occhi chiusi, immerso in profonda meditazione. Dietro di lui è entrato un altro indiano, anche lui magrissimo, ma più piccolo, più giovane. Come l'altro si siede per terra con le gambe incrociate con un'espressione di nervosismo sul volto.

 

Giovane Siamo soli! Se nessuna forza si oppone, parla e raccontami la tua visione.

Anziano (alza il viso lentamente e inizia a parlare guardando un punto fisso, in alto) Ero sulla riva di un lago e guardavo sulla sua superficie il riflesso del cielo. Chiamavo le forze nascoste, quando ad un tratto nell'acqua si è disegnata un'immagine…

Giovane (stupito) Quale?

Anziano (facendo un ampio segno circolare con la mano) Un cerchio solcato all'intorno da linee che si agitavano al tremolio delle onde. Facevo fatica a capire, d'altra parte pensavo che la visione, se era parola di Brahma, si sarebbe chiarita col tempo ed era inutile chiedersi se subito o quando.

Giovane Tutto è nelle mani del caso. Le forze nascoste hanno leggi che non conosciamo.

Anziano Non so il tempo che stetti immerso nella contemplazione del lago. Sembrava sempre mattino dalle luci tenui e diffuse che adagio, adagio allontanano dietro le spalle le ombre notturne. Il cerchio era sempre più nitido, le sue linee interne erano sempre più nette, precise. Ad un tratto capii che era l'immagine riflessa del nostro pianeta e le linee intorno erano i limiti delle terre emerse, come se li vedessi dall'alto, dal sole, per esempio o dalla luna o da venere.

Giovane (con tono di ammirazione) Solo Brahma può esprimersi in questo modo facendo vedere sulla terra l'immagine della terra stessa.

Anziano Cercavo il senso dell'immagine mentre godevo a guardarla. Lentamente da cerchio divenne forma globosa, rotonda, come una grande sfera nascosta sotto la superficie dell'acqua. E ingrandiva come se la terra, di cui era l'immagine, si avvicinasse alle mie spalle o piombasse dall'alto a velocità spaventosa. Ti confesso che ho avuto paura!

Giovane Io sono un brivido solo e non so se posso continuare ad ascoltarti. Eppure bisogna accettare ciò che viene da Brahma. Continua!

Anziano Per un istante credetti che la terra e l'immagine si fondessero insieme, ma non era questo il disegno di Brahma. Ad un tratto come se un'invisibile mano avesse messo fuoco dentro la sfera, vidi la terra accendersi di una luce violenta, e trasformarsi in una palla ardente, così luminosa che facevo fatica a guardarla, mentre una calore tremendo mi colava dagli occhi. Disperavo di poter continuare a resistere quando la palla di fuoco sparì sommersa in una nube lucente. Più rapido di quanto pensassi tutto ritornò come prima… il lago… i monti a corona del lago, la luce diffusa nel cielo di un chiarore appena avvertibile in quell'inizio di alba.

Giovane (meditabondo) Senza dubbio Brahma ha voluto parlarti, ma è difficile tradurre in parole il significato della visione. Brahma non tratta argomenti passati, per questi ha dato agli uomini la facoltà della memoria. Brahma tratta argomenti futuri. Ma quali? Forse l'arrivo di abitanti da un altro pianeta? O lo scontro della terra con una cometa vagante?

Anziano Penso che Brahma mi abbia descritto un avvenimento futuro che ha le sue origini qui, tra noi. Lo suppongo dal fuoco che non è giunto da fuori, ma si è acceso dentro la sfera.

Giovane Fuoco reale se ha trasformato la terra in una palla di luce.

Anziano Fuoco terribile che ha sollevato un pianeta al rango di stella.

Giovane (con angoscia) E noi?

Anziano Arsi, come legna portata ad alimentare la fiamma per incapacità di soffrire… per libera scelta fra tipi di morte…

Giovane (sottovoce)… al di fuori di quella per fame!

Anziano (con tono più forte e convinto) Al di fuori della morte per fame!

Giovane (si piega su se stesso con un'espressione di intenso dolore)

Anziano Che hai?

Giovane (indicando la regione dello stomaco) Mi fa male! potessimo oggi trovare un pugno di riso… non puoi  chiederlo a Brahma?

Anziano (alzandosi rapidamente ed aiutando il giovane a fare altrettanto) È meglio andarlo a chiedere in giro. (i due attori escono, l'anziano sostenendo il più giovane quasi piegato in due dal dolore)

 

 

 

 

Scena sesta

 

Entrano dalla parte opposta della scena due uomini, uno alto, magro, l'altro piccolo, grasso. Si portano al centro della scena, in avanti, unendosi uno vicino all'altro. Camminano rigidi come delle marionette. Sono vestiti con una tunica a maglia molto aderente, nera e chiusa fino al collo. Faccia e mani sono intensamente colorate di bianco. L'uomo alto ha un volto fine, delicato, mobile, occhi accesi e penetranti. L'uomo grasso ha un aspetto bonaccione, un po' indifferente, respira con affanno e ogni tanto si raschia la gola con violenza.

 

1° maschera

bianca Hai fame?

2° “               (storcendo il naso) Poca.

1° “               (ironico) Dici sempre così, poi divori tutto come un maiale.

2° “               Mi consolo che tu fai altrettanto.

1° “  Oggi no! È l'ultima sera del secondo millennio.

2° “ (con tono canzonatorio) Non farmi ridere! Nel tuo stomaco c'è sempre libero un posto… per la cena ed il cenone di capodanno.

1° “ (serio) Consumo. Meno mi sento fame, più ho fame.

2° “ (serio) È preoccupante.

 

Lunga pausa.

 

1° “ (esplodendo con violenza) La fame nel mondo ha raggiunto proporzioni impressionanti.

2° “ (con indifferenza) E che me ne importa?

1° “ C'è da aspettarsi, da un momento all'altro una reazione violenta da parte dei miliardi di uomini che non sono ancora morti di fame.

2° “ (con fastidio) Quale reazione?

1° “ Per esempio… che si mangino uno con l'altro.

2° “ (tranquillizzato) Si mangino pure!

1° “ Hai ragione! Si mangino pure!

 

Lunga pausa.

 

1° “ (con convinzione) Noi siamo tranquilli. La nostra società è perfetta, tanto produce tanto consuma. Aiutiamo i paesi in via di sviluppo, diamo a loro tutto ciò che ci avanza.

2° “ A quest'ora con gli aiuti che diamo, tutte le razze potrebbero essere al nostro livello… o almeno esserci a ruota.

1° “ Diciamo pure così… a ruota. (con superbia) Ma non ci raggiungeranno mai, anzi, saranno sempre più distanti. Non sanno programmare le nascite.

2° “ Non lo sanno!

1° “ Continuano a crescere con un ritmo sempre più alto, sono dieci miliardi.

2° “ (con ironia compiaciuta) Dieci miliardi!

1° “ (con aria di mistero) Il motivo è che non intendono rinunciare al piacere sessuale… o programmarlo.

2° “ (con tono duro) E allora soffrano la fame! Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

1° “ (ironico) È il caso di dire: chi è causa del suo mal, muoia con questo.

 

Lunga pausa.

 

2° “ (con tono preoccupato, ma volutamente indifferente) Succederà qualcosa?

1° “ (convinto) A loro! Noi siamo sempre duecento milioni. Programmazione! Da noi non si può segnare un nato in più se non si scala un morto.

2° “ Così deve essere.

1° “ (nervoso) Noi non chiediamo niente a nessuno. Diamo grano e lo facciamo ritornare pasta. Diamo olive e le facciamo ritornare olio. Chi lavora si sfama perché delle olive e del grano una parte rimane a chi lo manipola in pasta o a chi le manipola in olio. Faccio per dire.

2° “ Con tutto ciò ho un po' paura.

1° “ Di che? C'è il mare che ci divide da loro.

2° “ Da tutti?

1° “ Da tutti!

2° “ (con un sospiro) Non tutti… (con preoccupazione) ma alcuni possiedono delle bombe atomiche.

1° “ (ironico) E che se ne fanno? Possono forse cucinarle a pranzo?

2° “ (sottovoce) Possono usarle…

1° “ (con rabbia) Per annientarsi. Questo sì, dovrebbero farlo.

2° “ Dico contro di noi.

1° “ Sciocchezze, i loro mezzi di distruzione sono nulla in confronto dei nostri.

2° “ Nulla… nulla…

1° “ (con tono duro, spietato) Solo che pensino di usare le loro atomiche contro di noi…

2° “ (con apprensione) Ebbene, ebbene?

1° “ (con uno sguardo crudele) … li ridurremo da dieci miliardi a qualche migliaio.

2° “ (sorridendo, facendo ballare la pancia) Sarà una fortuna per queste migliaia. (ritornando serio) Mangeranno un poco di più, ma entro breve tempo saranno di nuovo da capo.

1° “ (con furbizia) Ma senza le bombe.

2° “ Naturalmente! Saremo tanto prudenti da non permettere che ne possiedano più. (insinuante) Dovremo fare così anche se non pensano di usare contro di noi quelle che hanno.

1° “ (con disprezzo) Sei cinico! (con foga) Il mio motto è: vivere e lasciare vivere…

2° “ (sottovoce) … chi può!

1° “ La nostra civiltà si fonda sui comandamenti e uno di questi dice: non uccidere!

2° “ Ricordo… che numero ha?

1° “ (con fare saccente) Deve essere il primo… ad ogni modo per me è il più importante.

2° “ (con tono convinto)… che nessuno ci uccida. Cosa c'è, senso morale!

 

Lunga pausa. Durante questa pausa entra in scena la donna negra della terza scena. Sotto il mantello tiene qualcosa e dalla posizione delle braccia si intuisce che è un bambino.

 

Negra Ci dovrebbe essere un comandamento che dice: non lasciar morire.

2° maschera

bianca (con accento incerto) Forse ci sarà.

1° “ (con decisione) No, lo escludo! Non c'è mai stato!

2° “ (conciliante) Comunque completerebbe il nostro senso morale.

1° “ (con rabbia) Non c'è nessun bisogno di completare il nostro senso morale. Nella nostra società tutto è perfetto.

2° “ (con un ampio gesto delle mani) Tutto!

1° “ (con ironia compiacente) Non lasciar morire… (si rivolge alla seconda maschera) ammettiamo pure questo comandamento nuovissimo. Non lo seguiamo già?

Negra (con disperazione) Troppo poco per le migliaia di madri che vedono i loro figli morire di fame! (solleva il bimbo poco oltre il mantello)

1° Maschera

bianca (concentrandosi su se stesso, come a risolvere il problema) Morirebbero di fame se invece di averne dieci, quindici, venti, ne avessero, che so, quattro o cinque?

Negra Morirebbero ugualmente!

1° maschera

bianca (tendendo verso la negra due dita) Due?

Negra (sconsolata) Morirebbero ugualmente!

2° maschera

bianca (meravigliata) Uno?

Negra (urlando) Morirebbero ugualmente!

2° maschera

bianca Allora non dovrebbero averne nessuno.

Negra Le madri muoiono anche se non ne hanno nessuno.

1° maschera

bianca (con tono soddisfatto) Vedi? Perché emanare un comandamento nuovo se è inutile? Teniamoci i comandamenti che abbiamo. La programmazione del nostro senso morale è la più antica programmazione che esista. L'ordine di non lasciar morire non c'è, è un invito, seguiamolo nei limiti delle nostre possibilità.

Negra (con ironia rabbiosa) Prima il tuo stomaco, poi il mio.

1° maschera

bianca (stringendosi nelle spalle) È una legge di natura.

Negra (con rabbia) Anche se il mio è vuoto?

1° maschera

bianca Che cosa vuoi che ci faccia?

Negra Dividi!

1à maschera

bianca Se è possibile… io me lo auguro… io non riempio mai il mio stomaco più di quanto mi è stato programmato, è una regola inderogabile. mai un peccato di gola. Perché dovrei farlo? Per vivere meno? Per vivere peggio? (alla negra) Non dirmi che sono uno schiavo, è meglio essere schiavo di una programmazione, che di un dolore di stomaco.

2° maschera

bianca (con tono indulgente) Purtroppo invece… io, ogni tanto ho qualche dolore di stomaco. (con decisione) Lo confesso, ogni tanto cedo alla passione di mangiare qualcosa di più.

1° maschera

 bianca (con disprezzo) Incivile!

2° maschera

bianca Ma senza passione, che cosa è la vita?

1° “ Equilibrio, benessere! Vivere senza passioni è una regola vecchia di millenni. Solo che un tempo si predicava con passione di vivere senza passioni. Ora è tutto diverso, viviamo senza passioni e non lo predichiamo più. La differenza è sottile, ma sostanziale.

 

Lunga pausa.

 

Negra (si è accovacciata per terra, china sul figlio morto) Hai mai sofferto la fame?

1° maschera

bianca Mai!

Negra (con intensità) È una cosa straziante!

1° maschera

bianca Può darsi.

Negra E non ti commuove?

1° maschera

bianca La commozione non sfama nessuno.

Negra Dividere?

1° maschera

bianca Difficile!

Negra Donare?

1° maschera

bianca (con accento assente) Io vendo… (con stanchezza) ma siete troppi.

Negra In pochi moriremo meglio?

1° maschera

bianca In pochi potreste sperare di soffrire meno la fame domani, dopodomani. Se si lascia un'eredità di speranza è sempre meglio di un'eredità di disperazione.

Negra (con ironia crudele) Speranza di fame!

1° maschera

 bianca (con accento confuso) Non vedo proprio che cosa potrei promettere di più… (in questo momento entrano in scena due poliziotti che sostengono sotto le ascelle il negro della terza scena che si lascia pesare lungo disteso sulle mani che lo sostengono. La prima maschera bianca ha uno scatto d'ira contro i poliziotti) Perché lo trascinate così?

Poliziotto (con tono indifferente) Se non lo teniamo si lascia andare per terra.

2° maschera

bianca (con tono curioso) Ha fame?

Poliziotto No, ha mangiato. Protesta: tutti i negri fanno così.

2° maschera

bianca (sottovoce, con disprezzo) È un sistema scimmiesco.

1° maschera

bianca Protesta di non essere all'altezza del bianco.

2° “ (sorridendo) Che ridicolo! Possiamo farli simili a noi, se non lo sono?

Negra Aiutarli!

2° maschera

bianca (con sarcasmo) A che cosa? A schiarirsi la pelle?

Negra (incalzando) Amarli… istruirli… (urlando) la vostra società è perfetta solo per gli uomini bianchi, per i negri è disperazione!

2° maschera

bianca (sottovoce, alla prima maschera) Il problema non esisterebbe se li portassimo in Africa da dove sono venuti. (con rabbia) Ma non c'è più un buco libero in quel continente. Tutto occupato! Scontiamo la follia dei nostri antenati che ce li hanno messi tra i piedi.

Negra (con ironia cattiva) Vi servivano allora!

1° maschera

 bianca Certamente! Ma poi siete cresciuti di numero, troppo! Per voi non c'è nelle nascite programmazione che tenga e il numero è fame!

Negra (sollevando il volto e con gli occhi chiusi recita lentamente con intensa emozione) Tanto siamo disfatti da non sembrare più uomini, ma molte saranno le nazioni di cui desteremo l'ammirazione. I re chiuderanno la bocca perché vedranno quello che non era mai stato narrato e apprenderanno quello che non avevano mai udito. (urlando) Dio di giustizia, scendi fra la tua umanità negra…

1° maschera

bianca (urlando in modo isterico) Fatelo tacere!

Negra (ancora più forte) Dio d'amore, svelaci il tempo della nostra resurrezione…

1° maschera

bianca (portandosi le mani sulle orecchie per non sentire) Fatelo tacere… fatelo tacere… (agitando le braccia) via… via… (il gruppo dei tre uomini esce di scena)

Negra Recitava Isaia!

1° maschera

bianca (agitatissima) Per me reciti quello che vuole! Che mangino, che facciano figli, ma che ci lascino in pace!

Negra La nostra fame non ha di mezzo gli oceani. D'ora innanzi la visione del negro ti seguirà continuamente.

1° maschera

bianca (con rabbia) Me ne libererò.

Negra (incalzando) Lo incontrerai nei sogni, come nella vita.

1° maschera

bianca Lo eliminerò dalla mia vita.

Negra Egli non è che un simbolo dell'umanità affamata oltre gli oceani.

1° maschera

bianca Ritornerà un uomo se lo riempirò di cibo.

Negra Non è sufficiente, si unirà con gli altri.

2° maschera

bianca (preoccupata) Con chi?

Negra Con tutti gli affamati della terra.

 

1° maschera

bianca (con tono di sfida) Lo faccia!

Negra E ti farà schiavo.

1° maschera

bianca Schiavo?

Negra Schiavo al limite della sopravvivenza.

1° maschera

bianca Io?

Negra (con tono convinto, freddo, incisivo) Tu, con tutti gli uomini bianchi, superbi, freddi, egoisti, duri…

1° maschera

bianca (sorridendo con disprezzo) Sei impazzita o piena di vin dolce. (alla seconda maschera bianca) Chiama la squadra della pulizia mentale! (la seconda maschera bianca fa dei cenni a delle persone fuori scena. Entrano due uomini robusti vestiti di bianco con la divisa da infermiere. Si avvicinano alla donna e la prendono sotto le ascelle)

Negra (con ironia cattiva) Sono sana! Non mi brucerai sul rogo.

2° maschera

bianca (sottovoce, alla prima maschera) Chi dice questo?

1° “ È un'usanza antica.

2° “ (sbalordito) Ma da noi è scomparsa!

Negra Da voi l'eresia è punita più che col fuoco.

1° maschera

bianca (facendo cenno con la mano agli infermieri di portarla via) Basta qualche pillola sedativa… via… via…

Negra (con accento gelido, mentre gli infermieri la trascinano via) Mi ritroverai sulla tua strada con tutti i miei figli… con tutti i miei uomini… con tutti i miei morti… (già fuori scena, urlando) con tutti i miei morti…

2° maschera

bianca (sorridendo, alla prima maschera) Con tutti i suoi morti…

1° “ Taci! È un'imprecazione!

2° “ Hai paura?

1° “ (reagendo violentemente) Io? (urlando) Me ne rido di tutti, del mondo intero. (solleva le braccia al cielo) Che viva e dopo di me il diluvio… che viva bene e crepi l'universo! (con rabbia) Nessuno lo dice, ma tutti vivono come se lo dicessero…

2° “ (sforzandosi di capire) Tutti i bianchi, s'intende.

1° “ I bianchi!

2° “ Tutti gli altri vivano male e crepino loro, non l'universo. (con indifferenza) Per me l'universo ci osserva a vivere e a crepare senza scomporsi. (guarda improvvisamente l'orologio al braccio) Oh, è mezzanotte!

1° “ (parlando in tono agitato, in preda a tremito nervoso) Mezzanotte! La mezzanotte dell'anno duemila… (con decisione rabbiosa) e venga! (urlando verso l'esterno della scena) Avanti le maschere, avanti! (entra un carro basso da terra, trascinato da tre uomini, uno giallo, uno nero, uno meticcio. Questi tre uomini avanzano con fatica, attaccati all'unica stanga del carro. Sul carro vi sono quattro pupazzi appesi a quattro pali: rappresentano in grandezza naturale una scimmia, un ominide, un uomo delle caverne e un uomo attuale. La scimmia è del tipo dell'urang-utang, l'ominide le assomiglia, ma è molto meno peloso, l'uomo della caverne è più grande e più grosso dell'uomo attuale, con faccia grossa, labbra tumide, sporgenti, occhi incavati, naso largo, schiacciato, è bianco, senza peli al di fuori del pube dove una folta massa di peli gli copre gli organi genitali, i capelli gli scendono lunghi e disordinati sulle spalle. L'ultimo pupazzo, l'uomo attuale, è magro, sottile, bianco, vestito nel modo comune di una persona borghese dei nostri tempi: pantaloni, doppio petto, camicia, cravatta. I movimenti del carro agitano continuamente e violentemente questi quattro pupazzi. L'attore li indica gesticolando come un pazzo) Ecco la verità! (si avvicina al carro, afferra la scimmia, la toglie dal suo sostegno, poi, afferrandola per la schiena, la sostiene col braccio teso presentandola al pubblico) La prima! (sorride con soddisfazione) Così eravamo! Non c'è motivo maggiore di orgoglio che guardarci come eravamo… (con tono violento) scimmie, dalle lunghe braccia pelose, dalle gambe storte e corte, come rami secchi. (scuote la scimmia con forza, poi se la porta davanti) Ha la mia stessa altezza, un muso che mi assomiglia, un occhio duro, una mandibola robusta con denti di ferro… (quasi sottovoce) è già un cervello organizzato ad arte. Non urla. Parla… o parlerà. (la butta via fuori scena, si avvicina al carro, stacca il secondo pupazzo, lo afferra per la schiena e lo presenta, urlando) La seconda! (con tono mellifluo) Scimmia meno pelosa, una fronte meno sfuggente, più dritta… denti e mandibole meno potenti. (si rivolge alla seconda maschera bianca) Che pensi? Più umana? No! Diminuisce la forza dei muscoli, ma aumenta l'energia nella testa… (con gioia sadica) potenza più raffinata, meno stupida di quella degli altri animali, già crudeltà più che potenza. (la butta fuori scena, si avvicina al terzo pupazzo, lo afferra di schiena e lo presenta) La terza! L'uomo delle caverne! (con tono ironico, compassionevole) Minuscolo, fragile di fronte ai rettili enormi di allora. (con violenza) Se ti muovi ti schiaccio! (con furbizia) Schiacciami, schiacciami! Io metto un aculeo sotto il tuo stupido piede con le mie dita che ormai sanno fare soffrire… (mostra le dita della sua mano libera) e non sembra… sembrano vermi senza difesa, ma c'è un cervello crudele che le muove, le inarca, le piega, le rovescia, le raddrizza. (butta il pupazzo fuori scena. Di nuovo si avvicina al carro, stacca il quarto pupazzo, lo afferra di schiena e lo presenta) La quarta! L'uomo civile che dice: il mio è mio e il tuo è anche mio! E per non prenderlo grida: tu mi minacci! Da lui inizia la storia beata degli assassini continui, delle porcherie, delle crudeltà a freddo, del sadismo studiato con cura. Risparmia le donne per violentarle, risparmia i bambini per crescerli schiavi. Quando è oppresso, inventa favole e storie di dei, li invoca quando intende sopprimere. Vela i suoi atti sotto motivi ideali. Pensa, discute, sembra che ami, ma al minimo soffio di vento che gli faccia temere per sé e per ciò che possiede, si scatena ed è uguale in tutte le epoche. Spietato, crudele, molto più della scimmia o dell'ominide o dell'uomo della caverne. (butta fuori scena con disgusto il quarto pupazzo. In questo momento un orologio comincia a suonare dodici colpi solenni. La prima maschera bianca rimane immobile a sentirli, sussurrando a fior di labbra)Mezzanotte, mezzanotte, (assume un aria ispirata, socchiude gli occhi, sorride, con la mano si batte leggermente il petto, indicandosi) io sono la maschera dell'uomo del terzo millennio… bianco di pelli, sottile, venata di azzurro… di media statura, leggero, scattante, (diventa gradualmente più reale nella sua recitazione) freddo di dentro e di fuori, attivo per sé... (duro) indifferente, sicuro, preciso… (con improvvisa angoscia) solo, che importa! (prende sottobraccio la seconda maschera bianca) Con te perché mi sei simile… (le due maschere si avviano lentamente fuori scena) uguale… bianco di pelle anche tu… con te unicamente per questo… (senza voltarsi indica i tre uomini di colore, chini, stremati sulla stanga del carro) e gli altri di diverso colore che muoiano… o si mangino l'uno con l'altro… noi sopravviveremo, anche se non saremo più uomini, ma le maschere del terzo millennio… le maschere del terzo millennio…

 

 

 

SECONDO TEMPO

 

Scena prima

 

Identica scena dell'atto precedente, immerso nella semioscurità. Dopo qualche istante entra la giovane del primo atto scivolando dallo stipite di destra. Ha, come prima, il telefono in mano e il microfono all'orecchio, rimane per tutta la scena addossata allo stipite, un po' piegata su se stessa, sconvolta, disperata.

 

Donna Pronto? Ciao… ti ringrazio… lo so, è morto! (precipitosamente) No, no, non venire! Scusami! Desidero rimanere sola… (con nervosismo) non posso, è facile dirlo… non posso, ti ripeto, è superiore alle mie forze… (con ironia) reagire? Ma a che cosa? Alla morte? (con ironia crudele) Chi è mai riuscito a reagire alla morte? (cupa) Bisogna digerirla adagio… adagio… (con violenza) no, non venire! Preferisco parlarti per telefono, se ti vedo, non riuscirei a dirti una parola… piangerei e invece ho bisogno di parlare! (con estrema dolcezza, guardando in alto, lontano) Era tutto per me… padre, madre, fratello, marito… vedermi in lui era semplice come specchiarmi. (sorride) Riderai! Avevamo lo stesso numero di pulsazioni al cuore… sul serio! Se aumentavano a lui, aumentavano anche a me… ridevamo e le contavamo insieme. (triste) Ora il mio cuore balla, si ferma, riprende, mi da dei colpi, come se dovesse scoppiare. È un povero treno che cerca di andare, anche se ha perso una ruota… fa quello che può, ma non andrà molto lontano. (si toglie il microfono dall'orecchio e se lo pone davanti. Fino alla fine parla con disperazione al telefono) È morto, ma io me lo vedo davanti, continuamente… vivo! Faccio il suo numero di telefono e gli parlo per ore e ore. Ad intervalli regolari mi risponde un suono acuto, lontano. È lui! Sembra disperato di non potere fare di più. Io lo consolo, verrà un giorno che i suoi suoni acuti, lontani, si trasformeranno in parole, quando qualcuno, chiamandomi a questo telefono, sentirà gli stessi suoni acuti… lontani, ripetersi come i suoi… per ore e ore… (scivola lentamente fuori scena)

 

 

 

 

 

 

 

Scena seconda

 

Dopo qualche istante si illumina il lato sinistro del palcoscenico e nella luce appare il secondo guerrigliero con le mani legate dietro la schiena e un soldato, armato fino ai denti, con mitra, elmo, aggeggi vari, che lo spinge brutalmente in avanti. Con una mano il soldato sostiene una seggiola che pone violentemente a terra, facendovi sedere sopra il guerrigliero con un colpo allo stomaco. Il soldato guarda con odio il prigioniero, per qualche minuto, poi, con tono ed espressione di disprezzo senza staccargli gli occhi di dosso, incomincia:

 

Soldato Erano in due! Armati! Uno è morto!

Voce fuori scena(e una voce forte, autoritaria) Che cosa hai da dire?

Soldato (facendo vacillare il prigioniero con un colpo del calcio del mitra) Voltati! Parla!

Guerrigliero Parlerò se sono interrogato!

Voce Che cosa facevi col tuo compagno? (con tono minaccioso) Non cercare di ingannare la corte.

Guerrigliero (ironico) E perché? Sapete benissimo che cosa stavo facendo… (con forza) la guerra!

Voce Da quando?

Guerrigliero (con noncuranza) E chi se lo ricorda?

Voce (con insistenza) Il motivo?

Guerrigliero Ce l'avevo con voi, come ce l'ho tuttora. Quando si è stanchi di soffrire la fame, si fa quel che si può.

Voce (severa) Anche ciò che non si deve?

Guerrigliero È un diritto dell'affamato.

Voce Hai cercato di abbattere l'autorità costituita.

Guerrigliero (con tono calmo, sicuro) Quando questa autorità costituita non riesce a sfamare i suoi amministrati, si ha il dovere di fare quanto possibile per sostituirla.

Voce Tu faresti meglio?

Guerrigliero Non so, dovrei provare.

Voce (con tono di sfiducia) Combatti una battaglia inutile.

Guerrigliero (serio) Può darsi! Ora poi… (ironico) è persino ridicolo parlarne! Ma io ho sentito il bisogno di ribellarmi alla fame. (con disperazione) Ad un certo punto non si può veder morire la gente, uomini, donne, bambini, senza fare qualcosa. (con tono incerto) Che cosa uno fa… a un certo punto… non ha più importanza. La prima luce che vede nella notte è quella giusta. Che cosa illumina… è una questione che si rimanda… che verrà dopo, se si è ancora vivi. Avevo un amico che un giorno si è sentito un piccolo dolore in gola a mandar giù la saliva, chissà, diceva, passerà domani. Non gli è più passato fino alla morte. Era un cancro… (rivolto verso l'esterno della scena) sapete cos'è? (meditativo) Una malattia inguaribile! Andava avanti a morfina negli ultimi tempi. Per me la lotta è una specie di ipnotico… di sedativo. Se lotto, non soffro, o è sopportabile la sofferenza che mi da la fame e quella degli altri… questa malattia inguaribile, mortale da cui l'umanità è segnata.

Voce (dopo qualche istante di silenzio, con tono solenne) La corte, dopo ponderato consiglio, decide di lasciare libero il prigioniero. (con autorità) Slegatelo! La seduta è tolta!

 

Il soldato con gesti meccanici libera le braccia del prigioniero. Costui si alza, si stira, poi prende il mitra che il guerrigliero tiene con noncuranza dalla cinghia. Il soldato lo segue con indifferenza.

 

 

Scena terza

 

Dopo qualche istante entra un uomo di media statura, di una quarantina d'anni, alto, corpulento, con una faccia grossa, molle, piena di rughe e di solchi. Porta degli occhiali piccoli, montati in metallo, veste una lunga toga di avvocato. Legge un foglio, si ferma, prende la penna e firma, si siede e riprende a leggere. Ad un tratto alza il viso ed inizia a parlare. È seduto sul bordo della sedia e tiene le gambe come se dovesse alzarsi. Muove con la mano il foglio con atto di dimostrazione di quello che dice.

 

Avvocato Verdetto giusto, preciso! Al punto in cui siamo non ha più alcuna importanza chi detiene il potere, è un problema superato d'altri tempi! (rivolgendosi ad un interlocutore invisibile) Vuoi il potere? Eccolo! Ti stupisci? No… sei troppo addentro nelle cose, sposti un po' l'umanità a destra e muoiono quelli di sinistra, la sposti a sinistra e muoiono quelli di destra, la fai salire al nord e muoiono quelli del sud, la fai discendere al sud e muoiono quelli del nord. Come si fa sfamarli tutti? Anni fa quando si era ancora nell'era beata in cui tutti mangiavano almeno un poco, ho assistito per caso ad una riunione importante: c'erano i massimi esponenti della finanza mondiale, gli esperti della produzione, i delegati all'O.N.U. delle nazioni più ricche e dopo giorno e giorno di consultazioni, constatando che non era più possibile sfamare tutti i popoli… che dico, tutte le nazioni della terra… si stabilì di dividere la terra in due zone di influenza: una poteva essere aiutata, l'altra doveva essere abbandonata alla fame. (stringendosi nelle spalle) Che cosa posso dirvi? Non si è fatto così per capriccio, ma per necessità. Molte cose sono cambiate da allora e non in meglio. Prima di tutto la zona di influenza della fame è aumentata anno per anno, contro tutte le previsioni e previdenze escogitate. (rivolgendosi al pubblico) Poi è mutato il comportamento dell'umanità. La parte abbandonata alla fame ha sussulti tragici, per lo più imponenti, monotoni, sempre uguali. Chi ne parla più? L'altra parte è calma, ma di una calma fredda, fatta di calcoli, di programmazione dove le unità sono esseri umani tolti, aggiunti, tolti di nuovo e poi rimessi o per necessità o raccomandazioni. Questa per me non è più vita! C'è naturalmente chi ha di più, chi ha di meno, chi si avvicina al limite del nulla. (sempre rivolto al pubblico, sottovoce, con tono di confidenza) Chi si avvicina al limite… in questo momento… fa paura: è armato! (con un filo di voce) Possiede bombe atomiche! Il bianco è in testa e si può dire sazio, il giallo è in coda o in testa agli affamati cronici… senza speranza… (si alza) mah, chi vivrà vedrà… (e, scuotendo la testa con un'espressione di impotenza, esce di scena)

 

 

Scena quarta

 

Sulla scena si diffonde una luce irreale. Dopo qualche istante dagli altoparlanti fuori scena diffondono un discorso, pronunciato con lentezza, in modo solenne, a voce forte, sicura. Nel frattempo un indiano, alto, magrissimo, vestito con un lungo abito bianco, sporco, stracciato e con un turbante lacero in testa, entra, si porta al centro, alza il viso, ascoltando il discorso.

 

Voce Amato popolo giallo! Umanità affamata di tutti i colori… (con ironia) escluso, naturalmente il bianco! (come prima) Ecco le illuminate, umane, nostre proposte! Se i bianchi, pieni di cibo, entro ventiquattr'ore non ce ne daranno una parte che copra il minimo del fabbisogno di tutti noi, popolo giallo, armato di atomiche superpotenti, precise, indistruttibili, a malincuore, (con decisione) distruggeremo i bianchi! (con ironia) Naturalmente non tutti! È impossibile! Scamperanno quei pochi che in alcune frazioni di secondo semineranno morte e distruzione su tutta la terra... per ritorsione... per vendetta! (urlando) A costoro vada in anticipo la nostra maledizione! (con fermezza) Popolo giallo, è un rischio! (con tono tragico) Ma oramai siamo così vicini alla morte per fame che tutti gli espedienti, tutti i mezzi sono buoni… anche quello di rischiare una bomba atomica. Di fronte alla morte per fame è una benigna, benvenuta morte sul nostro popolo. (urlando) Siete tutti d'accordo!

Voce di molti Tutti d'accordo!

 

Entra un giallo, piccolo, magro, vestito con uno sfavillante divisa militare. Ha un'espressione dura, autoritaria. Si ferma appena entrato, si pianta con le gambe divaricate e con le mani sui fianchi e si rivolge con durezza all'indiano:

 

Giallo Anche tu? (con violenza) Compagno indiano, anche tu? Rispondi! (con disprezzo) Per prima cosa sarebbe opportuno in questo inizio di terzo millennio che ti cercassi un vestito più consono ai tempi.

Indiano (calmo) Perché fratello giallo?

Giallo (offensivo) Così… perché sei ridicolo!

Indiano (svagato) Francamente non me ne sono mai accorto.

Giallo (sarcastico) Di che cosa t'accorgi tu… al di fuori della fame? Comunque sei ridicolo… o non credi di esserlo?

Indiano Non più di quanto tu lo sei per me con la divisa che indossi. Almeno io non copio nessuno. Al contrario il tuo abito, fratello giallo, è straordinariamente simile a quello dei bianchi quando vanno in calore di guerra. Naturalmente i vestiti dei bianchi sono più ampi, non è la stessa cosa vestire uno scheletro o un uomo normale, nutrito, (parla con voluttà) coi muscoli pieni, le forme rotonde, il grasso che scivola fra un tendine e l'altro e il sangue che nutre e scorre in tutti i tessuti…

Giallo Che voluttà, compagno indiano! Scoppi d'invidia! (insinuante) Ma il fatto di essere ossa, soltanto più ossa, deve farci pensare.

Indiano Non ho mai dubitato che tu sappia pensare, fratello giallo. Però, per natura sono contrario alle azioni violente.

Giallo (ironico) Lo so, lo so da millenni, compagno indiano! L'avrai intuito dalla delicatezza che uso verso le tue frontiere.

Indiano (stupito) Dalle mie frontiere? Parli forse di quei segni che alcuni tracciano ancora sulle carte geografiche?

Giallo (sforzandosi di capire) Sì.

Indiano (con tono compassionevole) Ormai sulla terra esiste una sola frontiera, la fame! È anch'essa una frontiera geografica. Se dovessi assegnarle un colore, sceglierei l'azzurro, mi fa pensare alle distese infinite dei mari… degli oceani… pieni di pesci, ricchi, prolifici…

Giallo (con aria di mistero) Il nero è di casa.

Indiano E ci sta?

Giallo (con aria trionfante) Più di noi.

Indiano E non teme di essere malmenato… distrutto?

Giallo No! Ha coraggio da vendere! Non si considera un uomo, ma una bandiera. Sono la vostra bandiera, mi ha detto, piantata nel cuore del vostro nemico! Distruggete, uccidete, incendiate! Io brucerò coi bianchi! Ma se le cose dovessero andare in modo diverso… se i bianchi per vivere in pace accettassero ciò che chiediamo, il nero diventerà lo strumento della nostra vittoria.

Indiano (pensieroso) Il nero vuole stupire e ne ha tutte le doti: possanza, violenza, fanatismo, capacità di soffrire…

Giallo (ironico) Ma ha anche una fame tremenda.

Indiano Nel suo genere è primitivo, ma è indubbio che ha fame… che h fame…

 

Si avvia lentamente verso un lato della scena, quello opposto in cui si trova il giallo.

 

Giallo (urlandogli dietro) Compagno indiano, ci stai?

Indiano (uscendo di scena, sottovoce) Ci sto… ci sto…

Giallo (soddisfatto, fregandosi le mani dalla gioia) Anche lui…come tutti… come tutti… (esce di scena)

 

 

Scena quinta

 

Dopo qualche istante entrano dalle due parti opposte della scena le due maschere bianche dell'atto precedente. Il giovane ha un aspetto grave, preoccupato. L'anziano lascia trasparire un'angoscia profonda. Lentamente con passi quasi metallici avanzano e si portano al limite anteriore del palcoscenico.

 

1° maschera

bianca (con rabbia) Il ricatto era nell'aria…

2° “ (con angoscia) Era nell'aria…

1° “ I gialli pretendono una parte dei nostri consumi.

2° “ Che parte!

1° “ Enorme dal nostro punto di vista, per loro è il minimo vitale.

2° “ (con forza) Vogliono, vogliono… e vogliono subito.

 

Lunga pausa.

 

1° “ La fame non ammette indugi.

2° “ (con angoscia) Ma perché hanno atteso finora? Non è il primo giorno che muoiono di fame.

1° “ Finora nessuno aveva mai pensato alla fame in unione alle bombe.

2° “ (con rabbia) Ci volevano i gialli per un pensiero simile.

1° “ Sono gli unici che hanno le bombe.

 

Lunga pausa.

 

1° “ I gialli sono decisi ad usarle.

2° “ Quante ne avranno?

1° “ Poche in confronto alle nostre. Moltissime e più che sufficienti per farci sparire tutti in un rogo atomico.

2° “ Sono crudeli, spietati, senza pietà.

1° “ Sono logici, non hanno più nulla da perdere. Gradualmente muoiono tutti per via naturale, condotti a spasso dalla fame. Ora hanno capito di possedere un'arma con cui possono chiedere tutto.

2° “ (sbalordito) Tutto?

1° “ Tutto!

2° “ E se li distruggessimo subito prima che distruggano noi?

1° “ I gialli non intendono affatto distruggerci, al contrario il loro scopo è di tenerci in vita come schiavi e per questo scopo giocano sul nostro terrore di una distruzione sicura, completa, atomica. Loro mangeranno tutti, noi non mangeremo più. Il loro motto è: poco per tutti, tutti per poco.

2° “ (con disperazione) Anche noi?

1° “ Anche noi!

 

Lunga pausa.

 

2° “ (con decisione) Fulminiamo i gialli in pochi secondi.

1° “ Ci sarà sempre un giallo pronto a reagire.

2° “ Non è possibile fulminare anche quest'ultimo giallo?

1° “ Non è possibile, almeno per ora.

 

Lunga pausa.

 

2° “ Aveva ragione la negra, anche lei è nel complotto.

1° “ Tutti lo sono, anche i pacifici indiani. Dietro le bombe dei gialli l'umanità affamata si schiera a frotte, solidale, compatta. Vuole il nostro cibo e noi siamo costretti a darlo.

2° “ Bluffano! Dobbiamo resistere anche solo per poco…

1° “ (lentamente) I gialli non stanno giocando. Se hanno detto: dammi tutto ciò che ti chiedo o ti distruggeremo domani… domani, capisci? Domani, puntuali come uccelli che migrano alle stagioni fissate, le loro bombe saranno sopra di noi e incendieranno il cielo di un'apocalisse atomica. Di noi sopravviveranno quei pochi che distruggeranno loro, ma tu e io moriremo. Ai nostri due mucchietti di cenere non rimarrà che la magra consolazione, se è ancora dato di sentirla dopo la morte, che avevamo visto giusto pensando che i gialli fanno sul serio. Comunque saremo nel grande serbatoio dei morti, la posta in gioco è la vita. I gialli ci fanno giocare con la ricchezza più alta… quella che si deve avere per forza per godere di tutte le altre, appunto perché per loro la vita è la ricchezza più inutile. Sono logici, ferrei, programmano giusto! Lottano giorno per giorno contro un nemico più spietato delle bombe atomiche.

2° “ Quale?

1° “ La fame! L'umanità sale dal nulla ad un minimo.

2° “ E noi?

1° “ Da un massimo scendiamo ad un minimo.

2° “ È un patto infame!

1° “ È un patto di fame!

2° “ E in più saremo schiavi!

1° “ Schiavi!

2° “ (con orgasmo) Dammi il comando!

1° “ Non possiamo esercitarlo in due… non possiamo esercitarlo tutti!

2° “ Siamo nelle loro mani!

1° “ D'ora in avanti…

 

In questo momento entra in scena, vestito più con stracci che con abiti, un piccolo uomo giallo, con tutte le caratteristiche del cinese e del giapponese. Entra dall'estremità anteriore sinistra e attraversa tutta la scena diagonalmente uscendo dall'angolo in fondo a destra, non degna di uno sguardo né di una parola le due maschere bianche, è tutto intento a mangiare con avidità una grossa pagnotta di pane.

 

1° maschera

bianca (accennando al giallo che passa) Ecco il destino del nostro pane!

 

Appena uscito il giallo, entra nello stesso punto un indiano, alto, vestito con un abito bianco, lungo fino ai piedi, tutto sporco e stracciato, con un turbante in testa, anch'esso sporco e lacero. È magrissimo, trascina i piedi, avanza lentamente, tiene in mano una grossa pagnotta di pane e mastica adagio, adagio. Non vede nulla, non osserva nulla. Attraversa tutta la scena da una parte all'altra. Di nuovo la prima maschera bianca, accennando col capo, indica il pane alla seconda maschera.

 

  maschera

bianca Il nostro pane!

 

             Dall'angolo anteriore destro della scena entra la giovane negra del primo atto. Cammina come in trance, istupidita, affranta. Dall'ampio mantello spunta una piccola bara scoperta che la negra tiene stretta al fianco, nell'altra mano libera ha una grossa pagnotta di pane. Il negro del primo atto la segue, duro, impettito, con le braccia conserte, il volto serio, gli occhi socchiusi.

 

2° “ (con disperazione) Il nostro pane…

 

La negra avanza fino all'altezza delle due maschere. Qui si ferma e con gesti lenti pone a terra la piccola bara, inginocchiandosi. Guarda con intenso trasporto il figlio morto, poi appoggia il pane sul bordo della cassa e lascia cadere in giù le mani unendole come in preghiera.

 

2° maschera

bianca (chinandosi e tendendo la mano verso il pane) Il nostro pane….

1° “ (trattenendolo) Non vedi dove l'ha messo?

2° “ (piagnucoloso) Ma è il mio pane! Dille che me lo dia! Dille che lo posi per terra! (con rabbia) Che lo posi perché è il mio pane! (alla negra, indicando il bambino morto e urlando) Non puoi più nutrirlo, se l'hai messo lì per lui… (supplicando) posalo per terra, per piacere!

Negro (con aria ispirata) Egli è salito a guisa di rampollo… a guisa di radice da arida terra…

2° maschera

 bianca (con tono preoccupato, alla prima maschera) Che cosa dice?

1° “ Riprende a recitare Isaia.

Negro (con voce tonante) Non vi è in lui né forma, né bellezza alcuna, nulla perché noi lo desiderassimo. Egli è stato spezzato fino a non essere  più venuto nel numero degli uomini, bimbo di dolore, vittima dei nostri languori, abbiamo stimato che tu fossi percosso e abbattuto da Dio.

Negra (con intenso trasporto, rivolta al cadavere del figlio) Fosse giunto qualche ora prima!

2° Maschera

bianca (con tono assente, sconcertato) È indifferente ormai!

Negro (con tono disperato, piangente) Non tutti siamo come pecore erranti. Dio ha posto su di lui l'iniquità di noi tutti. Egli è stato oppresso e non ha aperto bocca, è stato oppresso come una pecora davanti a quelli che la tosano. (salendo di tono fino a gradazioni parossistiche) Nella sua morte è coi ricchi. Egli vedrà progenie, il frutto della fatica e sarà saziato e spartirà le spoglie coi potenti.

2° maschera

bianca (con malignità cattiva) Ricattando! (con rabbia) Cercando il nostro pane!

Negra (con disperazione) Povero figlio mio, ne hai la bocca piena!

2° Maschera

bianca (fissa lo sguardo sul cadavere e si rizza di scatto. Urla e gesticola) Sul serio… (alla prima maschera bianca) guarda… guarda! (indica la negra) Ha dato del pane ad un morto. (con disperazione) Il mio pane! Questo non è nei patti. Come facciamo a nutrire anche i morti? (alla negra) Sciupare il mio pane… è un delitto! (punta il dito su cadavere) Vedi che l'ha tutto in bocca? E non può mandarlo giù? (con ribrezzo) Ed è pieno di vermi! Chi lo mangerà adesso?

Negra (con gelida calma prende il pezzo di pane dalla bocca del figlio e lo tende alla seconda maschera) Tu lo mangerai!

2° maschera

bianca (con stupore) Io?

Negra Sarà la tua razione fino alla morte.

2° maschera

bianca (con terrore) La mia razione? Ma è piccola… è niente.

Negra Anche la tua morte è niente.

2° maschera

 bianca (smarrito, confuso) Niente? Ma se è niente, chi vi darà da mangiare? È un errore! (alla prima maschera) Diglielo tu! Debbono tenerci in vita! È nel loro interesse… (alla negra) nel tuo, capisci? (piega un ginocchio a terra, ponendosi di fronte alla negra. Parla in fretta, gesticolando) Solo noi bianchi siamo in grado di mantenervi in vita. La nostra terra non è migliore della vostra, i nostri mari non sono più ricchi, ma solo noi… (urlando) noi, sappiamo far vivere mille dove voi ne fate vivere uno. (con stanchezza) Poi, tu non sai nulla di programmazione… vuol dire credere in anticipo… prima! (trema in tutto il corpo) Per esempio, tu hai del gregge e un campo, se dopo un anno il gregge è aumentato del doppio, che fai? O aumenti la produzione del campo e ne prendi un altro… più grande… o un secondo. Chiaro? Nel nostro caso il gregge che di anno in anno cresce in proporzioni impressionanti è l'umanità e il suo campo è la terra: è tonda, bella, sicura, ma è quella che è. Per uscire da lei devi partire a quarantamila chilometri all'ora. Può uscirne qualcuno… ogni tanto… ma un gregge! Forse nel quarto millennio. Per ora siamo solo nel terzo… (mette tre dita sotto gli occhi della negra) nel terzo, appena iniziato. Non esistono campi al di fuori della terra, o muori o li fai rendere il doppio, il triplo, il quadruplo di quello che rendono.

1° maschera

bianca (con espressione compunta) Oppure… il gregge rimane quello che è e con l'andare del tempo diminuisce di numero…

2°” (intervenendo d'impeto, vedendo che la negra lo guarda con sospetto, alla prima maschera) Ma precisale bene… senza nostro concorso! (alla negra, con tono convincente) Anzi, aiutandovi con tutte le nostre medicine e scoperte future a vivere bene e il più a lungo possibile. In sostanza, parlando al di fuori di ogni considerazione morale, è nel vostro interesse nutrirci, darci da vivere… (la negra lo segue con interesse) a sufficienza… il minimo, almeno… (rabbrividendo alla vista del tozzo di pane che la negra tiene ancora in mano) ma non quel tozzo di pane pieno di vermi… mi vengono i brividi solo a vederlo… impazzisco se penso che debbo mangiarlo!

Negra (pensierosa, come tra sé) Non è poi tanto schifoso! Ho mangiato ben altro! (rianimandosi) Lo schifo è un'abitudine, come è un'abitudine non sentirlo più, diminuisce giorno per giorno più aumenta la fame. (accenna con la testa al bimbo) Anche lui lo sa, mangiava cose strane.

1° maschera

 bianca (con serietà) Non ha avuto il tempo di provate schifo.

Negra (con tono violento, risentito) Chi te lo dice? Come lo sai?

1° maschera

bianca Lo schifo nasce più tardi. La psicologia lo dice. Noi lo insegniamo ai giovani e questi lo imparano da noi. Insieme, vi è anche una questione di gusto. Ognuno lo sente a modo suo.

2° “ (sbarrando gli occhi con un'espressione di intenso ribrezzo) Un pane pieno di vermi! Se dovessi mangiarlo, inghiottirei antibiotici fino alla nausea. (alla negra, con rabbia) Non è conveniente! (lamentoso) Ti prego, buttalo via! Buttalo via… (con reazione improvvisa, spiritata, indicando il bimbo nella cassa) o ridaglielo! (con tono affettuoso, ma troppo spinto per essere sincero) Se lo porterà con sé nella fossa… come un rito magico… (alla negra) non è così che si dice? Il guerriero che muore vuole le armi, il re le sue amanti, il cacciatore le lance e le frecce… (indicando il bimbo) lui avrà il pane tostato fra i denti. (alla prima maschera bianca, con apprensione) Trovi che è strano?

1° maschera

bianca (con tono freddo) No! Lo strano non è il pensiero, ma l'uomo che pensa.

2° “ (con tono ilare, trionfante) Vedi? È semplice… elementare! Se pensi, sei strana, ma allora non dai da mangiare ad un morto.. o a un re defunto le mogli o a un cacciatore le armi e le frecce che ha usato quando era vivo. Se pensi, sotterri ilo morto così, carpenndogli tutto senza rimorso, senza paura. È morto! Te l'hanno detto da quando sei nato che nella tomba non ti porti nulla di quello che hai arraffato vivendo. Potrebbero seppellirti… nudo! Se non fosse per la decenza. (con tono crudele, ironico) L'uomo che pensa, spoglia, benedice, prega. L'anima che è trapassata non ha bisogno di nulla, le servono solo parole… parole…

Negra (con sospetto) Ai vivi serve del pane.

2° maschera

bianca (con tono caldo, convinto, esaltandosi a mano a mano) E noi ve ne daremo da coprire la terra, ne faremo spuntare dovunque, dai deserti, come dal mare. Voi, affamati, siete il nostro motivo di orgoglio, lo stimolo a imprese mai viste, il pungolo a tentare ciò che è ritenuto impossibile: sfamarvi… sfamarvi… anche al di là del numero enorme che siete perché tutti dicano: l'uomo bianco è grande, invincibile, audace! Per questo accettiamo di essere i servi di tutti, i lavoratori del cibo per l'umanità intera. (con tono melodrammatico) Voi godete, moltiplicatevi! Non c'è numero che ci spaventa, ci atterrisce l'idea che non osiate chiederci tanto. (muovendo intorno le braccia, come a cercare) Dov'è il giallo, l'indiano, il giallo, il cinese, il negro? (con gioia delirante) Venite! Il bianco vi invita al suo tavolo! Divide con voi! Vi fa scegliere e poi chiede l'onore di una briciola sola… (alle ultime parole la negra afferra la cassa, la nasconde sotto il mantello e retrocede senza voltarsi, adagio, adagio, fissando attentamente la seconda maschera bianca con sospetto. Con la schiena spinge indietro il negro alle sue spalle. Costui si lascia spingere, indifferente, con lo sguardo fisso, lontano, come quello di un cieco) Te ne vai? (insospettito) Ma che cosa ti prende?

1° maschera

bianca Ha paura! Ci considera pazzi! Non lo dice perché non riesco a pensarlo, ma tutti e due lo sentono, lo vivono.

2° “ (sbalordito) Ma se ero sincero!

1° “ (ironico) Ognuno è come il prossimo lo pensa. Se il gialli, i neri, i mulatti, tutta l'umanità vuole che noi siamo dei servi, dobbiamo adattarci ad esserlo e dimostrare che lo siamo.

2° “ Sul serio?

1° “ Anzi, dobbiamo far finta di nutrire pensieri di lotta, di ribellione… perché loro da noi non possono aspettarsi altro.

2° “ Ma se non ne ho più di questi pensieri… se non desidero altro che di sfamarli… di farli felici…

1° “ Non importa! Così è la natura umana! Non la cambi. Nessuno crede alla sincerità dell'altro. (indica la negra) Vedi? Istintivamente la negra rifiuta l'idea che tu sia pazzo, per lei fingi. Sa che non puoi ucciderla, sterminarla. Lei crede fermamente che tu non possa volere altro, nella sua animalità intuisce, e crede di intuire giusto, che tu ripieghi nella finzione per fare esattamente il contrario di quello che dici. (sorridendo tristemente alla negra) La vita è una commedia tragica, non ha che un metro di giudizio, la legge bruta del sopravvivere e qualunque cosa in contrario che pensi ed esprimi è finzione interessata. (continuando a sorridere china meccanicamente la testa in segno di saluto. I due negri, retrocedendo, sono quasi al limite estremo del palcoscenico. La negra fisa sempre i bianchi con uno sguardo di sospetto. Alla seconda maschera) Saluta… saluta… (sottovoce) e mandiamo presto la merce prima che arrivi da loro.

2° “ (sorridendo ai due negri e salutando) Quale, di grazia?

1° “ Te ne sei già accordato?

2° “ Intendi cibo e bombe?

1° “ Cibo e bombe… le parole fatidiche del terzo millennio…

2° “ Fondamento granitico…

1° “ … della solidarietà umana!

 

I due negri escono. Le due maschere cessano di dondolarsi nei segni di saluto e si piegano in un profondo inchino rivolto verso la parte da cui i due negri sono scomparsi.

 

 

F I N E

 

 


 

 

DIVAGAZIONE SUL

VERO  MESSIA

 

 

 

 

 

 

Dramma in tre atti

 

 

 

 

 

 

 

 

              Personaggi :

 

              GESÚ

     GIOVANNI BATTISTA

              GIUDA

              PUBLIO VINICIO CATONE

              MARCO E LUCA, DISCEPOLI DI GIOVANNI BATTISTA

              QUATTRO SOLDATI ROMANI

              GRUPPO DI EBREI

 



ATTO PRIMO

 

 

La scena rappresenta una prigione, c'è pochissima luce. Un uomo dorme avviluppato in una coperta. Si odono rumori di ferraglie. La porta si socchiude e un giovane mette la testa dentro, dà un'occhiata in giro, poi si fa avanti seguito da un altro giovane. Dopo i primi attimi d'incertezza si avvicinano rapidamente all'uomo disteso per terra e lo toccano, lo scuotono leggermente con molta delicatezza e riverenza. I due giovani sono molto simili fra di loro: esili, slanciati, un volto puro ed innocente, capelli ricciuti; vestono corte tuniche strette alla vita con una corda.

 

Marco Giovanni... Giovanni Battista!

 

Giovanni Battista volta il capo. Vedendo i due giovani si anima e fa per alzarsi, ma è bloccato dai dolori. I suoi movimenti diventano allora più lenti, impacciati. Giovanni Battista è un uomo di una trentina d'anni, magrissimo e altissimo; ha un volto emaciato, guance incavate, barba rada, in disordine, labbra esangui, sottili. Quando è in piedi, è curvo, col petto incavato, incerto sulle gambe sottili; dà l'impressione di un vecchio. I suoi occhi al contrario sono mobilissimi e pieni di un fuoco interiore, violento, ma che può passare con rapidità all'ironia e all'indulgenza.

 

Giov. Batt. Oh, che buon vento, carissimi! (con gioia improvvisa e con stupore) Ma siete proprio Marco e Luca! Ahi.. ahi... scusatemi, ma sono tutto un dolore.

Marco (con disgusto e dolore) Che buco infame!

Giov. Batt. Sì, (con tono ironico) talmente infame che nemmeno i topi hanno il coraggio di venirci. È una fortuna, vedi? Io non ho nulla contro i topi, ma preferisco che stiano alla larga. (con preoccupazione) Come mai? Anche voi? Che cosa avete fatto al supremo porco di Galilea?

Marco (portandosi un dito sulle labbra e guardando verso la porta) Sst... possono sentirti!

Giov. Batt. E che me ne importa? (riprendendosi, con preoccupazione) Ma voi avete paura...

Luca Sì. Noi non siamo prigionieri.

Giov. Batt. Meno male.

Luca (con vivacità) Noi siamo qui come ambasciatori… (sottovoce) non di quel porco di Galilea, ma di un romano.

Giov. Batt. (con enfasi) Oh... che onore!

Luca È un romano che vuole intervistarti.

Giov. Batt. Vuole che?

Luca Intervistarti! È un nuovo verbo romano.

Giov. Batt. (lentamente si gira e si siede) Mai sentito! Che cosa vuol dire?

Luca Vuol dire interrogarti, ma non come poliziotto. Vedi, questo romano ci manda a chiederti se sei disposto a riceverlo.

Giov. Batt. (con tono sbalordito) No! Non è possibile!

Luca Ma sì, invece! Sono novità di questi ultimi tempi. A Roma, chi intervista lo chiamano giornalista. È una professione nuova che sta diffondendosi. Se io fossi romano, la sceglierei senz'altro. Un giornalista viaggia, discute, parla, conosce gente e popoli e tutto a spese di chi l'ha mandato.

Giov. Batt. E chi lo manda?

Luca Un giornale... un istituto... un'accademia, come potrebbe essere quella d'Atene. L'umanità è animata da una voglia di conoscere che non ne hai l'idea. Il giornalista appartiene al campo della cultura, non della politica o della polizia. Non indaga, non istruisce processi. È imparziale, gentile; cerca notizie e te le fa dire solo se acconsenti; rifugge dalla tortura; tende allo stesso scopo della polizia, ma... con l'astuzia, capisci?

Giov. Batt. (con tono scherzoso) Luca, ti ha proprio affascinato questa nuova professione!

 Luca Sì. (con tono di complotto) Giovanni, il romano è di là. Lo vuoi ricevere?

Giov. Batt. E come no! (cerca, puntando le mani, di tirarsi su) Aiutatemi a tirarmi su. Sono tutto rotto.

Luca No, no, aspetta! È tutto pronto fuori! (corre alla porta, la apre e dice a delle persone di fuori, con entusiasmo) Accetta!

 

Entrano delle guardie ebraiche, una stende un tappeto per terra, un'altra vi mette sopra un tavolo, un'altra porta dentro due scranni, un'altra copre questi scranni con soffici pelli di animali, un'altra ancora porta un boccale con delle scodelle che pone sul tavolo, un'ultima due sgabelli che pone sul fondo. Giovanni Battista segue sbalordito ciò che succede, Luca e Marco sono invece ilari ed entusiasti. Quando le guardie si ritirano, entra un uomo di una cinquantina d'anni, alto, dall'aspetto imponente, vestito di un'ampia tunica romana, bianchissima; avanza lentamente con aria compunta e lentamente si siede, aggiustandosi la toga intorno alle gambe. Poi si rivolge a Giovanni Battista con tono distaccato, ma non superbo. Nel frattempo Marco e Luca hanno sollevato, quasi di peso, Giovanni Battista che non riesce bene a distendere le gambe e l'hanno adagiato sullo scranno posto dal lato opposto a quello del romano.

 

Luca Ecco, Giovanni. Siediti qua, sei comodo?

Giov. Batt. (esilarato, toccando e accarezzando le pelli) Comodissimo!

Luca (sottovoce) È la prima regola per una buona intervista, essere comodi. Non ti dispiace se ci fermiamo.

Giov. Batt. No, a me no, se non dispiace al romano.

Luca (sempre sottovoce) No, al contrario. Un giornalista rifugge dal mistero perché il suo scopo è proprio quello di chiarirlo. Il giornalista vuole orecchie intorno a lui e parole, parole, tante parole.

Giov. Batt. (con tono ironico) Valgono, Luca, solo se sono seguite dai fatti.

Luca (sottovoce) Continueremo dopo! (Luca e Marco vanno a sedersi sui due sgabelli al fondo. Dopo qualche istante di silenzio il romano inizia a parlare)

Catone (con studiata lentezza) Sono Publio Vinicio Catone.

Giov. Batt. (sorpreso e cercando nella memoria) Catone? Sei forse un discendente?

Catone (con tono vago e prudente) Non so con precisione a chi intendi riferirti.

Giov. Batt. A quel Catone che volle la distruzione di Cartagine.

Catone (con un sorriso di compiacimento) Sì. È un mio diretto antenato. È una gloria della mia famiglia.

Giov. Batt. (con ironia) Già! La storia di Roma è lastricata di simili glorie.

Catone Con queste abbiamo costruito un impero.

Giov. Batt. Non sono glorie che apprezzo.

Catone Perché?

Giov. Batt. (con tono ironico) Apprezzo Socrate, Platone, Aristotile, Epicuro, Epitteto, tanto per citare uomini che sicuramente conosci, non la gloria di un vecchio novantenne, cieco, che propugnò due secoli fa la distruzione di Cartagine con l'eccidio di più di mezzo milione di cartaginesi.

Catone Ti capisco. E dopo Epitteto, metti pure Isaia, Osea, Geremia che fece di tutto per convincere i suoi connazionali ad arrendersi, senza riuscirci. Se c'è una pagina gloriosa nella vostra storia, è proprio quella che i connazionali di Geremia scrissero, non dando retta alle esortazioni del loro profeta.

Giov. Batt. (con feroce ironia) Così i sopravvissuti alla distruzione di Gerusalemme andarono a riempire le carceri di Babilonia. Ad ogni modo Geremia non voleva la resa per uno scopo politico, ma solo perché Dio lo ispirava a consigliare così. (con veemenza) D'altra parte i babilonesi avrebbero distrutto Gerusalemme, anche se non si fosse arresa.

Catone (con tono divertito) Io sono meno propenso di te a credere che Dio o gli dei consiglino qualcosa. Ritornando al mio illustre antenato sono sicuro, e d'altra parte lui stesso lo diceva, che Cartagine doveva essere distrutta altrimenti sarebbe stata Cartagine a distruggere Roma. Quindi, con acuto senso politico, indicava l'unica cosa che doveva essere fatta perché tutto ciò che Roma aveva già fatto non passasse, come preda, ad un altro. A questo mondo più il boccone è grosso, più eccita la fame e quindi il boccone deve stare attento a non farsi mangiare. Roma finora c'è riuscita e oggi non vedo intorno a lei degli affamati così potenti e con un tale stomaco da ragionevolmente supporre, a meno che non siano dei pazzi, di poter fare un bel pasto della grandezza di Roma.

Giov. Batt. (con tono insinuante) Ti riferisci a noi, Catone?

Catone (con indifferenza) A voi e ad altri. Voi, fra costoro, siete gente indomita, di dura cervice, come amate definirvi, ma non al punto da farci paura.

Giov. Batt. Eppure il mio senso politico, che io chiamo religioso, m'ispira una previsione diversa. È proprio da qui, da noi che vi verranno i maggiori grattacapi e col tempo la rovina. (Catone sorride) Non ridere, Catone!

Catone È difficile non ridere, Giovanni. Posso chiederti su quali elementi basi le tue previsioni?

Giov. Batt. Cercherò di spiegartelo, Catone. (con entusiasmo) Non potevamo incontrarci in condizioni d'animo migliori.

Catone (con uno scatto di fastidio) Scusa, Giovanni. Sono stato io che ho chiesto di incontrarmi con te.

Giov. Batt. Perché c'è sofferenza? Non è Dio che conduce gli avvenimenti umani?

Catone No, Dio non c'entra. In questo caso è un ufficio predisposto a Roma dal nostro imperatore che, come tu sai, è anche Pontefice Massimo, che in virtù di questa carica mi ha inviato a raccogliere quante più notizie potevo sulle religioni dei popoli soggetti e non soggetti. Naturalmente io vado dritto dai capi di queste religioni o a coloro che la voce pubblica indica come tali, per comprendere a fondo le idee in discussione.

Giov. Batt. (con serietà) Interessante! E a che scopo?

Catone Il nostro sommo imperatore Tiberio ha compreso che è impossibile, o difficile, governare con equità e rettitudine se non si conoscono a fondo le idee dei popoli conquistati. Per esempio, noi sappiamo che voi, o alcuni di voi, hanno... diciamo, il coraggio di farsi sgozzare pur di impedire l'ingresso nel loro tempio della statua di Cesare. Dal mio punto di vista, questa è una cosa idiota; per me Zeus, Osiride, Minerva, Apollo, tutti gli dei insomma, possono coesistere tra loro pacificamente in una stessa città e, direi, anche in uno stesso tempio, tanto che, se ognuno ha il suo, è solo per comodità dei suoi fedeli. A voi invece sembra essenziale il contrario, ossia che Javhet e Zeus, per esempio, non possono coesistere nello stesso tempio al punto di farvi uccidere, se uno cerca benevolmente di convincervi dell'idea opposta. (parlando con tono d'estrema precisione e fermezza) Di conseguenza, dato che ciò non è determinante per governarvi, desideriamo capire; anzi, se per caso il vostro punto di vista si conciliasse con il fatto di governarvi meglio, Tiberio è ben disposto ad accoglierlo. (con un largo sorriso) Noi, in sostanza, vogliamo la pace nella sicurezza perché comprendiamo che insistere troppo su certe questioni, dopo avervi vinto, può condurvi proprio al fanatismo, a quei grattacapi, cui accennavi prima. Vedi che nei riguardi di questi grattacapi siamo noi i primi a volerli togliere, non a metterli. Ho reso l'idea?

Giov. Batt. Perfettamente, Catone. Vedo in tutto questo la mano di Dio. È Dio che ha instillato un po' di buon senso al tuo imperatore perché Dio ci ha dato una legge che ci proibisce tassativamente di scolpire, dipingere, farci, in altre parole, statue o scultura alcuna ed è giusto che per questa legge tutti noi siamo disposti a morire per difenderla.

Catone (con tono ironico) Ma se la statua la faccio io?

Giov. Batt. Tientela, Catone, ma non portarla qui e, soprattutto non pretendere di metterla nella nostra Casa di Dio. Dio non la tollera perché ci ha detto che Lui, come Lui, non ha immagine, corpo. (con tono di disprezzo) Per Lui i vostri dei ad immagine d'uomo, o peggio, sono delle insulse depravazioni della sua realtà (distendendosi in un sorriso compiaciuto) direi, come un greco, unicamente mentale e irriproducibile.

Catone Riferirò, riferirò, Giovanni, anche perché, filosoficamente parlando, non hai torto. (con un tono di sufficienza) Però difenderla fino alla morte, è insulso e non è degno di Dio. Questa legge è una legge chiaramente umana, impostavi da Mosé oltre mille anni fa quando, conducendovi fuori dell'Egitto, dove eravate schiavi, volle porre un freno alla suggestione, che agiva anche fra voi di fronte alla babele dei culti egizi, di copiarli, per la naturale disposizione dell'uomo a vedere nel mondo degli dei e dei morti una copia sublimata del nostro mondo dei vivi.

Giov. Batt. Scusami, Catone. Io non ritengo naturale, ma innaturale, la tendenza dell'uomo di vedere nel mondo di Dio e dei morti una copia del nostro mondo di vivi. Il genio greco non è passato invano su quest'argomento. La sublimazione poi è una parola vaga; può andar bene quando parli del sentimento per eccellenza, l'amore, ma per quanto riguarda l'essere, Dio ci ha detto tramite Mosé: l'uomo non può vedermi e vivere.

Catone (ironico) Ma ascoltarlo sì?

Giov. Batt. Naturalmente, perché il suo modo di comunicare con noi, è legato all'ispirazione che certi uomini santi, scelti da Lui, ricevono e comunicano a noi.

Catone Questo non lo capisco. A proposito! (riprendendosi) Ah no, tu sei o non sei qui per questo?

Giov. Batt. No. Per altro. Comunque difenderei le leggi, di cui parlavamo, fino alla morte.

Catone Liberissimo! Per me è solo una legge comoda per governare.

Giov. Batt. Dio ce l'ha data non per governare o essere governati meglio, ma per ciò che ti ho detto: Dio è così: Irrapresentabile. E la legge si adegua a quest'aspetto della sua realtà.

Catone Non farmi ridere, Giovanni! Senti, io non c'entro con Erode, Pilato e altri gerarchi militari. Con me puoi parlare liberamente: come fai a non convenire che è una legge buona, solo perché utile?

Giov. Batt. Non ti capisco.

Catone (con tono convinto) Ma sì, è una legge che serve a tener unito un popolo, impedendo che si infatui di altri culti, entrando nella sfera di influenza dei popoli che li praticano. Serve, infatti, a distinguervi, a caratterizzarvi. Ed oltre che utile è comoda per un capo, per esempio, a te. (stringendosi fra le spalle) Che tu poi ci creda, filosoficamente parlando, è un fatto a parte. Da questo punto di vista ci potrei credere anch'io, ma non fino al punto di sacrificare la vita. Non sono mica un bambino, Giovanni.

Giov. Batt. (ironico, ma con fermezza) E invece io lo sono, Catone. Porta una statua di Cesare nel tempio. Io vado e te la butto giù. Poi tu fa di me quello che vuoi, non me ne importa.

Catone (ironico, guardando intensamente Giovanni) Ah già! Devi dare un esempio. Sii sincero. Non manderesti un altro?

Giov. Batt. (con vivacità) No! No e poi no! Spopola Gerusalemme e lasciami solo. Ci vado e te la butto giù. Riferisci, riferisci perché io sono un capo ed è bene che a Roma si sappia che il nostro non è fanatismo o testardaggine, ma umile obbedienza a Dio, convinzione profonda, senza compromessi. Noi, Catone, possediamo la verità e per la verità è giusto, è indispensabile che si muoia, se è necessario, perché anche tu un giorno sappia riconoscerla.

Catone (sbalordito, sottovoce) È un modo un po' primitivo per convincere il prossimo di una cosa.

Giov.Batt. (con indifferenza) Pensala come vuoi. Intanto, filosoficamente parlando, l'hai già riconosciuta.

Catone (con tono fermo, asciutto) Giovanni, il motivo della mia visita è un altro.

Giov. Batt. Sono a tua disposizione.

Catone (lentamente, cercando le parole giuste) Abbiamo sentito accennare da più parti che voi, ebrei, aspettate un Messia, un liberatore, un capo! Puoi parlarmene? Ah, sia ben chiaro! Parlamene pure nei limiti che puoi, ossia non voglio, né effettuerò costrizione. Il mio interessamento è scientifico, non militare o politico. Il vostro Messia dalle poche cose che conosco ha qualcosa di diverso nella sua definizione dal concetto comune di capo presso altri popoli. (con benevolenza) Naturalmente saprò comprendere quando la ragion di stato t'impedirà di continuare o d'essere più chiaro.

Giov. Batt. (con irritazione) Ma che ragion di stato! Sì, è vero. Noi, ebrei, aspettiamo un Messia. Io sono in prigione per questo, perché, fin che ho potuto, ho annunziato che è giunto, (con astuzia) ma non sono io.

Catone Lo conosci, però.

Giov. Batt. No.

Catone (con tono d'intesa) Ah, capisco.

Giov. Batt. (con tono ironico) Non capisci niente, Catone, o capisci male. Non ti ho detto che non lo conosco, per la paura che tu corra ad arrestarlo. Non lo conosco e tu non puoi arrestarlo, per il semplice motivo che lui stesso, il Messia, non sa di esserlo e non lo saprà finché non sarà morto o ucciso.

Catone (sorpreso) Ah... quindi potresti benissimo essere tu!

Giov. Batt. Naturalmente! Che cosa credi che abbia fatto in tutta la mia vita? Non ho fatto altro che prepararmi ad esserlo.

Catone ... in morte!

Giov. Batt. Esatto!

Catone (sprezzante) E che se ne fanno i tuoi seguaci di un morto?

Giov. Batt. (con vivacità) Ne avranno un vantaggio grandissimo, Catone, perché, se sarò il Messia, resusciterò e con me resusciteranno i morti e i vivi saranno cambiati. Catone, non credermi pazzo! Noi diamo alla storia il significato che di essa Dio ci ha rivelato e non vedo modo migliore della rivelazione per conoscerla, checché ne dica Erodoto che fa lunghi viaggi per cercare di farsene un'idea.

Catone (sorride con un sorriso di compatimento) E anche meno comodo. E che cosa ti ha rivelato Dio della storia umana?

Giov. Batt. Dio mi ha rivelato che noi stiamo scontando il peccato commesso dal primo uomo.

Catone (con tono convinto) Voi...ebrei!

Giov. Batt. No, tutti.. anche voi! Per il suo peccato questo primo uomo, creato immortale, felice e immune dal dolore, è stato condannato ed è diventato mortale, infelice e la sua vita si è trasformata in una vita di stenti e di dolore, ecco perché siamo mortali, infelici e dobbiamo lavorare per vivere.

Catone (sbalordito e incredulo) È semplice... chiaro...

Giov. Batt. Però, punendolo, Dio gli ha fatto una promessa.

Catone Quale?

Giov. Batt. Che l'avrebbe perdonato e l'avrebbe fatto ritornare felice e immortale insieme a tutti i suoi discendenti, quando uno di questi avesse riscattato l'offesa che il primo uomo gli aveva fatto.

Catone E in che modo?

Giov. Batt. Controbilanciando con la sua bontà e la sua perfezione morale, la malvagità e l'imperfezione del primo uomo. Ed ora quest'uomo è giunto, Catone! Dio mi ha rivelato che esiste e che si prepara a redimere tutti gli uomini.

Catone (sorridendo divertito) Fai le cose in grande, Giovanni. Di che tipo di perfezione si tratta?

Giov. Batt. Di una perfezione ascetica.

Catone Ah... ti riferisci a quei pezzenti...

Giov. Batt. Sì! È quindi assolutamente ridicolo che tu ed altri temiate che al mio annunzio il popolo si scateni contro Roma. Col mio annunzio io voglio solo indurre gli uomini a pentirsi dei loro peccati perché in tal modo alla loro resurrezione invece d'essere immortali nella punizione saranno immortali nel premio. A che cosa pensi?

Catone A nulla... a nulla! È una linea di difesa astuta... per dei gonzi. (riprendendo un tono deciso) Giovanni, ammettiamo che il tuo Dio riconosca in te il Messia; quando morirai, anch'io diventerò immortale?

Giov. Batt. Te l'ho già detto. Sì!

Catone (esterrefatto) Ma come? Con questo corpo?

Giov. Batt. (con naturalezza) Sì, col tuo corpo. Noi parliamo infatti di resurrezione dei corpi.

Catone (con sarcasmo) A fil di logica dovrebbe venirmi voglia di ucciderti per sapere se è vero.

Giov. Batt. (con ingenua furbizia) Fa' pure. Ma non sai se sono io il Messia.

Catone Molti lo credono

Giov.Batt. Io no!

Catone È naturale.

Giov. Batt. Nient'affatto! Perché se lo credessi, mi arrogherei un giudizio che spetta solo a Dio.

Catone (incalzando) Ma lo speri...

Giov. Batt. Non posso sperarlo date le mie imperfezioni.

Catone Ma se hai lavorato tutta la vita...

Giov. Batt. Continuo a sentirmi indegno. Quest'indegnità è un elemento essenziale della mia perfezione.

Catone (con ironia feroce) Ah... non puoi essere perfetto, se non ti senti indegno di esserlo?

Giov. Batt. Oh, finalmente hai capito il nucleo della perfezione messianica e perché il Messia non può essere riconosciuto da Dio che dopo la sua morte. Fino alla morte deve ritenersi indegno. Solo così può sperare in una perfezione perfetta. Cerca, cerca il Messia, Catone! Ma se lo trovi, ricordati che non è il Messia e, se lo uccidi, non succederà nulla.

Catone (c.p.) È veramente inafferrabile. Se è vivo, non sa di esserlo e, se dice di esserlo, non lo è. l'unica, sarebbe di uccidervi tutti, per essere sicuri di aver ucciso anche lui.

Giov. Batt. O avere un po' di pazienza, Catone. Dio non mente. Se mi ha detto: va' ed annunzia che sono gli ultimi tempi perché finalmente è giunta in questa nostra generazione l'uomo che ci redimerà morendo, quest'annunzio è vero, assolutamente vero. Costui deve vivere e morire, ma guai se vive e muore ritenendosi d'essere l'uomo che solo Dio conosce. Puoi star tranquillo, non è lui. Pecca di superbia e non è più il perfetto che solo Dio conosce.

Catone Secondo te, Dio non potrebbe assolutamente farglielo sapere prima?

Giov. Batt. No, ed è logico. Potrebbe peccare dopo averlo saputo.

Catone Ma potrebbe pentirsi.

Giov. Batt. Un pentimento presuppone un peccato, Catone. L'uomo che si pente ha un abito bello, ma rattoppato. Il Messia deve avere un abito bello, ma senza rattoppi. (con tono gentile) Sei disilluso, Catone?

Catone (con tono imbronciato, ma ripigliandosi subito e ritornando ilare) Sì... a parte la piacevolezza della conversazione. Vedi, mi hanno incaricato di indagare sul Messia. Se fosse vero, invece che astuto, ciò che mi hai detto su quest'asceta capo Messia, e andassi a riferirlo, mi coprirei di ridicolo. Aspettare che muoia per sapere se lo è! Ma a Roma interessano i vivi e, dei vivi, chi li comanda con la spada in pugno, da un quartier generale, non da una tomba. Suvvia, Giovanni, sii sincero!. Ti sei preso piacevolmente gioco di me.

Giov.Batt. No!

Catone E insisti! La polizia ricerca il Messia per ucciderlo e fra i tanti suppone che sia proprio tu, come t'indica il popolo.

Giov. Batt. Benissimo! Se la polizia romana vuole uccidermi, che mi uccida! Io sono contento. Ciò vorrebbe dire, che Dio mi ha riconosciuto Messia.

Catone La polizia non ti uccide per questo.

Giov. Batt. Lo so

Catone E chi lotta con te... lo abbandoni così?

Giov. Batt. Dimmi, Catone, ti hanno dato solo il mio indirizzo?

Catone No. Anche quello di un certo Gesù. Ma, sei troppo astuto perché m'azzardi a chiederti qualcosa su di lui.

Giov. Batt. Come vuoi. Va' a chiederlo a lui. Non è difficile trovarlo. Per me è l'uomo più probabile in questo momento ad essere il Messia. Quando Erode mi ha arrestato, la parola di Dio è scesa su di lui e gli ha ordinato di sostituirmi.

Catone (con improvviso interesse) Ah...

Giov. Batt. Gesù, infatti annunzia il vangelo ai poveri. E fa miracoli che io non ho mai fatto e convince perché la fine è prossima e l'urgenza è grande. Anche per te è urgente.

Catone (con diffidenza) Cosa?

Giov. Batt. Individuare il capo

Catone Sì.

Giov. Batt. Te l'ho chiesto perché è più di un anno...

Catone (con tono deciso) Anche qui dentro tu sai benissimo che cosa bolle in pentola.

Giov.Batt. Non m'interessa.

Catone Già, tu sei asceta!

Giov. Batt. Sì, sono asceta. Gesù è in mezzo al popolo... libero. Ti darà udienza. Basta che gliela chieda. Vuoi che ti faccia accompagnare? Io so dov'è. Lo sanno anche Marco e Luca (e li indica)

Catone Ti ringrazio, ma preferisco andare da lui senza presentazione.

Giov. Batt. Giustissimo!

Catone (con improvviso cambiamento di tono) Ebbene, no! Accetto. Ad una condizione. Che questi due chiedano a Gesù, senza presentarmi: sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro? (guarda Luca e Marco con sospetto) A proposito, chi sono?

Giov. Batt. Miei discepoli.

Catone Giovanni, Gesù non si stupirà di questa frase?

Giov. Batt. Crederà che sia impazzito! (ai due discepoli che si alzano) Accompagnatelo da Gesù. Avete inteso la frase?

Marco Sì.

Luca Ma se Gesù rispondesse...

Giov. Batt. ...che è colui che deve venire?

Luca Sì.

Giov. Batt. Catone se lo prenda pure. Tu chi aspetti? Il vero o il falso? Il vero non dirà mai di esserlo. Andate con fiducia. So a chi vi mando.

Catone (anche lui si è alzato e si è avvicinato a Giovanni) Se posso esserti utile?

Giov. Batt. (fa segno di no con le mani) No... no... arrivederci, Catone!

Catone Arrivederci, Giovanni! (ed esce, accompagnato da Luca e Marco)

 

 

 

 

 

ATTO SECONDO

 

La scena è poco profonda ed è chiusa al fondo e ai lati da una specie di staccionata in legno che è la parete circolare (o quasi) di una capanna, come si comprende dal tetto che scende dall'alto ad appoggiarsi sul bordo della staccionata. Non vi sono finestre, ma solo un'apertura sul fondo, chiusa da una tenda che è sollevata da un lato. In scena sono presenti circa venti persone, sedute su bassi sgabelli, intente a mangiare da ciotole che tengono in grembo con una mano, mentre con l'altra intingono e portano alla bocca un cucchiaio. I loro movimenti sono lenti e meccanici, possibilmente sincroni. Sono mescolati insieme giovani, vecchi, adulti, uomini e donne, magri e grassi. Quattro sono evidentemente in imbarazzo perché, pur ripetendo i gesti degli altri, si guardano fra di loro e sbirciano con sospetto i compagni. Al di fuori di questi quattro, che si comprenderà alla fine chi sono, tutti gli altri sono immersi in ciò che stanno facendo, come un rito. Nella massa si distinguono subito i primi due a sinistra di chi guarda; il primo è Giuda, il secondo è Gesù. Giuda è un uomo di media statura, magro, faccia pallida, barba nerissima, occhi vivaci, penetranti. Gesù è più alto, barba e capelli castani, volto sereno, disteso, magro, ma non emaciato. Entrambi sono intenti a mangiare, ma nel portamento e nei gesti vi è una scioltezza maggiore che contrasta con la sonnolenza che grava sugli altri. Appoggiato allo stipite della porta, per metà fuori scena, vi è un giovane in piedi che mangia, ma, mangiando, fa dei gesti di diniego con la mano libera a delle persone che gli parlano, ma che non si vedono: continua per un po' così; poi ad un tratto, stringendosi nelle spalle, entra nella capanna e si avvicina a Gesù. 

 

Giovane (tutti alzano insieme le facce dalle ciotole: anche Gesù alza il volto sul giovane) Gesù, ci sono là fuori i tuoi parenti che vogliono parlarti.

 

Tutti girano gli occhi su Gesù.

 

Giovane (con tono un po' spazientito) Insistono. Ho già detto che tu non vuoi riceverli. Che devo fare?

Uno (è uno di quei quattro accennati prima. È un tipo volgare, grande e grosso, dalla faccia larga e inespressiva) I suoi parenti! (e si porta una mano sulla bocca, come per nascondere una risata) Li ho sentiti qualche giorno fa dire fra loro che Gesù è pazzo... (tutti si voltano verso di lui con espressioni di riprovazione e in alcuni di minaccia. Costui smette di colpo di ridere e gira intorno uno sguardo imbarazzato.) È vero... (e riprende furiosamente a mangiare).

Giovane Ci sono anche tua madre, o tuoi fratelli e le tue sorelle.

Gesù (fissando intensamente il giovane con un sorriso dolce e leggermente ironico) Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre!

Giovane Ho capito! (Il giovane ritorna alla porta e alla gente di fuori fa un gesto significativo che vuol dire sfollare. Poi si appoggia allo stipite e riprende a mangiare. Di nuovo tutti riprendono a mangiare e ritorna il silenzio. Ad un tratto uno dei presenti, un giovane, posa la sua ciotola a terra, si alza, afferra il suo sgabello e va deciso verso Gesù; quando gli è di fronte posa lo sgabello, si siede e inizia subito a parlare velocemente, arrossendo e con molto imbarazzo. Può avere quindici o sedici anni)

Giovane Maestro, non ho capito bene la risposta che hai dato agli scribi e ai farisei quando ieri ti hanno chiesto di fare un miracolo.

Gesù (si rivolge a Giuda) Vuoi spiegarglielo tu, Giuda?

Giuda Sì, Gesù. (al giovane) Caro ragazzo, tu hai incominciato a capire male la domanda dei farisei. Non hanno chiesto a Gesù di fare un miracolo perché ne avevano già visti tanti. Gli hanno chiesto di indicare a loro un segno.

Giovane Di chi, Giuda?

Giuda Del Messia che, come tu sai, nessuno conosce.

Giovane (con entusiasmo) Sì! Nemmeno l'uomo che lo sarà morendo. (con orgoglio) Ho capito tutto, Giuda.

Giuda Sentiamo che cosa hai capito.

Giovane (con gli occhi brillanti dalla gioia) Ho capito che Gesù ha risposto dicendo che l'unico segno del Messia, che avremo tutti, scribi e farisei compresi, sarà la sua resurrezione; quindi non lo conosceremo mai da vivo, ma solo dopo la sua morte nella resurrezione che Dio effettuerà su di lui, segno che è e che è stato Messia nel Suo compiacimento.

Giuda Bravo! La differenza fra te e i farisei è che tu credi nell'esistenza del Messia sconosciuto così com'è stato insegnato nei secoli dai profeti e che è inutile tormentarsi su di lui; si tormentino invece su se stessi pentendosi dei loro peccati senza discutere fra di loro, come fanno, se merita o no pentirsi non sapendo nulla del Messia predetto.

Giovane (facendosi coraggio) È molto difficile credere?

Giuda È facilissimo! Il facile o il difficile dipende dalla volontà di pentirsi e di continuare ad essere buoni. Hai altre domande?

Giovane No, Giuda! Grazie! (si alza, riprende il suo sgabello e ritorna al suo posto. Nel frattempo un altro giovane alza la mano che tiene ancora il cucchiaio. È evidentemente emozionato; trema e all'inizio stenta a parlare, poi va più veloce)

Sec. Giov. Ne avrei una io!

Giuda (si rivolge interrogativamente a Gesù) Gesù?

Gesù Rispondi tu!

Giuda Che cosa chiedi?

Sec. Giov. Ecco! Gesù un giorno ha detto: io sono venuto a gettare un fuoco sulla terra e che mi resta a desiderare se è già acceso? Vorrei sapere che cosa è questo fuoco.

Giuda È l'annunzio che il Messia esiste.

Sec. Giov. E perché ha detto che è già acceso?

Giuda Perché Giovanni Battista l'ha acceso prima di lui.

Sec. Giov. Ancora una cosa. Poi Gesù ha continuato; credo di ricordarmi esattamente le sue parole. Ma v'è un battesimo di cui debbo essere battezzato e come sono angustiato finché non sia compiuto. (sottovoce, quasi vergognoso) Non ho capito che cosa ha voluto dire con battesimo.

Giuda Ha voluto dire martirio e morte. Ogni uomo che lotta per diventare il Messia desidera per sé martirio e morte, come complemento supremo della sua perfezione nell'ignoranza più assoluta di tutti della sua aspirazione, secondo il profeta Isaia.

Uomo (è un uomo di mezza età; parla in modo semplice e modesto) Giuda, tu e i tuoi compagni digiunate?

Giuda Sì, digiuniamo secondo i modi e i tempi prescritti dalla legge.

Uomo (con un sorriso di scusa) Scusami! La mia domanda non vuol essere cattiva nelle sue intenzioni, anche se è uguale a quella fattavi dai discepoli dei farisei che fanno e ostentano digiuni eccezionali, credo, a titolo personale di penitenza o per perfezionarsi sulla via dell'ascesi. Dimmi; perché non li fate anche voi?

Giuda Prima di risponderti, voglio farti una domanda. Se sostieni che la domanda fatta dai discepoli dei farisei era cattiva nelle sue intenzioni, perché non è cattiva se fatta da te?

Uomo (stupito) Perché sono discepolo di Giovanni Battista.

Giuda E questo ti dà diritto di giudicare i discepoli dei farisei? Ricordati di non giudicare, se non vuoi essere giudicato. Potrebbe succedere che tu veda facilmente il bruscolo nell'occhio di un altro e non t'accorga della trave che hai nel tuo.

Uomo (chinando il capo umilmente) Hai ragione. Ma io mi riferivo ai farisei che ostentano i loro digiuni, che sono mesti, che si sfigurano per far vedere che digiunano più e meglio degli altri. Noi non facciamo così.

Giuda (con tono benevolo, ma scherzoso) Voi come fate?

Uomo Noi digiuniamo senza farlo vedere.

Giuda (con tono malizioso) Ebbene, noi, discepoli di Gesù, facciamo ancora di più. Ci ungiamo il capo e ci laviamo la faccia perché i nostri digiuni non appaiano a nessuno, ma esclusivamente a Dio che vede nel segreto.

Uomo Bene! Lo dirò a Giovanni. A me adesso interessava unicamente se digiunavate o no.

Giuda Fra noi digiuna chi vuole. Ma Gesù ci dissuade.

Uomo (stupito) Perché?

Giuda Perché, secondo Gesù, gli amici dello sposo non trovano nulla di strano a partecipare a banchetti, a convitti, finché lo sposo è tra loro. Il nostro sposo è il Messia sconosciuto. Dio ci ha assicurato che esiste e noi interpretiamo quest'assicurazione come un invito a nozze. Per noi è come se Dio ci avesse detto: ecco il mio pranzo, buoi e animali sono ingrassati. Venite alle nozze! Potete venire tutti, dal fariseo più illustre, al più miserabile degli uomini. Ad una condizione: che ognuno si metta il suo abito più bello, anche se modesto. In caso contrario, via! Come per quelli che non accettano l'invito. Hai compreso?

Uomo Sì. È giusto aspettare in letizia il regno di Dio.

Terzo Giov. (è un giovane serio, corrucciato, che dai gesti e dal modo di parlare dimostra sensibilità e nervosismo) Mi sembra però, Giuda, che non ti rattristi molto il pensiero che in realtà queste nozze rappresentano la morte, forse il martirio di un uomo.

Giuda (con serenità) Non mi rattrista affatto perché in contraccambio quest'uomo l'avrà nella resurrezione sua e dei giusti. (con un sorriso malizioso) Dubiti della resurrezione?

Giovane No.

Giuda Non deve quindi rattristarti il modo con cui sarà raggiunta.

Uomo (è anziano ed ha un aspetto serafico, ingenuo) Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio!

Giuda Certo, beato. (si rivolge a tutti) Chi ha ancora qualcosa da chiedere?

 

Due dei quattro accennati prima sghignazzano fra di loro e uno dei due dà delle gomitate all'altro, invitandolo a chiedere. Infine costui si decide:

 

Primo            Maestro... (china il capo sghignazzando)

Giuda Allora rivolgiti a Gesù.

Primo Ah già! È lui il Maestro! (continua a sorridere e si guarda intorno con un'espressione fortemente ironica)

Gesù (con tono infastidito) Su, che cosa vuoi chiedere?

Secondo (sollecitandolo col gomito) Su, coraggio! (con tono forte senza smettere di ridere) Senti, tu che parli così bene e non hai riguardi per nessuno, dimmi un po': è lecito pagare il tributo a Cesare? (e fa segni al vicino, invitandolo a sentire la risposta)

Gesù (con tono autoritario) Hai una moneta?

Primo (la cerca nella tasca) No! (al secondo) Tu, ce l'hai?

Secondo Sì. (la prende dalla tasca e gliela dà) Eccola!

Gesù Portamela qua!

Secondo (incalzando col gomito il primo che non si muove sopraffatto dallo stupore) E portagliela!

Primo (si alza con le braccia ciondoloni e lentamente si avvicina a Gesù; quando gli è di fronte, tende la mano aperta su cui ha la moneta) Eccola!

Gesù (indicando la moneta con un movimento della testa) Di chi sono l'effigie e l'iscrizione?

Primo (stupito) Di Cesare!

Gesù (con tono serio, severo) E allora, rendi a Cesare quel che è di Cesare e dà a Dio quel che è di Dio. Ritorna al tuo posto!

 

Il primo ritorna al suo posto guardando la moneta sulla mano aperta.

 

Secondo (sottovoce) Che figura!

Primo (arrabbiato) Anche per te! Ben ti sta, idiota!

Il vicino (rivolgendosi ai due, confidenzialmente) Ne sa sempre una di più del diavolo.

Uno accanto (sorridendo) È quel che dicono i farisei: Gesù caccia i demoni con l'aiuto dei demoni.

Un altro (che ha sentito, con rabbia) Non è vero! Se fosse così, i demoni sarebbero in lotta fra di loro.

Un altro (con vivacità) E non potrebbero far finta di essere in lotta fra di loro per ingannarci?

Gesù A quelli che dicono che io scaccio i demoni con l'aiuto dei demoni rispondete che anche fra i farisei ci sono quelli che li cacciano, ma, secondo loro, con l'aiuto di Dio. Se è vero per questi, è vero anche per me. La mia onestà non è minore della loro. Oppure scoprano in me dei peccati di cui accusarmi. Ai farisei disonesti bisogna ribattere parola per parola.

Uno Ma tu sai farlo! (con disappunto) A me, per esempio, hanno chiesto con quale autorità tu insegni e predichi. (con forza) Lo so che l'autorità ti viene da Dio, ma non l'ho detto; erano gli stessi farisei che ti considerano un alleato del demonio e volevano ridere alle mie spalle, se avessi detto il contrario.

Gesù E allora alla prossima volta ribatti chiedendo a loro con quale autorità Giovanni Battista insegna e predica: ti risponderanno di Dio perché hanno paura del popolo, se appena accennassero che l'autorità di Giovanni viene dal demonio.

Giovane (dall'aspetto semplice e ingenuo) Gesù, chi sarà il maggiore nel regno dei cieli?

Gesù Il fanciullo!

Giovane Ma noi non lo siamo più.

Gesù (a tutti, con dolcezza) Ricostruite in voi stessi l'immagine della sua innocenza e sarete grandi, come lui, nel regno dei cieli.

Una donna Io ho avuto sette mariti. Erano sette fratelli e li ho sposati uno dopo l'altro alla morte di ciascuno. Nella resurrezione di chi sarò moglie?

Gesù I risorti non si sposano, né sono sposati. Sono simili agli angeli.

Uno Maestro, alcuni affermano che il regno dei cieli sarà preceduto da segni terribili, è vero?

Gesù No! Sono falsi profeti. Il regno di Dio verrà come un ladro che non vi avverte delle sue intenzioni.

Lo stesso Perché?

Gesù Perché il regno di Dio è dentro di voi e la resurrezione verrà nell'ora che non pensate. Finché siete in viaggio, fate di tutto per liberarvi del vostro avversario.

Lo stesso Chi è?

Gesù Voi stessi, l'ombra demoniaca che vi portate dentro. Siate vigili come un servitore onesto. Tenete accese le vostre lampade e siate previdenti; provvedetevi di olio quanto più potete, perché non si spengano prima del momento finale.

Lo stesso Gesù, un giorno hai fatto delle similitudini bellissime del regno dei cieli. Ripetimele!

Gesù Il regno dei cieli è simile ad un granello di senape, al lievito, ad un tesoro nascosto, ad una perla. Il regno dei cieli è simile ad una rete o ad una lampada che brilla su un candeliere altissimo.

Lo stesso E ripetici anche chi sono i beati.

Gesù (con dolcezza) Sono i poveri di spirito, i mansueti, i misericordiosi, i giusti, i puri di cuore e infine tutti coloro che accettano la sofferenza per il bene di tutti.

Donna (sta allattando un bimbo di pochi mesi ed è piegata su se stessa e sul bimbo che ha in grembo, rivolta a Gesù) Beato il ventre che ti portò e le mammelle che poppasti.

Gesù (ergendosi con voce alta, sicura, veloce) Beati piuttosto coloro che odono la parola di Dio e l'osservano.

Donna (con calma) Perché hai detto qualche giorno fa ad un uomo, lascia che i morti seppelliscano i loro morti?

Gesù L'avevo invitato a seguirmi e ha rifiutato.

Donna Ma era solo per il tempo della sepoltura.

Gesù Comunque c'è una tale urgenza che, se non si risponde al richiamo, si rischia di non rispondere più. Chi non risponde, è un morto per la resurrezione finale, un uomo perduto.

Vecchio (è seduto poco discosto dalla donna) Gesù, i farisei sono scandalizzati perché rimetti i peccati.

Gesù Ebbene?

Vecchio Non so! (e confuso china la testa sulla scodella, riprendendo a mangiare. È l'unico che mangia, tutti gli altri guardano Gesù col cucchiaio in aria)

Gesù I farisei dicono giustamente che solo Dio può rimettere i peccati. Ma, se risana per mezzo mio, vuol dire che perdona il peccato, causa della malattia. Quando dico ad un paralitico: alzati e cammina! Con le stesse parole gli dico anche: ora tu sei puro davanti a Dio che ti ha perdonato i tuoi peccati. Non lasciatevi confondere! È sempre Dio che guarisce e purifica. Io sono solo un uomo di cui Dio si serve per annunziarvi che il Messia è tra noi

Vecchio La prostituta che hai perdonato, era perfettamente sana.

Gesù Era malata. La sua malattia era l'odio verso gli uomini che abusavano di lei. Il miracolo è stato l'amore.

 

Il giovane, che è in piedi presso lo stipite della porta, si avvicina a Gesù e gli dice:

 

Giovane Gesù, ci sono tre discepoli di Giovanni che chiedono di parlarti.

Gesù (stupito) Dei discepoli di Giovanni? Falli entrare!

 

Il giovane ritorna alla porta e fa cenno ai tre che sono fuori. Entrano Marco, Luca e Catone che veste una lunga tunica di foggia ebraica e ha il capo coperto da un ampio cappuccio. I tre si dirigono verso di lui, s'inchinano e si siedono su tre bassi sgabelli.

 

Marco (con voce chiara, alta, uniforme) Maestro, Giovanni ti manda a chiedere se sei tu che devi venire o se dobbiamo aspettarne un altro.

Gesù (con tono deciso e parlando velocemente) Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi recuperano la vista e gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e i sordi odono e l'evangelo è annunziato ai poveri.

Marco (alzandosi) Sì, Maestro! (anche Luca si alza)

Catone (rimane seduto, si scopre il capo e alza un braccio) Un attimo! (a Gesù) Dunque tu sei il Messia!

Gesù No, non ho detto questo.

Catone (sbalordito) Scusa se sono pignolo. Giovanni che cosa può capire di te se gli mandi a dire che risani i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi?

Gesù Che cosa può capire di me, non sta a me comprenderlo. (fissando attentamente Catone) Non sei tu che vuoi capire chi sono?

Catone Sì. Ma possibilmente come t'intenderebbe Giovanni dopo quello che hai detto.

Gesù (rivolto a tutti, con entusiasmo) Giovanni! Ditemi chi andaste a vedere nel deserto? Una canna dimenata dal vento?

Tutti No.

Gesù (c.p.) Un uomo avvolto in morbide vesti?

Luca No. Quelli che sono avvolti in morbide vesti, stanno nelle case dei re.

Gesù (c.p.) E allora chi andaste a vedere?

Luca Un profeta!

Gesù Sì! E io vi dico: uno che è più di un profeta!

Catone Il Messia!

Gesù No! Egli è colui del quale è scritto: ecco, io mando il messaggero davanti al suo cospetto e costui preparerà la via. In verità vi dico che fra gli uomini non è sorto ancora nessuno maggiore di Giovanni Battista.

Catone Questo per dirmi che tu non sei il Messia.

Gesù Sì, te l'ho già detto. Solo se Dio vorrà... quando vorrà... nell'attimo della mia morte.

Catone Dovevo prevederlo. E anche tu speri, come Giovanni Battista.

Gesù Ne sono indegno.

Catone Anche questo lo so. Ma i miracoli che fai, a che cosa servono?

Gesù Sono la dimostrazione visibile che è veramente Dio che vuole che io annunzi l'evangelo agli uomini. Altrimenti la mia mano non avrebbe forza alcuna.

Catone Forza magica!

Gesù Forza divina!

Catone (senza scomporsi, con ironia) Spiegami meglio che cosa intendi per evangelo.

Gesù (con dizione lenta, precisa) Che il Messia è nato, che esiste, che lavora per diventarlo e che è urgente pentirsi perché alla sua morte e alla sua resurrezione verremo fissati in un valore eterno di bene o di male e guai per coloro che si faranno trovare impreparati. Perché quando il Messia verrà nella sua gloria, tutte le genti saranno radunate di fronte a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra e dirà a quelli alla sua destra: venite, voi, benedetti dal Padre mio, ereditate il regno. Ma a quelli della sua sinistra dirà; andate via da me, voi, maledetti, nel fuoco eterno.

Catone Va bene, va bene! Tu ad ogni modo questo Messia non lo conosci.

Gesù No, non lo conosco. Anzi, ti dirò di più: l'uomo stesso che nella prescienza divina è il Messia, non sa di esserlo.

Catone E fosse già morto?

Gesù Saremmo già tutti risorti nella resurrezione del Messia.

Luca (sottovoce, a Catone) Catone, ciò che ti dice Gesù non è diverso da quello che ti ha detto Giovanni.

Catone (con aria divertita) Dimmi, Gesù. Fra te e Giovanni chi ha maggiori possibilità di diventare il Messia?

Gesù Giovanni naturalmente.

Catone Anche senza miracoli?

Gesù Che contano i miracoli? È Giovanni stesso un miracolo, un miracolo superiore a qualunque altro che lui o io potremmo fare nella mente o nel corpo di un uomo.

Catone Sì... sì, veramente eccezionale! (con vivacità) Io sono romano, Gesù. Scusami l'inganno. Sei stato così perfetto che mi hai convinto.

Gesù Di che cosa?

Catone Che sei una copia perfetta di Giovanni. Ora me ne vado. Ti lascio con i due discepoli di Giovanni.

Gesù Anch'io me ne vado. (esce con passo rapido, il giovane sulla porta solleva la tenda al suo passaggio. Dietro a lui escono Luca e Marco e tutti gli altri, eccetto Catone e quattro altri che si slacciano la tunica ebraica, stretta al collo. Le tuniche cadono a terra e i quattro appaiono vestiti da soldati romani; piccolo pettorale di cuoio, bande ai fianchi, spada alla vita. Sono i quattro omaccioni descritti all'inizio. Uno si avvicina a Catone)

Primo Qui, Catone, ci menano per il naso.

Secondo (battendosi le mani sulla pancia) Io non ho mangiato abbastanza.

Terzo E nemmeno bene! (va alla porta, solleva la tenda e urla) Ehi di casa! (nel vano della porta appare una donna che si ritrae subito impaurita; il soldato l'afferra per un braccio) Dove vai! Per tutti i diavoli, vieni avanti! (la trascina dentro) Non hai mai visto dei romani? Vogliamo mangiare!

Secondo E bere! Sbrigati!

Donna (agitatissima) Sì... sì! (ed esce rapidamente)

Catone (al terzo, con sospetto) Ti fidi?

Terzo (sorridendo, compiaciuto e fiducioso) Ma certo, Catone. Ce n'è uno di là in cucina, uno alla porta che ha persino un cane per fargli assaggiare ciò che ci portano. Vedi che non siamo scemi. Naturalmente non lo sono nemmeno loro. Se ti tendono un agguato, lo fanno soltanto se sono sicuri di farla franca. Qui i cospiratori uccidono, ma tengono alla propria pelle. (con un sorriso cattivo) Vendono quella degli altri, della gente comune perché tu non puoi prendere che questa. Poi la gente qui, di casa, sa che il primo ad andarci di mezzo insieme a loro sarebbe proprio il profeta che amano tanto. Era qui della partita. Quale prova migliore per inchiodarlo ad un legno?

Secondo (con aria infastidita) Basta! Tante parole per farci mangiar tranquilli! Non ce n'è bisogno!

Quarto (con tono maligno) Per Catone, sì. È un giornalista, non un soldato.

Secondo Peuff... i giornalisti!

Catone (con tono severo) Che hai da dire contro i giornalisti? Rischiano anche loro, come te.

Secondo (ridendo e ammiccando altri) Infatti, sono sempre tra i piedi.

Catone (infuriandosi) Non li vorresti?

Terzo (con tono di indulgenza, cercando di portar via Catone) Ma sì, Catone! (entra la donna con un vassoio su cui c'è del pane e dell'arrosto) Oh, ecco il cibo. Bene! (tutti insieme riuniscono quattro sgabelli al centro) Posa qui, posa qui, bella fanciulla! (si siedono e incominciano a mangiare avidamente) E... coppe e vino! (in tutto questo tempo Catone è rimasto da parte) Catone, non favorisci? Guarda che se il Messia muore, addio allora alla tavola imbandita! Giù nel fuoco eterno!

 

Entra la donna con delle coppe e un boccale, posa tutto ed esce subito.

 

Quarto Con questa teoria, se fosse vera, non dovremmo dar loro la caccia, ma proteggerli. (ride sguaiatamente)

Primo (mangiando) Non ti capisco.

Quarto (continuando a ridere) Per gli ebrei è una questione da nulla. Si pentono e sono a posto, ma noi? Dovremmo prima diventare ebrei, poi adorare il loro dio, buttare a mare i nostri e poi.... (si guarda la spada al fianco) come la mettiamo con queste spade al fianco? (rivolto al terzo, sghignazzando) Dico a te! Come la mettiamo?

Terzo (ridendo) Le trasformiamo in piume!

Secondo Bella l'idea! Un romano con una piuma al fianco! (vede Catone) Uhhh... (e lo indica. Catone si è alzato, si è tolta la tunica sotto cui ha la toga del primo atto e cammina lentamente, pensieroso) Il giornalista... il giornalista non ha sempre la piuma in mano per grattarsi dove ha prurito?

Terzo (guardando preoccupato Catone che ha un aspetto infuriato) Piantala! Un giornalista è un giornalista e la sua piuma può diventare pugnale senza che te n'accorga. Basta che scriva lucciole per lanterne o faccia vedere bianco per nero. Tu, sei troppo ignorante, per capire certe cose. (rivolto a Catone) Non è vero, Catone?

Catone Sì, sì...

Terzo (con tono d'importanza, sempre continuando a mangiare) Parliamo invece dell'eternità. Io non ci tengo affatto a diventare eterno. E tu, Catone?

Catone (si è seduto e inizia a mangiare qualcosa) Non so. Io non ho mai visto un vecchio lasciare questa vita con piacere.

Secondo Che c'entra? Nessuno la lascia con piacere. (sorridendo all'idea) Per cui, se fossi eterno, sarei almeno sicuro di evitare il dolore di lasciarla.

Primo (stupito) È vero.

Secondo (fermandosi con la bocca piena) Non è vero affatto. Eterno, ma sempre giovane.

Terzo (con tono trionfante) Nuova teoria, ma sempre giovane. Dobbiamo dirlo al profeta. Non merita essere eternamente vecchi.

Primo (ritornando a mangiare rabbiosamente) No, non merita. Meglio morire quando si è vecchi.

Catone (con tono serio, come parlando a se stesso) Non lo dirai più quando sarai vecchio. Come tutti, chiederai un giorno ancora, quando ti accorgerai che è l'ultimo. Con l'eternità questo giorno in più avresti sempre la possibilità di averlo.

Primo (con indifferenza) E allora diciamo, meglio l'eternità! Chi va a sapere cosa è meglio o peggio?

Secondo (maligno) I giornalisti ti girano sempre la frittata come vogliono.

Primo (sghignazzando) Ti menano pel naso, come i Messia ebrei.

Quarto (infuriato) No, porco diavolo! (a Catone) È meglio o peggio?

Catone (sempre con tono pensoso) È meglio, meglio l'eternità. Tutt'al più dovremmo essere noi a rifiutarla, se n'avessimo abbastanza della vita, del dolore, degli acciacchi!

Primo (con impeto) Giustissimo! (si batte con forza una mano sul petto) Dobbiamo essere sempre noi a decidere... noi romani!

 

Si ode da fuori uno scalpiccio di cavalli e subito dopo entra un soldato romano.

 

Primo (guardandolo sbalordito con la bocca piena) Che è successo?

Soldato (con tono concitato) Erode ha fatto decapitare Giovanni.

Primo (con un gesto di fastidio) Ehh... per tutto questo?

Soldato (c.p.) Sono venuto a chiamarvi. Pilato ha messo all'erta la legione. Teme dei torbidi. Su, muovetevi. (esce di corsa. Si sente il suo cavallo che si allontana)

 

Tutti si alzano di mala voglia, si aggiustano la spada, il gonnellino

 

Terzo Sempre la stessa vita. Mai un attimo di calma. (si rivolge a Catone) Catone, vieni con noi?

Catone Sì.

Terzo È più prudente!

 

I quattro prendono ancora del cibo e bevono. Poi escono tutti.

 

 

 

 

 

ATTO TERZO

 

 

Su uno sfondo indifferente in un locale dalle linee sobrie di uno studio con mobili alle pareti pieni di libri che s'intravedono nella penombra della stanza vi sono al centro i mobili del primo atto; un tavolo, due scranni da una e dall'altra del tavolo e una candela accesa sul tavolo. Nient'altro. Catone e Giuda sono seduti uno di fronte all'altro; Catone ha un aspetto severo che contrasta con la vivacità dimostrata nei due atti precedenti. Giuda ha la testa fra le mani e dà l'impressione di un uomo disperato.

 

Catone (parla con un tono di voce contenuto) Adesso che la tragedia è finita e Gesù è stato giustiziato dal Sinedrio e dal suo popolo, che l'hanno affidato al braccio secolare di Roma, parlami un po' più diffusamente di lui.

Giuda (si libera la testa dalle mani e si abbandona ai suoi ricordi) È stato un uomo meraviglioso! Lo ricordo all'inizio più di tre anni fa. Aveva un carisma irresistibile; attirava, come il ferro magnetizzato attira, quando entra in contatto o anche solo si avvicina a rimasugli di ferro. Risucchiava gli uomini in lui, pur dando a loro la percezione esatta di non essere fusi in un'unione mistica che li faceva simili a lui nel fuoco d'amore, che li pervadeva, per quella presenza di Dio, che possediamo tutti dentro di noi. Questa presenza era in lui fortissima; attraverso lui, capivo, come individui semplici, che non hanno alle spalle la nostra millenaria storia religiosa, possano giungere a credere che, chi la possedeva come Gesù, fosse indotto a ritenere che Gesù fosse un uomo di un'altra tempra dell'uomo comune, un semidio o Dio stesso in una stranissima e blasfema incarnazione di Dio stesso. A questi semplici la presenza di Dio in uomini, come Gesù, è più di un'esperienza interiore, è sinonimo di un'esperienza quasi fisica, al cui contatto non possono far altro che cedere. È Dio in terra, urlano in coro, e adorano in lui il Dio invisibile a cui credono con la mente. Perché scandalizzarci? Gesù si chiama figlio di Dio, ma lo siamo tutti, anche chiamandosi figlio dell'uomo, perché lo era, nato come noi e visibilmente carne, come noi, non era sufficiente a trattenerlo fra noi. Ecco il mistero insondabile del punto che nei gentili si perde facilmente, di non saper più giudicare di fronte a uomini, come Gesù, se è più reale nella sfera divina che in quella umana; poveri uomini in balìa di un torrente d'amore che li sommerge, come se per costoro Gesù fosse già in cielo, morto e, come morto, ormai tutt'uno con Dio, come saremo tutti, non prima tra noi, ancora vivi con tutte le nostre miserie. Gesù sapeva a memoria le Scritture e tra queste prediligeva quelle di Isaia, che citava sempre, come un Isaia redivivo, alla distanza di sette secoli; lo stesso fuoco, la stessa indomita volontà di essere sempre dalla parte di Dio contro tutti, indifferente alla loro possibilità pratica di farlo tacere imprigionandolo e, caduto nelle loro mani, di ucciderlo. Gesù impersonava in sé la figura sublime del servo di Israele, pecora in silenzio in balìa della tosa, ridotta a una realtà spregevole, non degna di uno sguardo, annoverato fra i malfattori, ma nella morte fra i potenti.

Catone (dopo una lunga pausa, sottovoce) Giuda, posso farti delle domande?

Giuda (con tono ironico) Fammele! Me ne hai già fatte tante!

Catone Erano in gran parte inutili o superflue per l'incarico che mi hanno affidato. Spero che tu mi creda. Non sono venuto a trovarti come funzionario romano.

Giuda (c.p.) Ma come uomo.

Catone (con un tono d'intensa partecipazione) Sì, come un uomo che sente la necessità di capire. Ti confesso; il vostro contatto mi ha turbato. Forse capita a tutti quando incontrano delle idee nuove e le vostre sono... così irreali, così fuori dell'orizzonte solito che trovarle, è come scoprire un cielo diverso o delle costellazioni sconosciute.

Giuda (sorpreso, ma con voce turbata) Continua!

Catone Mi hanno instillato la sottile magia dell'ignoto di cui parlano gli spiriti più eccelsi, anche fra noi, e a cui non avevo mai creduto, ritenendo che le loro esperienze interne, psichiche, profonde, fossero sterili vaneggiamenti di pazzi. E invece, no! Ora ho compreso che molti di loro, come voi, hanno già qui sulla terra orecchie adatte a sentire vibrazioni, inafferrabili dalle orecchie comuni, hanno sensi sottili per un mondo magico che, come una foresta impenetrabile, si apre docile al loro passaggio o sono come colui che è, pur abituato al buio, vede, dove altri stentano o non vedono nulla. (con ironia triste) Io ero tra questi ultimi, orgoglioso della mia luce, sicuro che non ce ne fossero altre o che la mia non avesse profondità sconosciute e ho finalmente compreso che, pur vedendo, si può essere ciechi. Forse dopo questo preambolo, Giuda, sarai disilluso delle mie domande. Eppure devo fartele. Ho bisogno che tu mi aiuti a comprendere alcuni ritocchi del vostro quadro che non ho capito.

Giuda Dì pure.

Catone Ti sembrerà banale, ma come mai quando Gesù era ancora in vita, alcuni dicevano che era Giovanni Battista resuscitato dai morti? Tra voi c'è forse chi crede alla trasmigrazione delle anime?

Giuda No! Tra noi non c'è nessuno che crede alla trasmigrazione delle anime. Chi pensava che Gesù dopo la morte di Giovanni fosse lo stesso Giovanni resuscitato, nel suo amore verso Giovanni riteneva già implicita in Gesù la resurrezione avvenuta, ma di Giovanni. (ironico) Come fosse possibile sparire e riapparire nella persona fisica di un'altra. (con un moto di fastidio) Fantasie... fantasie che respingo!

Catone (incalzando) Eppure anche a proposito di Gesù è stato detto che era Elia che doveva venire, l'antico profeta assunto in cielo su un carro di fuoco. E coloro che lo dicevano non erano degli stupidi.

Giuda Lo so. Anche Gesù un giorno disse di Giovanni Battista che era l'Elia che doveva venire. Ma tutto ciò è da intendersi in senso metaforico. L'identità personale è fuori discussione sia adesso che nel giorno della resurrezione. Indicarci in Elia è esprimere ciò che tendiamo essere: il Messia! E anche quando non lo siamo stati perché la resurrezione non è avvenuta, siamo convinti di non essere passati invano, ma restiamo fari... fari di luce nella storia umana. Altri dopo di noi faranno meglio di noi.

Catone Allora tu non credi alla resurrezione di Gesù come sostengono i tuoi compagni.

Giuda (con tono deciso) No!

Catone Perché?

Giuda Perché non è tanto la resurrezione di un uomo che interessa, quanto la resurrezione di tutti... e questa non è avvenuta. I morti continuano a dormire nelle loro tombe e i vivi ad essere infelici e mortali, come prima.

Catone Hai dei dubbi sulla teoria?

Giuda (ironico) Ne ho avuti, come anche tu ne hai. Quando, anni fa giravo per il vasto mondo, la teoria, imparata sui banchi di scuola, ai piedi dei rabbini, mi sembrava inverosimile. Era troppo il tempo trascorso da Adamo! Possibile che l'ordine solito presente nelle migliaia di generazioni che si erano succedute, di colpo, s'infrangesse? C'erano dei filosofi poi che mi dicevano che l'uomo non era mai stato creato, ma era un discendente diretto della scimmia, a cui siamo, in effetti, molto simili nel corpo, e la creazione poteva eventualmente riguardare l'anima che le scimmie non hanno. Forse era così, mi dicevo e questa teoria mi soddisfaceva più della precedente: comunque vivevo disperato, chiedendomi dov'era la verità. Finalmente Gesù in lunghi discorsi mi convinse che la verità era nelle scritture. I morti con le loro anime dormono, mentre i corpi rapidamente si dissolvono in polvere. Il miracolo di Dio è di svegliarle ridonando a loro un corpo identico a quello posseduto prima, ma con altre leggi e noi aspettiamo questo miracolo. Vissi questa certezza alla morte di Giovanni. Non così alla morte di Gesù.

Catone Mi hanno detto che ci sono stati dei dissapori fra te e Gesù.

Giuda Sì.

Catone E corrono anche voci poco benevoli su di te.

Giuda Lo so.

Catone E chi le mette in giro sono proprio i tuoi compagni.

Giuda Non mi dici delle novità.

Catone (con sincera preoccupazione) Giuda, perché queste voci? Sono gravi! Contengono accuse di tradimento, di furto.

Giuda (con tono severo) Contengono odio, Catone, e l'odio scatena la fantasia nelle direzioni più impensate.

Catone Perché ti odiano?

Giuda (il suo tono è narrativo, calmo) Hanno incominciato ad odiarmi un giorno a Cesarea di Filippo, tre mesi fa, il giorno in cui Gesù tradì l'idea.

Catone È il giorno in cui si è proclamato Messia?

Giuda (insistendo sulle parole) È il giorno in cui Pietro l'ha proclamato Messia. Fino a quel giorno Gesù non aveva mai detto di esserlo: glielo impediva la sua umiltà, la sua rettitudine, la sua conoscenza delle regole. Quel giorno invece confermò di esserlo quando Pietro gli disse che lo era.

Catone Ho parlato con Pietro. Mi ha detto che, secondo lui, a Cesarea di Filippo Dio parlò per bocca sua e Gesù ne fu pienamente convinto.

Giuda Tu non conosci Pietro. È impulsivo ed era geloso di noi perché voleva essere il primo.

Catone Veramente era stato il primo ad essere chiamato.

Giuda Sì, ma questo non ha l'importanza che lui gli attribuisce, né mi risulta che Gesù sia mai stato del suo parere prima della proclamazione a Cesarea di Filippo. Per Gesù eravamo tutti uguali dinanzi a Dio e nella possibilità di diventare Messia. A Cesarea di Filippo Dio non parlò per bocca di Pietro, ma fu Pietro che manifestò una sua opinione, che era poi quella di tutti, anche se non la dicevamo, che fosse Gesù fra noi a diventare il Messia. Pietro espresse questo suo desiderio senza accorgersi che si metteva sullo stesso piano dei demoni che quotidianamente, quando potevano, gridavano a Gesù dalla bocca degli indemoniati: tu sei il Messia! Ah, quest'urlo! Com'è terribile e com'è importante farlo tacere! Perché è una tentazione, la più tremenda di tutte. Chi cede e crede di essere prima di morire ciò che Dio non può decidere per lui che dopo la sua morte, pecca e si preclude qualunque possibilità di diventare il Messia.  

Catone Ricordi le parole di Gesù?

Giuda Sì. Trasecolai quando le udii. Disse: beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli.

Catone Sono chiarissime.

Giuda Sì. Poi ci parlò del suo martirio, della sua morte, ma non era più l'uomo d'un attimo prima. Vibrava in modo diverso. Urlò a quello stupido di Pietro: sei un demonio, quando Pietro gli disse: non sia mai che tu muoia! Non aveva capito niente e continuava a non capire niente.

Catone E tu di tutto questo ne hai parlato a Gesù?

Giuda No. Perché l'asceta sceglie la solitudine, la meditazione, il silenzio, fuori e dentro di sé. Sale così in alto che non è più raggiungibile dalle voci umane. Forse ogni tanto dagli occhi. Da allora i miei gli hanno sempre detto che stava perdendo.

Catone (con interesse) E pensi che ti abbia capito?

Giuda Credo di sì. Nella lotta terribile che sosteneva con se stesso, io ero dentro di lui il dubbio continuo che non fosse stato Dio a parlare per bocca di Pietro, ma il demonio.

Catone Giuda, ho l'impressione che lavori troppo di fantasia.

Giuda No, Catone: non ho fantasia. Ho intuito. Se Gesù era tanto sicuro di essere il Messia, perché subito dopo la proclamazione di Pietro ci proibì di dire in giro che lo era? Per paura? Un asceta non ha paura, Lui, poi desiderava la morte, ce ne parlava continuamente. Lui voleva morire, aveva fretta di morire. La morte era la sua giustificazione senza comprendere che la morte è il destino di tutti e il martirio per noi è la conclusione più probabile. Quindi morte e martirio di per sé non giustificano nulla. Era solo per lui un modo inconscio di convincersi che fosse stato Dio a parlare e non il demonio.

Catone E perché vi ordinò di tacere?

Giuda (con indifferenza) Per una specie di fastidio psichico. Un asceta si sente turbato a sentirsi dire: tu sei il Messia! E Gesù era come gli altri.

Catone Ha vissuto nell'insicurezza gli ultimi mesi della sua vita.

Giuda (con meraviglia) Insicurezza, Catone? Dì tragedia, disperazione, dì tutto quello che puoi immaginare di peggio! (urlando) L'anima mia è triste fino alla morte, ma che vuol dire? (i suoi occhi assumono un'espressione spiritata) Che si sentiva preso negli ingranaggi di una macchina sovrumana, che sentiva Dio sfuggirgli e l'ombra del demonio farsi su di lui sempre più densa, più cupa. Non perché si sentisse sua preda, Catone! Ma perché intuiva che il demonio era riuscito là dove aveva fallito nel deserto, sottraendogli quella realtà messianica che fino alla proclamazione di Pietro era stata viva e palpitante in lui. Tu non puoi immaginare il tormento di un uomo in queste condizioni! Sei troppo lontano... lontano!

Catone Continua!

Giuda (con tono meno agitato) Il demonio..? No! Diciamo voci, è più facile, forse anche più giusto. Sono angeliche e le senti come armonia, riposo. Sono demoniache e ti sfrecciano nella testa come fulmini e si trascinano dietro rumori, urla, schiamazzi. Fa' un passo avanti. L'armonia diventa un insieme di volti belli, felici, sereni; gli schiamazzi diventano ghigni, risate, volti deformi, caricature di volti deformi. (si batte con la mano aperta la fronte) E tutto è qui, nel piccolo spazio della tua testa e s'agita, come un mare in burrasca. Vuoi che ritorniamo a Gesù?

Catone (sottovoce) Sì…

Giuda (cerca di parlare con tono preciso in uno stato di estrema eccitazione) Per noi, asceti, un istante, un secondo, una frazione infinitesima di tempo, vale tutta la vita. Per Gesù, non un istante di debolezza, mai, fino alla risposta data a Pietro di cui si pentì subito. Però in quel momento Gesù sentì che non sarebbe più diventato il Messia.

Catone Perché?

Giuda (parla lentamente, i suoi occhi sono accesi, spiritati) Perché in quel momento sulla sua perfezione si depositò un'ombra, la possibilità di un'ombra, infinitesima quanto vuoi, ma un'ombra. Così decise di rischiare.

Catone (sbalordito) Eh...?

Giuda Si, rischiare, supporre che effettivamente Dio avesse parlato per bocca di Pietro, che avesse deciso per lui di farlo Messia prima della morte, anche se aveva sempre profetizzato il contrario. Era una carta da giocare e Gesù l'ha giocata fino in fondo, fino alla morte. Ma da quel momento la sua vita si è trascinata nel dubbio che le carte di Dio non corrispondessero più alle sue.

Catone In sostanza, gli è mancato il coraggio di ammettere di essere fallito.

Giuda (più calmo) Sì. Non è difficile capirlo. È duro per uno come noi dover rinunciare definitivamente per un attimo di distrazione, per un istante di debolezza, per una parola sfuggita quasi involontariamente. Eppure è la nostra regola assoluta, inderogabile! Anche se per assurdo questa parola è sfuggita al di fuori d'ogni controllo, come in sogno, macchia e spegne.

Catone È tremendo, (sottovoce) se tutto ciò corrisponde a verità.

Giuda È la verità. Dicono che ho tradito. Quando i sacerdoti mi hanno chiesto se Gesù si proclamava Messia, ho risposto di sì. Era la verità. Dicono che mi hanno pagato: è falso! Dicono che l'ho tradito con un bacio. È obbrobrioso! La notte dell'arresto l'ho baciato perché gli ho sempre voluto bene ed era un'abitudine quando uno rientrava nel gruppo. Dicono che ho guidato le guardie. È ridicolo! Se persino i bambini sapevano dove Gesù si ritirava di sera a pregare. Ricordati poi che si tratta di due tradimenti, non di uno solo.

Catone Sì. C'è anche quello di Pietro.

Giuda Il mio non esiste. È vero solo quello di Pietro per uno smarrimento dettatogli dalla paura. E questo ti definisce l'uomo.

Catone Ma perché hanno pensato proprio al tradimento nei tuoi riguardi?

Giuda Per il mio giudizio su Gesù che non ho mai nascosto a nessuno e che è stato confermato dai fatti. Io sostenevo che Gesù non sarebbe mai stato il Messia, anche se diceva di esserlo, proprio perché diceva di esserlo. Erano ossessionati da questo mio giudizio. Pensa che durante l'ultima cena i miei compagni, o alcuni di loro, sostengono che Gesù disse che io lo stavo tradendo. Tutto ciò è talmente ridicolo che, chi ci crede, è al massimo dell'ingenuità. Le cose andarono diversamente. Gesù non usò il verbo tradire, ma (sillabando le parole) sostituire! Disse: uno di voi mi sostituirà! E tutti: sono io quello, Signore? E Gesù di rimando: è colui che sta mettendo la sua mano nel piatto comune insieme alla mia. Ed è vero: io, io solo in quel momento avevo la mia mano nel piatto con la sua. La luce era scarsa, potevamo sì e no vederci a distanza molto breve. I suoi occhi avevano un'espressione dolcissima. Sembrava che mi chiedessero pietà e insieme volessero infondermi coraggio. Infatti quasi all'orecchio mi sussurrò: quello che fai, fallo in fretta! Sono uscito ed era notte. Pensavo alle parole di Gesù: la messe è grande, ma gli operai sono pochi. In quel momento era l'unico operaio della redenzione.

Catone Ti ha indicato Messia?

Giuda No, comunque per lui in quel momento fra i dodici ero il più probabile. Essere o non essere Messia dipende solo da Dio. L'uomo non può far altro che passare umilmente l'idea, l'aspirazione, la fiaccola, sperando che chi la prende non la lasci spegnere.

Catone Non ho parole per ribatterti. Ti dico solo che sono sbalordito che i tuoi compagni dicano e sostengano che Gesù, dopo la morte, è apparso.

Giuda (con un tono fortemente incredulo) Apparso! Sì, come quelle ombre che si muovono nei sogni o negli incantesimi o in quel limite strano, impreciso che separa la luce dalle tenebre, nella penombra in cui brancola la vita umana. Ma risorto no, come intendeva lui, come intendono tutti quelli che lavoravo a diventare Messia. Resurrezione che è risveglio di legioni di morti, trasformazione di vivi dietro al trionfante, al vittorioso, all'unto di Dio.

Catone Sì, veramente. Questo non è successo!

Giuda E Gesù ne dubitava per sé. Allora, adagio adagio, nel dubbio di aver perso, perché la nostra disillusione non fosse immediata, crudele, ma si diluisse nel tempo, incominciò a ventilare l'ipotesi che la resurrezione non coincidesse con la sua morte, ma potesse venire anche più tardi di qualche anno, sempre nell'ambito della nostra generazione e che qualcuno avrebbe potuto non vederla perché sarebbe morto prima. Quindi potevamo morire nell'attesa, rimanendo perfetti, sempre in funzione che la perfezione è il cardine dell'attesa messianica.

Catone Ed ora che farai? Posso affidare ciò che mi hai detto ai posteri?

Giuda No, Catone. Se io fallisco, che cosa può interessare ai posteri che io abbia lottato?

Catone (con impulsività) Ma se riesci?

Giuda (con tono estatico, mentre la luce della candela si spegne lentamente)Ah, se riesco, Catone. Sarà la resurrezione stessa, mia e di tutti, la più bella cronaca di ciò che ti ho detto. Al suo confronto quella che potresti scrivere tu non ne darebbe nemmeno l'ombra... che dico. Meno di un bisbiglio, di un soffio di vento. (si alza) Sparisco, Catone. Non so che cosa diranno quando non mi vedranno più. (con ironia) Già qualcuno afferma che non ho alternativa al suicidio. (sorridendo) No, non m'uccido, Catone, anche se sparisco ugualmente. Forse sei l'ultimo essere umano che vedo perché d'ora innanzi per me non vi sarà che la solitudine del deserto, il suo silenzio, le sue ore ed ore di meditazione fatta di cose grandi, come il suo orizzonte giallo ed uniforme, come la sua volta celeste di giorno inondata di sole, di notte trapunta di stelle.

 

 

 

FINE

 

 

 

 

FANTASIE

DI PARTENZE

 

 

 

 

 

ATTO UNICO in tre parti

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi :

 

           Attrice

    Primo attore

                        Secondo attore

 


 


 

PRIMA PARTE

 

Su un fondale indifferente che può essere una parete o una tenda scura spicca una cabina interamente di vetro di due metri per due, intensamente illuminata dall'interno. Nell'interno della cabina si vede un telefono, una scrivania e una seggiola. Molto in avanti sul palcoscenico sono disposte in centro tre sedie. Dietro alle due laterali vi sono due attaccapanni ai quali sono appesi: a quello di sinistra di chi guarda un cappello da capostazione, uno da aviatore e un camice bianco da medico, a quello di destra un berretto da ferroviere. I personaggi sono tre, due uomini e una donna. La donna è una signora di una quarantina d'anni, dall'aspetto giovanile, con una mimica facciale intensa per i diversi personaggi che dovrà interpretare. È bella, ben curata nei capelli, nel volto molto dipinto, vestita elegantemente con una moda un po' sorpassata. Dei due uomini, quello indicato come I° attore è discretamente giovane, magro, dinamico, pieno di vitalità, anch'egli con una maschera facciale mobilissima secondo i personaggi che gli sono affidati nelle tre scene. Il secondo è più anziano, più lento di movimenti, di riflessi, grigio di capelli, aspetto bonario. All'inizio vi sono in scena l'attrice, seduta sulla sedia di centro in atteggiamento di attesa ed il II° attore in piedi, appoggiato con tutte e due le mani sul bracciolo della sedia di destra. Di fianco all'attrice vi è una valigia di pelle discretamente grande. L'attrice fuma, le gambe accavallate, un gomito appoggiato sul ginocchio. Muove ritmicamente la mano libera, battendosi con le dita la gamba con un movimento d'impazienza e di nervosismo. Il I° attore entra dopo qualche secondo.

 

I° attore            (entra in scena con passo incerto, espressione infastidita. Ha una mano in tasca, con l'altra fuma una sigaretta) No… no… non sono d'accordo! (aggrotta le sopracciglia e si rivolge verso il pubblico come avesse udito una voce provenire dalla platea) Che cosa? Non posso dire che non sono d'accordo? E perché? Forse debbo presentare i miei documenti per dirlo? (con tutte e due le mani, facendo un atto di invito) Chiedo a tutti… a tutti i presenti, vi è un motivo plausibile perché io non possa dire che non sono d'accordo? (con decisione) Non sono d'accordo sulle scene, sui personaggi, ma soprattutto su ciò che si recita. Lo trovo stupido, insulso. Ad ogni modo, se gli altri sono d'accordo, io farò del mio meglio. (si rivolge ai due attori) Siete d'accordo? (i due attori annuiscono, al secondo attore, indicando la cabina di vetro del fondo) Hai la chiave dell'ufficio?

II° attore            (si alza, stacca dall'attaccapanni il berretto da ferroviere, se lo mette in testa) Sì, capo! (cerca nella tasca una chiave e, trovatala, si dirige insieme al I° attore verso la cabina di fondo. La apre. Il I° attore entra e si siede alla scrivania. Il II° attore si volta e si rivolge all'attrice, con tono monotono) Biglietto, signora?

Attrice (con indifferenza) Non ce l'ho.

II° attore (prende dalla tasca un blocco di biglietti) Per dove?

Attrice            (con indifferenza) Per questa stazione.

II° attore (con improvviso stupore) Per? Ah, intende andata e ritorno…

Attrice No, solo andata.

II° attore (cercando di capire) Solo andata? (infastidito) Ma per dove?

Attrice (nervosa) Le ho già detto. Devo partire, mi faccia un biglietto di sola andata per questa stazione.

II° attore (con tono deciso ritirando il suo blocco) Impossibile!

Attrice (sbalordita) Ma come! Mi sono informata, è possibile!

II° attore Le chiamo il capostazione.

Attrice Mi chiami il capostazione.

II° attore            (dirigendosi verso la cabina di fondo) Un biglietto di andata per questa stazione! Ma questa è pazza… pazza! Se c'è! Glielo farò spiegare dal capostazione. (entra nella cabina e si rivolge al I° attore che è seduto e volge le spalle al pubblico. Poi il I° attore si alza annuendo e indicando se stesso. Esce e si dirige rapidamente verso l'attrice. Il II° attore lo segue)

I° attore (stacca dall'attaccapanni il suo berretto da capostazione, se lo mette in testa e si rivolge con educazione all'attrice) Signora, sono il capostazione.

Attrice Ah… finalmente!

I° attore Mi esponga con calma il suo problema. Le ferrovie e i suoi dipendenti sono a disposizione del pubblico e hanno il dovere di essere pronti e di fare tutto quello che possono perché il pubblico parta, viaggi e arrivi soddisfatto.

Attrice (con soddisfazione) Ecco, questo è un parlare che mi piace! (guardando con astio il II° attore) Non come quello del suo bigliettario.

I° attore (mentre il II° attore fa dietro all'attrice dei gesti a significare che è pazza) Lo scusi, signora. Parli con me. Dove non arriva un certo tipo di dipendenti ne arrivano altri. Lei intende acquistare un biglietto?

Attrice Sì.

I° attore             E a che cosa le serve?

Attrice Per lo scopo per cui me lo vende.

I° attore Le ferrovie glielo vendono perché lei possa partire.

Attrice Ed io lo compro proprio per partire.

I° attore (con autorità) Puoi venderle il biglietto che ti ha richiesto.

II° attore (ritirando fuori il suo blocchetto) Per dove, signora?

Attrice (irritata) Gliel'ho già detto una volta. Per questa stazione!

I° attore            Allora è gratis, signora, perché in questo caso lei parte e arriva contemporaneamente.

Attrice Lasci perdere il contemporaneamente. Dica solo: parto e arrivo.

I° attore Se le fa piacere dico solo: parte e arriva.

Attrice (rivolgendosi al II° attore) E lei lo scriva…

II° attore            (accingendosi a scrivere) Scrivo!

Attrice Biglietto di prima classe per questa stazione. Aggiunga gratis, mi raccomando!

II° attore (scrive e recita con tono ironico) Biglietto di prima classe per questa stazione. Gratis! Sottolineato! (offrendo il biglietto all'attrice) È contenta?

Attrice (guardando con soddisfazione il biglietto) Sì, la ringrazio. (a tutti e due) Vi ringrazio! D'altra parte fosse costato quanto mi hanno detto all'ufficio informazioni, non avrei potuto pagarlo.

I° attore (con gentilezza) Ma che dice! Non si preoccupi! Gliel'ho detto: (calca la parola) gratis! Cerchiamo di tutto per accontentare i clienti, soprattutto quando sono delle belle signore, forse un po' imbarazzate… forse non tanto pratiche… forse un po' sperdute, come lei. Le serva altro, signora?

Attrice (lusingata) Francamente no! Ma dato che lei è così gentile, vorrei chiederle… ma ho paura di disturbare…

I° attore Neanche per idea. Chieda, chieda!

Attrice (prendendo coraggio) Vorrei che mi aiutasse a combinare…

I° attore Che cosa?

Attrice            Non so come lo chiamate… io direi un tragitto… un itinerario. Immagino che ce ne saranno moltissimi, ma io vorrei quello più breve, mi capisce? E dovrebbe indicarmi con esattezza dove devo scendere… cambiare… indicarmi con precisione le coincidenze… i tempi delle fermate… tutto insomma perché io possa viaggiare tranquilla con uno schema in mano. Mi seccherebbe avere problemi di viaggio per arrivare a questa stazione. Vorrei averne il meno possibile. Non ho mai viaggiato: è la prima volta, dico, viaggi importanti come questo!

I° attore (al II° attore) Prendimi l'orario delle ferrovie.

 

Il II° attore va nella cabina, prende l'orario e lo porta al I° attore. L'attrice estrae una piccola agenda dalla borsetta e si accinge a scrivere.

 

I° attore È indefinibile!

Attrice (sorpresa) Come? Indefinibile!

I° attore (con tono ironico, indagatore) Dipende dal tempo che vuole fermarsi qui.

Attrice Il meno possibile.

I° attore Ah, se è così, non ci sono problemi. (con sarcasmo) Vuole che le chiami un taxi o… un'autoambulanza?

Attrice (stupita, offesa) Perché un'autoambulanza?

I° attore (con precipitazione) No… no… un taxi! Ho detto così perché spesso… quando non ci sono taxi… chiamo un'autoambulanza.

Attrice (sospettosa) Ma per andare dove?

I° attore (con naturalezza) Alla stazione successiva! Nel tempo da lei richiesto non partono treni da questa stazione.

Attrice Il taxi è compreso nel prezzo?

I° attore            Eh… no!

Attrice Allora mi cerchi un treno che parta… non so… nel giro di un'ora, va bene? Anche due, se crede.

I° attore (con disappunto) Per me, il tempo non conta. (con tono preoccupato) È il treno… il treno che non esiste.

Attrice (ironica) E lei dirige una stazione di treni che non esistono?

I° attore Appunto! Non esistono treni per giungere a questa stazione.

Attrice            E va bene, allora! Prenderò un taxi. Ma non è urgente. Ora devo partire. (come colpita da un improvviso dubbio) Non mi venga a dire adesso che non ci sono treni che partono.

I° attore (imbarazzato) No… no… ce ne sono. Ma manca l'unico treno per cui le ho regalato il biglietto.

Attrice (indispettita) Credevo che le ferrovie fossero più organizzate, pazienza! Prenderò un taxi! Ma lei mi assicura che alla stazione successiva ci sarà questo treno? E servirà questo biglietto gratis, come è scritto?

I° attore Le servirà senz'altro, signora. Ma dica… dica al mio collega capostazione che vuole un biglietto per la sua stazione.

Attrice Naturalmente! Mi cambierà nome?

I° attore Glielo cambierà… glielo cambierà, gliel'assicuro. Anzi, per tranquillizzarla, gli telefono.

Attrice            (felice) Ma lei anticipa tutti i miei desideri. Costerà molto la corsa in taxi?

I° attore Non credo, ma se è a corto di soldi… ecco, le ferrovie in via eccezionale possono fare uno strappo… glielo offrono! È contenta, signora?

Attrice E me lo chiede? Vorrei poter ricambiare. (si accinge a scrivere) Il nome?

I° attore Di chi?

Attrice … della stazione successiva.

I° attore            Ah… senta! In questo momento non ho niente da fare. Se vuole… se non è imbarazzante per lei… l'accompagno. Lo dirò io il nome al tassista, intanto debbo pagarlo. (al II° attore) Sai l'indirizzo… con precisione? Dammi la guida telefonica! (il II° attore va nella cabina, la prende e gliela porta, il I° attore la sfoglia nervosamente borbottando sottovoce, girando le spalle all'attrice) Manicomio… manicomio… eccolo! (al II° attore, dandogli la rubrica aperta e indicandogli il punto della pagina) Telefona a questo numero, dì che sarò lì tra cinque minuti... (calcando le parole) con una paziente… viaggiatrice.

Attrice No, è stato lei paziente. È a prima volta che in un ufficio pubblico trovo una persona così gentile… così comprensiva.

I° attore            (lusingato) Non lo dica! Faccio così con tutti.

Attrice (maliziosa) Non ci credo.

I° attore (con tono serio) Deve crederci. (con un sorriso di adulazione) Naturalmente con le belle signore sono più portato ad essere gentile. So quanto hanno bisogno di aiuto… di comprensione. Lei poi è giunta in un momento particolarmente fortunato… (con eccessivo entusiasmo) in un momento di assoluta libertà.

Attrice (con imbarazzo) Però… sono imbarazzata a dirglielo… vorrei pregarla di non accompagnarmi fino alla stazione successiva. Non che non mi fidi di lei, ma sa… una donna sola… sarà sufficiente che dica il nome al tassista.

I° attore Ha ragione, scusi. Non ci avevo pensato. Istruirò il tassista in modo che non la lascerà finché non sarà dentro… dentro la stazione.

Attrice Ah, che sollievo! Posso farle una confidenza? Quando il suo aiutante mi ha vista, ero pensierosa, preoccupata…

I° attore Me ne sono accorto anch'io…

Attrice            (con un sospiro) Ora sono felice! Felice! Non immaginavo che le ferrovie e i suoi funzionari fossero così gentili… premurosi. Se avessi più tempo vorrei che mi spiegasse il perché, ma sarà per un'altra volta. Forse per farsi réclame, ad ogni modo è sbalorditivo! (solleva in alto il biglietto) Avere la possibilità di fare il giro del mondo… gratis… gratis… con partenza e ritorno a questa stazione… o a quella successiva… ma la differenza è minima. Straordinario! (congiungendo le mani in un atteggiamento di gioia infantile) Straordinario!

 

 

 

 

SECONDA PARTE

 

 

I° attore            (si toglie il cappello di capostazione che appende all'attacapanni) Bene! Adesso incomincio ad essere d'accordo. (si volta verso il pubblico) Eh… (rivolgendosi ad un interlocutore immaginario) Cambio troppo spesso opinione? È questo che ha voluto dire! Ma è semplice, intuitivo! Penso che sia inutile che lo spieghi. (con tono infastidito) Lei, se non l'ha capito, se lo faccia spiegare da qualcuno. (si stringe nelle spalle) Questo è affar suo. Se per pudore… se, dico, per pudore, non lo chiederà, pazienza! Siamo fatti così! Ecco dove nascono i dissidi umani. Tutti crediamo con troppa facilità di aver capito una cosa nella stessa maniera, come nel suo caso, ci manca il coraggio, l'umiltà di chiedere spiegazioni, chiarimenti, per paura del ridicolo. (ad un altro interlocutore immaginario) Che cosa? Che cosa dice? Ha ragione. Ha perfettamente ragione, non so che cosa dirle, dovrei ritenermi offeso. Lei al mio posto… mi permetta… mi scusi! Se parliamo tutti e due insieme…lei sente solo la mia voce? È naturale! Che sente la propria! Quando uno crede di essere dalla parte della verità, le parole scappano via… sono già dette prima ancora di essere dette, mi sono spiegato? Sì? Ebbene, no! È una fesseria dire che uno non sente le proprie parole. Le sente, anche se è sordo… le sente nel pensiero. Non ci credete? Provatevi allora a pensare senza parole, non ci riuscite, non ci riuscirete mai. (ad un altro interlocutore) Sì… sì… forse qualcuno. Ma non pensa! Ora passiamo al secondo episodio. Siamo all'aeroporto di una città qualunque, reale, non immaginaria. È inutile che dica che eventuali riferimenti alla realtà cittadina o famigliare dei presenti è puramente casuale. (agli altri due attori) Avanti!

 

  Il I° attore si mette in testa un cappello da aviatore e si avvicina all'attrice.

 

I° attore            (estrae dalla tasca un libretto) Signora… il passaporto.

Attrice Grazie! Quanto c'è ancora?

I° attore            Lei prende il volo XZ4?

Attrice            Sì.

I° attore            Un'ora… poco meno di un'ora. Aspetta qualcuno?

Attrice Sì.

I° attore            Suo marito?

Attrice No, è morto.

I° attore (imbarazzato) Oh… mi scusi…

Attrice (con indifferenza) Nulla… nulla…

I° attore            (con curiosità) Giovane?

Attrice Cinquant'anni.

I° attore Giovane. Da molto?

Attrice (con indifferenza) Un'ora fa.

I° attore (sbalordito) Eh…?

Attrice            Sì, d'infarto.

I° attore Ah… questi infarti!

Attrice (stringendosi nelle spalle) La vita!

I° attore Eh… sì! Siamo sospesi ad un filo. (con tono confidenziale) Scusi se sono indiscreto, lei deve portare la triste notizia?

Attrice (con sorpresa) No, a nessuno. Sto aspettando un amico. (guarda nervosamente l'ora) Ritarda, come al solito! (al I° attore) Come sono le condizioni atmosferiche sull'Atlantico?

I° attore Le previsioni sono buone. Strati di nuvole basse… molto basse.

Attrice            (con un sorriso) Speriamo! L'ultima volta mi hanno detto la stessa cosa, poi erano più alte, molto più alte delle previsioni.

I° attore Purtroppo possono sempre cambiare molto rapidamente. Ha paura?

Attrice No, ho sempre volato come e quando mi è piaciuto. Meglio… come piaceva a lui.

I° attore A suo marito?

Attrice            (con tono nervoso) No! Come piaceva all'amico che aspetto. Mio marito era una talpa. Aveva il pallino dello speleologo. Prima si è preso i reumatismi, poi il mal di cuore, ora l'infarto. Gli piaceva scrutare l'interno della terra. Naturalmente si era trovato un'amante tra le speleologhe. (con entusiasmo) A me invece piace il cielo…

I° attore (divertito) … e si è trovato un amante che ha i suoi stessi gusti.

Attrice Naturalmente!

I° attore            (incerto) Ma… il funerale?

Attrice Glielo faranno!

I° attore (sorridendo) Ah… questo non lo metto in dubbio. Ma dico… lei non ci sarà?

Attrice Ma… scusi. Perché dovrei esserci?

I° attore Capisco. Siete divorziati.

Attrice No.

I° attore Separati?

Attrice (con fastidio) Ma nemmeno per idea. Non abbiamo mai discusso né di divorzio né di separazione. Siamo stati legati regolarmente fino ad un'ora fa. Solo che quando ho saputo dell'infarto non ho ritenuto che la sua morte fosse un motivo sufficiente per mandare a monte il programma che già da tempo avevo stabilito con il mio amante, regolandomi proprio su ciò che avrebbe fatto lui, se l'incidente dell'infarto fosse successo a me.

I° attore            Nelle donne è più raro.

Attrice Sì, ad ogni modo dico infarto, come qualunque altra causa mortale.

I° attore Ma… i parenti?

Attrice            (con sarcasmo) Ah i parenti! I parenti troveranno perfettamente normale che non ci sia, a meno che siano maligni all'eccesso e indaghino. Altrimenti è più logico che nello spazio di due ore io potevo anche non essere avvertita del decesso. Certamente troverò un telegramma all'arrivo e risponderò: dolente! (guarda l'ora con irritazione) Ma è possibile che ritardi tanto? Avrebbe già dovuto essere qui. Speriamo che non gli sia successo nulla.

I° attore (con ironia) Sarebbe una vera iettatura che fosse successo qualcosa anche a lui.

Attrice (con tono severo) Non faccia ipotesi assurde!

I° attore Perché? Certe volte capita, per simpatia. Si conoscevano?

Attrice Certo! E si trovavano simpatici vicendevolmente. Io li sentivo entrambi… nell'intimità. Però, questo, mio marito non lo sapeva. A parte la preferenza celeste e terrestre, insieme con loro mi sembrava di sentire due campane… identiche, al punto che molte volte confondevo i loro giudizi e attribuivo a una quello che aveva detto l'altro.

I° attore (con tono divertito) E se ne accorgevano?

Attrice No… non potevano accorgersene. Si stupivano e mi dicevano: ma come, io ho detto questo? Riuscivo sempre a cavarmela.

I° attore Capisco allora, signora, perché poteva amarli tutti e due.

Attrice No, io ne ho sempre amato uno solo.

I° attore Chi?

Attrice (con irritazione) Ma naturalmente…quello che è ancora in vita. Mio marito, a parte la simpatia che aveva per il mio amante, era un tipo insopportabile. Gliel'ho già detto. Non si può vivere con la testa in giù, nella terra e pretendere di andare d'accordo con una persona che ha la testa in direzione opposta. E lei parte solo?

I° attore No, con altri due piloti. Con il suo stesso aereo.

Attrice            (con tono soddisfatto) Bene! Allora mi avverte quando l'aereo è in partenza. Io non posso muovermi di qua finché non arriva il mio amico.

I° attore L'avvertirò, comunque da parte sua stia attenta all'altoparlante. Inizia a comunicare il volo un quarto d'ora prima della partenza. Mi auguro che arrivi presto il suo… amico!

Attrice Me l'auguro anch'io.

I° attore A più tardi.

Attrice A più tardi.

 

            Il I° attore esce. Contemporaneamente si fa avanti il II° attore che durante il dialogo precedente è stato sul fondo, girato di spalle.

 

II° attore Ciao.

Attrice (sorpresa) Ah…ciao! Non ti ho visto arrivare.

II° attore            (ironico) Parlavi! Tu, se non parli, muori.

Attrice (seccata) Per favore, non parlarmi di morte proprio adesso!

II° attore Sei superstiziosa?

Attrice Sì.

II° attore Esagerazioni!

Attrice (con impulsività) Lo dici tu! Non si esagera mai abbastanza quando si parla della morte.

II° attore Negli scongiuri?

Attrice Negli scongiuri e… nelle previdenze. (con leggera malizia) E tu…che cosa fai qui, di bello?

II° attore Sono venuto per te. (il volto dell'attrice diventa improvvisamente preoccupato. Il II° attore continua precipitosamente) Mi manda a dirti che non sta bene, ma non è nulla di grave. Un'angina! Una banale, stupida angina, come hanno i bambini a ripetizione.

Attrice (con disappunto) Lo immaginavo! La gola! Sempre la gola!

II° attore È colpa del tempo che abbiamo… dell'umido… del freddo… dovevate partire?

Attrice            Sì.

II° attore È seccante!

Attrice            (con vivacità) Certo che è seccante. (molto nervosa) Fosse stato più previdente! Sa che soffre di gola… che basta nulla perché gli s'infiammi. Sono anni che dovrebbe farsi operare e non è la prima volta che dobbiamo rimandare un viaggio… un appuntamento… per colpa della gola. Tutti i medici che ha interpellato gli hanno sempre detto e ripetuto la stessa cosa: operare! Lui, no! Cocciuto come un mulo…

II° attore (ironico)… cocciuto, come uno che ha paura.

Attrice (si accende una sigaretta) Ma quando sono cose che si devono fare? Ha male… vive sotto l'incubo di un'infiammazione… ha tutti i medici che sono d'accordo… non capita spesso di trovare tutti i medici d'accordo.

II° attore (divertito) Mai!

Attrice Adesso non esagerare, questa è malignità.

II° attore A meno che il paziente sia pagante… in proprio. Allora tutti i prezzi coincidono perché ogni medico spera di essere il prescelto.

Attrice Sei sempre il solito… cinico e burlone! (con indifferenza) Lui è della mutua.

II° attore Della mutua?

Attrice Sì.

II° attore (stupito) Non lo sapevo.

Attrice Ma sì, che lo sai. Ricordo perfettamente che un giorno… non so quando… ne abbiamo parlato.

II° attore Non ricordo… non ricordo proprio…

Attrice Si è messo a letto?

II° attore Naturalmente! Che cosa volevi che facesse? Ti ha cercata, poi mi ha telefonato ed eccomi qua. Ma dimmi un po': che cosa c'entra la tua amica… quella là… aiutami a ricordare il nome…

Attrice (con fastidio) Sì… sì… so a cosa ti riferisci. La sua amante. (stupita) Ma che cosa c'entra con lui la mia amica?

II° attore C'entra, perché senza di lei non ti avrei trovata.

Attrice            (sorpresa) Non ti ha detto che ero all'aeroporto?

II° attore            No. Mi ha detto solo che se passavi da me in negozio, ti dicessi che aveva l'angina. Per combinazione subito dopo mi telefona questa tua amica per un acquisto che aveva fatto qualche giorno fa e mi sono ricordato che vi conoscete, che vi vedete spesso e le ho chiesto se sapeva dov'eri. Mi ha detto di sì, che venivi qui per il volo delle diciassette. Naturalmente, data l'ora, per arrivare in tempo ad avvertirti, ho piantato tutto e sono corso. Ma come faceva questa tua amica a sapere che eri all'aeroporto?

Attrice            (con tono maligno) Lui era da lei: lì ha incominciato a sentirsi male. Naturalmente, sano, se lo sarebbe tenuto. Malato, no. Così ha telefonato e mi ha detto che me lo rimandava a casa. Io avevo premura, avevo da fare delle commissioni prima di venire all'aeroporto. Ho chiamato un medico che venisse a visitarlo quando arrivava. Anzi, per paura che arrivasse prima di lui, ho detto al medico che gli lasciavo la porta socchiusa e che, se nessuno rispondeva, poteva entrare e aspettare il malato. Le cose sono poi andate come sono andate. Che vuoi farci?

II° attore C'è però una cosa che non capisco. Perché non mi ha detto che ti avrei sicuramente trovato qui, all'aeroporto?

Attrice Non so! Avrà pensato che tu potessi vedermi prima. Dirti dov'ero equivaleva costringerti a venire fin qui.

II° attore            Allora è stata una fortuna che la tua amica mi abbia telefonato.

Attrice (infastidita) Certo! Una fortuna! Una combinazione fortunata che ha rimediato in parte alla sua dimenticanza… o delicatezza. (con rabbia) Ad ogni modo il viaggio è andato in fumo. Potresti telefonargli che sarò a casa fra una mezz'ora?

II° attore Sì. (fa per avviarsi)

Attrice            (aprendo la borsetta) Aspetta che ti do il numero.

II° attore Lo so.

Attrice Non quello di casa mia, stupido! Il numero della casa di lui…il mio amante.

II° attore (stupito) E che c'entra?

Attrice Come, che c'entra? Dovevo partire con lui! Ora è andato tutto a monte per via dell'angina.

II° attore Ma…

Attrice Che cosa?

II° attore (sbalordito) L'angina ce l'ha tuo marito.

Attrice (fuori di sé dallo stupore) Mio marito? Ma scherzi? Mio marito è morto d'infarto un'ora fa.

II° attore (con forza) Tuo marito è vivo! Mi ha telefonato non più di mezz'ora fa.

Attrice (con un gesto significativo sulla fronte) Stai vaneggiando. Allora non sai come sono andate le cose. Mio marito arriva a casa prima del medico, si sente male… muore. Il medico arriva e lo trova morto… o agonizzante, se lo carica in macchina e lo porta all'ospedale. Mi avverte di quello che è successo e mi dice di telefonargli e di andare direttamente in ospedale.

II° attore E tu?

Attrice Io ripasso a casa dopo aver fatto le mie commissioni, leggo il biglietto, telefono, e il medico stesso dell'ospedale mi conferma che è morto… quasi sicuramente per infarto. (con vivacità) L'angina ce l'ha il mio amante. È lui che ti ha telefonato.

II° attore (con tono convinto) No! È tuo marito a telefonarmi. Ne sono sicurissimo. Guarda che non ho le traveggole. È stato tuo marito a telefonarmi. Te l'assicuro. Io col tuo amante non ho parlato. Sono venuto qui convinto che tu dovessi partire con tuo marito. (tormentandosi) C'è qualcosa di strano in tutto ciò che è successo. (come colpito da un idea) Il tuo amante non doveva passare a prenderti a casa?

Attrice (con tono incerto e spaventato) No. In linea di massima: no! Oh Dio mio! Chi avrà portato in ospedale quel medico…? Ti prego… fammi il piacere… telefona a questo numero…va'… corri… (gli da un biglietto)

II° attore            Subito! (si dirige rapidamente verso la cabina e telefona. L'attrice è molto agitata, si tormenta le mani. il II° attore esce dalla cabina e si dirige lentamente verso l'attrice)

Attrice (col fiato sospeso) Ebbene?

II° attore (sottovoce) Coraggio! È lui!

Attrice (con un urlo) Lui…? Ma come mai prima quel medico mi ha detto che era mio marito?

II° attore Non gli aveva ancora guardato i documenti in tasca.

Attrice (scoppia in pianto, disperata) Ah…! Ora è sicuro!

II° attore Ora è sicuro!

Attrice Dio mio!

II° attore Deve essere passato a casa tua a prenderti, qualche minuto prima che arrivasse il medico e il morto. Cerca di essere forte. Ho telefonato anche a tuo marito. Non gli ho detto che ti ho trovata all'aeroporto; gli ho detto solo che saresti stata a casa presto.

Attrice (disperata) Non è possibile… non è possibile…

 

Entra in scena il I° attore.

 

I° attore (con tono agitato) Signora! Signora! (si rivolge al II° attore) Scusi!  L'ho conosciuta mezz'ora fa. (all'attrice) Signora deve sbrigarsi. Non è arrivato il suo amico? (allarmato) Ma che cosa è successo?

Attrice (sottovoce, in pianto) Un'ora fa è morto d'infarto…

I° attore (con naturalezza) Sì…me l'ha detto.

Attrice (con un urlo) Ma… non era mio marito!   

 

 

 

 

 

 

 

PARTE TERZA

 

 

I° attore            (si toglie il berretto da aviatore e lo appende all'attaccapanni. La luce nella cabina si spegne. Gradualmente la scena viene illuminata da luci anteriori) D'accordo… d'accordissimo… più d'accordo di così si corre il rischio di morire d'infarto. (si rivolge al pubblico con un sorriso ironico) Nessuno si è riconosciuto nel marito? Nell'amante? Che mondo ipocrita! E nessuna donna nell'attrice? (ad un invisibile interlocutore) Ha ragione. Così sfacciatamente nessuno lo fa… o meglio, nessuno lo dice. Ad ogni modo anche quelli o quelle che non lo fanno godono di udire qui che gli attori lo abbiano fatto perché nell'intimo di loro stessi ognuno di loro vorrebbe farlo. (ad un altro interlocutore) Sì… non posso darle torto. Abbiamo messo troppe cose insieme, abbia pazienza! Le cose semplici succedono spesso nella vita, le complicate una volta su milioni. (ad un altro interlocutore) A lei non sembra? Sbaglia! Nella vita il medico sarebbe arrivato insieme al marito, al malato di angina, oppure il malato d'angina sarebbe arrivato prima di quello ammalato di cuore o dopo, ma in modo che il medico non trovasse solo un malato già morto, ma quello morto e quello vivo insieme. Al contrario qui sulla scena. Guai se l'amante precede il marito, guai se il marito anticipa il suo arrivo, anche solo di qualche secondo in modo da incontrare sulla porta il gruppo del medico che faticosamente trascina in macchina il malato d'infarto. (ad un altro interlocutore) Ecco… ecco un'osservazione giusta! Un medico non si carica sulla spalla il malato, ma chiama un'ambulanza. Ma chi le dice che il medico non l'abbia chiamata? Non l'abbiamo detto? Non ha importanza. Tenga presente che chi racconta l'accaduto è la moglie. Noi l'abbiamo raccontato come la moglie ha potuto immaginarlo dalle poche parole del biglietto del medico. Se l'ha immaginato così, è colpa sua, non nostra. (alzando le braccia) Basta, basta! Se do il via a tutte le vostre contestazioni… (ad un interlocutore) va bene, ancora una! L'ultima! Ah, sì, mi sembra importante. Ma, caro signore, se l'amico avesse detto subito all'amica: mi ha telefonato poco fa tuo marito, che lei reputa morto… stecchito da un infarto fulminante, il divertimento sarebbe finito ancora prima di iniziare. E allora? Mi rincresce… mi rincresce! Per piacere, venga su lei per il prossimo numero, forse farà meglio…no? Intende divertirsi? Ha ragione. Da questa parte non ci si diverte, da questa parte si lavora. (all'attrice) Sì? Un attimo, sono pronto anch'io. (va all'attaccapanni, prende il camice bianco e se l'infila) M'infilo questa toga bianca, chiamo il cliente (fa cenno al secondo attore che si avvicina) e… via! (assume un atteggiamento compunto, preoccupato, molto esagerato) C'è un elemento importante nella sindrome della signora… (indica la valigia) la valigia! Lo presentava già prima?

II° attore            (con aria ebete) Non so… direi di no…

I° attore            Quindi è un sintomo nuovo legato al tentativo di suicidio che lei ha effettuato. (si prende il mento in mano) Una valigia che si tiene sempre accanto o meglio… lei che si tiene sempre accanto la valigia, come… sentisse o desiderasse o, comunque, fosse sul punto di essere afferrata dalla valigia stessa e trascinata via. (al II° attore) Ha compreso la mia idea?

II° attore            No! Sembra voglia dirmi che è la valigia che comanda lei e non lei la valigia.

I° attore            (entusiasta) Appunto! Quindi sì, non no.

II° attore            (con tono vergognoso) Io le ho detto no, perché credevo di non aver afferrato esattamente il suo pensiero.

I° attore            (con tono compunta) L'ha afferrato!

II° attore            (con un sorriso a fior di labbra) È stranissimo come pensiero. Secondo me, però tutto sarebbe ancora più strano se il suo pensiero corrispondesse alla realtà. (con curiosità e timidezza) La valigia è vuota o piena?

I° attore            Qualche cosa c'è… tutto il segreto è lì. Non so che cosa.

II° attore            (con forte emotività) Bisogna farglielo dire!

I° attore            (con indifferenza) Provi!

II° attore            È lei il medico.

I° attore            (con poca voglia) Proverò. Ma lei non s'allontani e, soprattutto non abbia paura d'intervenire se il dialogo che farò con la signora glielo suggerisce.

II° attore            (sbalordito) Debbo intervenire?

I° attore            (con aria di protezione) Dico che può intervenire… che ha il mio permesso… anzi, che le sarei grato se non assistesse al mio dialogo come uno spettatore seduto in platea attento, ma distaccato, coinvolto, ma sicuro di uscirne integro. Vorrei che lei fosse attento, interessato, coinvolto. È in gioco un'integrità mentale. Per riequilibrarsi ha bisogno che altri si equilibrino di fronte a lei. Io farò quello che posso. Ma io non ci sono nella valigia. Per scassinarla debbo procedere da fuori, lei invece no! Una parte di lei è nella valigia della signora: per questo le dico, usi questa sua parte… la usi… quando la scopre… se la scopre…

II° attore            (sbalordito) Sì… sì…

I° attore            (con tono deciso) Va bene! Incominciamo! (s'avvicina alla signora che in tutto questo dialogo è rimasta immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé, assente. Dopo un lungo minuto di concentrazione il I° attore inizia) Signora… poteva morire!

Attrice            Non ci ho pensato in quel momento.

I° attore            A che cosa ha pensato?

Attrice            A nulla! Nulla… assolutamente a nulla! (sorride con tristezza) Sembra un assurdo, lo dico a lei perché è un medico, ad un altro non oserei dirlo. Ci si può uccidere pensando a nulla?

I° attore            Ci si uccide proprio perché non si pensa a nulla. Un minimo pensiero può turbare l'angoscia e impedirne il logico sviluppo che è il suicidio… l'annientamento!

Attrice            (con un sorriso sarcastico) Anche in questo piano siamo uguali.

I° attore            (con tono d'importanza) La malattia ha un suo volto comune… rintracciabile… vuol collaborare?

Attrice            Sì, mi faccia la diagnosi.

I° attore            Tentativo di suicidio da angoscia di vivere.

Attrice            E la cura?

I° attore            Comprendersi… conoscersi…

Attrice            (con un sorriso di commiserazione) Nella conoscenza di me non vado oltre il nome e cognome.

I° attore            (con una punta di ironia) Se non si sforza, corre il rischio di perdere anche questi.

Attrice            (con sarcasmo) Ha paura che riprovi? E se fosse solo la morte a permettermi di andare oltre al cognome e al nome? Vorrei saperlo.

I° attore            Conviene?

Attrice            Non so. (improvvisamente prende a parlare con vivacità) Giorni fa sono entrata in una chiesa… era domenica pomeriggio… le quattro circa. Il prete stava dando la benedizione, erano in otto a riceverla, li ho contati. Mi sono seduta in un banco a fare il nono essere umano di fronte al suo Dio. Così… quasi per scherzo mi è venuto da chiedergli se era contento. (con tono meditativo) Credo proprio che hanno ragione quelli che parlano della morte di Dio. (con vivacità) O forse hanno ragione quelli che non parlano di morte, ma nemmeno di nascita, di concetto, di realtà di Dio. Per costoro Dio è veramente al di fuori del nome e cognome.

II° attore            (con intensa disperazione) Sei a questo punto?

Attrice            Sì.

I° attore            (con aria dottorale) Che cosa l'ha spinta in chiesa?

Attrice            Non so. Le ho già detto che non mi conosco oltre il nome e cognome.

II° attore            Non è vero! Hai sentito una voce che ti diceva: entra!

Attrice            (cercando nella memoria) Nessuna voce!

I° attore            … o un'improvvisa stanchezza!

Attrice            Nessuna stanchezza!

I° attore            Allora il desiderio di ritrovarsi in un ambiente da cui era assente da anni.

Attrice            (con interessamento) Ecco… questo sì! Questo può darsi! Ma che desolazione! Mi dicevo: se veramente mi ama, come dicono, non dovrebbe negarmi il piacere di cercarmi. Ma che fosse lui o qualcosa che gli assomigli, il primo a muoversi. Mi dicevo: perché è così sgarbato da pretendere che sia io la prima a cercarlo? Che cosa gli ho fatto? E non può cercarne uno piuttosto di un altro. Deve cercarli tutti nella stessa maniera, gli otto presenti e il nono entrato per caso.

I° attore            (con estrema compunzione) Analizziamo l'ambiente. Secondo me, lei gli ha attaccato qualcosa che le dispiace di aver perso… l'infanzia…la serenità…la fiducia di un tempo… la sicurezza di un dialogo che ora non fa più perché ha vergogna di farlo.

Attrice            È così! Sentire di parlare al vento. Di più: essere sicuri di parlare al vento. Ora riderà a quello che le dico. (accenna un sorriso delicato) Salendo i gradini della chiesa ho guardato per terra per vedere se vi erano orme. (con vivacità) Se Dio entra ed esce dalla sua casa per intrattenersi con l'uomo, non può non lasciare delle orme… un segno! C'erano delle orme, ma erano quelle degli uomini che entrano ed escono dalla sua casa…poche, come le ho detto.

II° attore            (con intensa emozione) E allora hai tentato di ucciderti?

Attrice            (con tono di scusa) Ero sola… in una città deserta. Ho chiesto alla solitudine se sapeva ogni tanto fare un po' di compagnia. Mi ha risposto di no, mi ha detto che avrei dovuto battezzarla con un altro nome.

II° attore            Avresti dovuto cercarmi.

Attrice            (pensierosa) In tanti anni non sono mai riuscita a battezzarti. D'altra parte perché avresti dovuto avere un nome? Che cosa ti do? Scene nevrotiche… parole nevrotiche… incubi nevrotici… e in più la presenza fisica che, quando ha dato il poco che può dare, irrita come un callo che uno deve portarsi dietro… almeno fino dal callista. (al I° attore) Non mi dica di prendere l'autobus! Lì c'è sicuramente qualcuno che me lo pesterebbe. Meglio trascinarsi a piedi… sulle proprie gambe… fino dal callista… che poi mi ha ricevuto. (con intensità) Volevo morire, gliel'assicuro, volevo morire!

I° attore            Non ne dubito, dalla dose di sonnifero che ha preso.

Attrice            (con tono quasi ilare, divertito) Penso alla scena… lui (indica il II° attore) che sfonda la porta… che si precipita su di me, che mi scuote… (si rivolge al I° attore) mi hai fatto la respirazione bocca a bocca?

II° attore            (incerto) No.

Attrice            E sei corso al telefono… hai cercato un numero… affannosamente… ci sono della pagine staccate nella rubrica. L'ansia di far presto, di non perdere un minuto… oh, l'avrebbe fatto chiunque! Nei momenti cruciali l'istinto di salvare il prossimo supera qualunque barriera di odio… di convenienze. Ma salvarlo giorno per giorno, quando si potrebbe con poca spesa… con un po' di affetto, no! Giorno per giorno si fa esattamente il contrario, lo si fa soffrire fino alla morte! E poi l'attesa angosciosa… (rivolgendosi al I° attore) che cosa hai fatto nell'attesa dell'ambulanza? Dimmelo… dimmelo francamente…

II° attore            (vergognoso) Ti ho fatto la respirazione artificiale.

Attrice            E poi?

II° attore            E poi… ho sentito un tremito e ho dovuto sospendere. Mi sono seduto al fianco del tuo letto e sono rimasto così, a lungo con la testa fra le mani. (con irritazione) Ma perché vuoi sapere tutto questo?

Attrice            (con tono provocante) Perché non mi dici tutto… è evidente… io ti avrei baciato.

II° attore            Potevi essere morta.

Attrice            Appunto!

II° attore            (vergognoso) Sì… ti ho baciata.

Attrice            (provocante) Continua!

II° attore            Sulla fronte. (con precipitazione) Ho fatto male, ma allora non ho potuto fare diversamente. Piangevo quando ti ho baciata. Ti ho liberato la fronte dai capelli, passandoti la mano, questo passaggio è stato più una carezza che un contatto.

Attrice            (continuando ad incalzare) E dopo la carezza?

II° attore            In quell'attimo ho sentito la sirena dell'autoambulanza.

Attrice            (con tono indagatore) Hai detto anche “cara”, immagino.

II° attore            Sì… una sola volta.

Attrice            (con tono infastidito) Perché te ne vergogni?

II° attore            (prendendo coraggio) Ho sentito un desiderio irresistibile…

Attrice            Aspetta! Voglio indovinarlo.

II° attore            Non puoi indovinarlo.

Attrice            (con tono di sfida) Perché? So a che cosa pensi; pensi a una carezza più intima…

II° attore            (atterrito) No… no…

Attrice            Appunto! Io non ho assolutamente pensato a qualcosa di simile. Per quanto sia strano… hai messo in moto il giradischi.

II° attore            (sbalordito) Sì…

Attrice            E ti sei sentito… il disco che c'era.

II° attore            (c.p.) Era Bach!

Attrice            Non mentire! C'era Bach… ma poi?

II° attore            È vero! Dopo le prime note l'ho cambiato e ho messo un pezzo moderno pieno di urla e di ritmi assordanti.

Attrice            (ripete il gesto con un furbo sorriso) E battevi il tempo col dito… sul legno…

II° attore            Sì.

Attrice            Reagivi come potevi alla morte.

II° attore            (con rabbia) E mi hanno sentito!

Attrice            No! Nessuno ti ha sentito!

II° attore            Allora come fai a saperlo?

Attrice            (con furbizia) Te l'ho detto: ho indovinato… ho tirato a caso e ho fatto centro. Ti stupisci?

II° attore            No, continua ad indovinare.

Attrice            Mi sfidi?

II° attore            Ti sfido… (con tono irritato) perché penso che nel tuo intontimento non eri poi tanto insensibile a quello che ti succedeva intorno.

Attrice            (ironica) Sono stata tre giorni in coma. Ad ogni modo credi pure quello che vuoi. Non m'importa.

II° attore            Ti credo, continua!

Attrice            (molto lentamente)E dopo…hai acceso macchinalmente una sigaretta…

II° attore            Sì.

Attrice            … e subito dopo sei uscito… precipitosamente. Sei corso in bagno.

II° attore            (sottovoce) Alla prima boccata mi ha preso una nausea violenta… terribile e sono corso in bagno per paura… ma non ho rimesso. Sudavo e sentivo freddo. Sono stato a lungo appoggiato al lavabo nell'attesa che mi passasse. Ero ridicolo con te, morta… o moribonda nella stanza accanto, ma non potevo farci nulla… nulla! Solo a muovermi di un passo, vedevo tutto girare… girare… mi hai visto dall'aldilà!

Attrice            (sorridendo si china sulla valigia, la apre e ne tira fuori un registratore) No! Eccolo il mio aldilà! Un registratore acceso! Ho registrato tutti i tuoi movimenti… detto tutto per filo e per segno. (tristemente) Il rotolo finisce male. Vuoi sentirlo?

II° attore            Sì.

Attrice            (cerca il finale del rotolo) Finisce con l'urlo della sirena. (sottovoce, con intensa emozione) E con quest'urlo… la vita! 

 

 

F I N E


 

 

 

 

FANTASIE

DI PARTENZE

 

 

 

 

 

ATTO UNICO in tre parti

 

 

 

 

 

 

 

Personaggi :

 

           Attrice

    Primo attore

                        Secondo attore

 


 


 

PRIMA PARTE

 

Su un fondale indifferente che può essere una parete o una tenda scura spicca una cabina interamente di vetro di due metri per due, intensamente illuminata dall'interno. Nell'interno della cabina si vede un telefono, una scrivania e una seggiola. Molto in avanti sul palcoscenico sono disposte in centro tre sedie. Dietro alle due laterali vi sono due attaccapanni ai quali sono appesi: a quello di sinistra di chi guarda un cappello da capostazione, uno da aviatore e un camice bianco da medico, a quello di destra un berretto da ferroviere. I personaggi sono tre, due uomini e una donna. La donna è una signora di una quarantina d'anni, dall'aspetto giovanile, con una mimica facciale intensa per i diversi personaggi che dovrà interpretare. È bella, ben curata nei capelli, nel volto molto dipinto, vestita elegantemente con una moda un po' sorpassata. Dei due uomini, quello indicato come I° attore è discretamente giovane, magro, dinamico, pieno di vitalità, anch'egli con una maschera facciale mobilissima secondo i personaggi che gli sono affidati nelle tre scene. Il secondo è più anziano, più lento di movimenti, di riflessi, grigio di capelli, aspetto bonario. All'inizio vi sono in scena l'attrice, seduta sulla sedia di centro in atteggiamento di attesa ed il II° attore in piedi, appoggiato con tutte e due le mani sul bracciolo della sedia di destra. Di fianco all'attrice vi è una valigia di pelle discretamente grande. L'attrice fuma, le gambe accavallate, un gomito appoggiato sul ginocchio. Muove ritmicamente la mano libera, battendosi con le dita la gamba con un movimento d'impazienza e di nervosismo. Il I° attore entra dopo qualche secondo.

 

I° attore            (entra in scena con passo incerto, espressione infastidita. Ha una mano in tasca, con l'altra fuma una sigaretta) No… no… non sono d'accordo! (aggrotta le sopracciglia e si rivolge verso il pubblico come avesse udito una voce provenire dalla platea) Che cosa? Non posso dire che non sono d'accordo? E perché? Forse debbo presentare i miei documenti per dirlo? (con tutte e due le mani, facendo un atto di invito) Chiedo a tutti… a tutti i presenti, vi è un motivo plausibile perché io non possa dire che non sono d'accordo? (con decisione) Non sono d'accordo sulle scene, sui personaggi, ma soprattutto su ciò che si recita. Lo trovo stupido, insulso. Ad ogni modo, se gli altri sono d'accordo, io farò del mio meglio. (si rivolge ai due attori) Siete d'accordo? (i due attori annuiscono, al secondo attore, indicando la cabina di vetro del fondo) Hai la chiave dell'ufficio?

II° attore            (si alza, stacca dall'attaccapanni il berretto da ferroviere, se lo mette in testa) Sì, capo! (cerca nella tasca una chiave e, trovatala, si dirige insieme al I° attore verso la cabina di fondo. La apre. Il I° attore entra e si siede alla scrivania. Il II° attore si volta e si rivolge all'attrice, con tono monotono) Biglietto, signora?

Attrice (con indifferenza) Non ce l'ho.

II° attore (prende dalla tasca un blocco di biglietti) Per dove?

Attrice            (con indifferenza) Per questa stazione.

II° attore (con improvviso stupore) Per? Ah, intende andata e ritorno…

Attrice No, solo andata.

II° attore (cercando di capire) Solo andata? (infastidito) Ma per dove?

Attrice (nervosa) Le ho già detto. Devo partire, mi faccia un biglietto di sola andata per questa stazione.

II° attore (con tono deciso ritirando il suo blocco) Impossibile!

Attrice (sbalordita) Ma come! Mi sono informata, è possibile!

II° attore Le chiamo il capostazione.

Attrice Mi chiami il capostazione.

II° attore            (dirigendosi verso la cabina di fondo) Un biglietto di andata per questa stazione! Ma questa è pazza… pazza! Se c'è! Glielo farò spiegare dal capostazione. (entra nella cabina e si rivolge al I° attore che è seduto e volge le spalle al pubblico. Poi il I° attore si alza annuendo e indicando se stesso. Esce e si dirige rapidamente verso l'attrice. Il II° attore lo segue)

I° attore (stacca dall'attaccapanni il suo berretto da capostazione, se lo mette in testa e si rivolge con educazione all'attrice) Signora, sono il capostazione.

Attrice Ah… finalmente!

I° attore Mi esponga con calma il suo problema. Le ferrovie e i suoi dipendenti sono a disposizione del pubblico e hanno il dovere di essere pronti e di fare tutto quello che possono perché il pubblico parta, viaggi e arrivi soddisfatto.

Attrice (con soddisfazione) Ecco, questo è un parlare che mi piace! (guardando con astio il II° attore) Non come quello del suo bigliettario.

I° attore (mentre il II° attore fa dietro all'attrice dei gesti a significare che è pazza) Lo scusi, signora. Parli con me. Dove non arriva un certo tipo di dipendenti ne arrivano altri. Lei intende acquistare un biglietto?

Attrice Sì.

I° attore             E a che cosa le serve?

Attrice Per lo scopo per cui me lo vende.

I° attore Le ferrovie glielo vendono perché lei possa partire.

Attrice Ed io lo compro proprio per partire.

I° attore (con autorità) Puoi venderle il biglietto che ti ha richiesto.

II° attore (ritirando fuori il suo blocchetto) Per dove, signora?

Attrice (irritata) Gliel'ho già detto una volta. Per questa stazione!

I° attore            Allora è gratis, signora, perché in questo caso lei parte e arriva contemporaneamente.

Attrice Lasci perdere il contemporaneamente. Dica solo: parto e arrivo.

I° attore Se le fa piacere dico solo: parte e arriva.

Attrice (rivolgendosi al II° attore) E lei lo scriva…

II° attore            (accingendosi a scrivere) Scrivo!

Attrice Biglietto di prima classe per questa stazione. Aggiunga gratis, mi raccomando!

II° attore (scrive e recita con tono ironico) Biglietto di prima classe per questa stazione. Gratis! Sottolineato! (offrendo il biglietto all'attrice) È contenta?

Attrice (guardando con soddisfazione il biglietto) Sì, la ringrazio. (a tutti e due) Vi ringrazio! D'altra parte fosse costato quanto mi hanno detto all'ufficio informazioni, non avrei potuto pagarlo.

I° attore (con gentilezza) Ma che dice! Non si preoccupi! Gliel'ho detto: (calca la parola) gratis! Cerchiamo di tutto per accontentare i clienti, soprattutto quando sono delle belle signore, forse un po' imbarazzate… forse non tanto pratiche… forse un po' sperdute, come lei. Le serva altro, signora?

Attrice (lusingata) Francamente no! Ma dato che lei è così gentile, vorrei chiederle… ma ho paura di disturbare…

I° attore Neanche per idea. Chieda, chieda!

Attrice (prendendo coraggio) Vorrei che mi aiutasse a combinare…

I° attore Che cosa?

Attrice            Non so come lo chiamate… io direi un tragitto… un itinerario. Immagino che ce ne saranno moltissimi, ma io vorrei quello più breve, mi capisce? E dovrebbe indicarmi con esattezza dove devo scendere… cambiare… indicarmi con precisione le coincidenze… i tempi delle fermate… tutto insomma perché io possa viaggiare tranquilla con uno schema in mano. Mi seccherebbe avere problemi di viaggio per arrivare a questa stazione. Vorrei averne il meno possibile. Non ho mai viaggiato: è la prima volta, dico, viaggi importanti come questo!

I° attore (al II° attore) Prendimi l'orario delle ferrovie.

 

Il II° attore va nella cabina, prende l'orario e lo porta al I° attore. L'attrice estrae una piccola agenda dalla borsetta e si accinge a scrivere.

 

I° attore È indefinibile!

Attrice (sorpresa) Come? Indefinibile!

I° attore (con tono ironico, indagatore) Dipende dal tempo che vuole fermarsi qui.

Attrice Il meno possibile.

I° attore Ah, se è così, non ci sono problemi. (con sarcasmo) Vuole che le chiami un taxi o… un'autoambulanza?

Attrice (stupita, offesa) Perché un'autoambulanza?

I° attore (con precipitazione) No… no… un taxi! Ho detto così perché spesso… quando non ci sono taxi… chiamo un'autoambulanza.

Attrice (sospettosa) Ma per andare dove?

I° attore (con naturalezza) Alla stazione successiva! Nel tempo da lei richiesto non partono treni da questa stazione.

Attrice Il taxi è compreso nel prezzo?

I° attore            Eh… no!

Attrice Allora mi cerchi un treno che parta… non so… nel giro di un'ora, va bene? Anche due, se crede.

I° attore (con disappunto) Per me, il tempo non conta. (con tono preoccupato) È il treno… il treno che non esiste.

Attrice (ironica) E lei dirige una stazione di treni che non esistono?

I° attore Appunto! Non esistono treni per giungere a questa stazione.

Attrice            E va bene, allora! Prenderò un taxi. Ma non è urgente. Ora devo partire. (come colpita da un improvviso dubbio) Non mi venga a dire adesso che non ci sono treni che partono.

I° attore (imbarazzato) No… no… ce ne sono. Ma manca l'unico treno per cui le ho regalato il biglietto.

Attrice (indispettita) Credevo che le ferrovie fossero più organizzate, pazienza! Prenderò un taxi! Ma lei mi assicura che alla stazione successiva ci sarà questo treno? E servirà questo biglietto gratis, come è scritto?

I° attore Le servirà senz'altro, signora. Ma dica… dica al mio collega capostazione che vuole un biglietto per la sua stazione.

Attrice Naturalmente! Mi cambierà nome?

I° attore Glielo cambierà… glielo cambierà, gliel'assicuro. Anzi, per tranquillizzarla, gli telefono.

Attrice            (felice) Ma lei anticipa tutti i miei desideri. Costerà molto la corsa in taxi?

I° attore Non credo, ma se è a corto di soldi… ecco, le ferrovie in via eccezionale possono fare uno strappo… glielo offrono! È contenta, signora?

Attrice E me lo chiede? Vorrei poter ricambiare. (si accinge a scrivere) Il nome?

I° attore Di chi?

Attrice … della stazione successiva.

I° attore            Ah… senta! In questo momento non ho niente da fare. Se vuole… se non è imbarazzante per lei… l'accompagno. Lo dirò io il nome al tassista, intanto debbo pagarlo. (al II° attore) Sai l'indirizzo… con precisione? Dammi la guida telefonica! (il II° attore va nella cabina, la prende e gliela porta, il I° attore la sfoglia nervosamente borbottando sottovoce, girando le spalle all'attrice) Manicomio… manicomio… eccolo! (al II° attore, dandogli la rubrica aperta e indicandogli il punto della pagina) Telefona a questo numero, dì che sarò lì tra cinque minuti... (calcando le parole) con una paziente… viaggiatrice.

Attrice No, è stato lei paziente. È a prima volta che in un ufficio pubblico trovo una persona così gentile… così comprensiva.

I° attore            (lusingato) Non lo dica! Faccio così con tutti.

Attrice (maliziosa) Non ci credo.

I° attore (con tono serio) Deve crederci. (con un sorriso di adulazione) Naturalmente con le belle signore sono più portato ad essere gentile. So quanto hanno bisogno di aiuto… di comprensione. Lei poi è giunta in un momento particolarmente fortunato… (con eccessivo entusiasmo) in un momento di assoluta libertà.

Attrice (con imbarazzo) Però… sono imbarazzata a dirglielo… vorrei pregarla di non accompagnarmi fino alla stazione successiva. Non che non mi fidi di lei, ma sa… una donna sola… sarà sufficiente che dica il nome al tassista.

I° attore Ha ragione, scusi. Non ci avevo pensato. Istruirò il tassista in modo che non la lascerà finché non sarà dentro… dentro la stazione.

Attrice Ah, che sollievo! Posso farle una confidenza? Quando il suo aiutante mi ha vista, ero pensierosa, preoccupata…

I° attore Me ne sono accorto anch'io…

Attrice            (con un sospiro) Ora sono felice! Felice! Non immaginavo che le ferrovie e i suoi funzionari fossero così gentili… premurosi. Se avessi più tempo vorrei che mi spiegasse il perché, ma sarà per un'altra volta. Forse per farsi réclame, ad ogni modo è sbalorditivo! (solleva in alto il biglietto) Avere la possibilità di fare il giro del mondo… gratis… gratis… con partenza e ritorno a questa stazione… o a quella successiva… ma la differenza è minima. Straordinario! (congiungendo le mani in un atteggiamento di gioia infantile) Straordinario!

 

 

 

 

SECONDA PARTE

 

 

I° attore            (si toglie il cappello di capostazione che appende all'attacapanni) Bene! Adesso incomincio ad essere d'accordo. (si volta verso il pubblico) Eh… (rivolgendosi ad un interlocutore immaginario) Cambio troppo spesso opinione? È questo che ha voluto dire! Ma è semplice, intuitivo! Penso che sia inutile che lo spieghi. (con tono infastidito) Lei, se non l'ha capito, se lo faccia spiegare da qualcuno. (si stringe nelle spalle) Questo è affar suo. Se per pudore… se, dico, per pudore, non lo chiederà, pazienza! Siamo fatti così! Ecco dove nascono i dissidi umani. Tutti crediamo con troppa facilità di aver capito una cosa nella stessa maniera, come nel suo caso, ci manca il coraggio, l'umiltà di chiedere spiegazioni, chiarimenti, per paura del ridicolo. (ad un altro interlocutore immaginario) Che cosa? Che cosa dice? Ha ragione. Ha perfettamente ragione, non so che cosa dirle, dovrei ritenermi offeso. Lei al mio posto… mi permetta… mi scusi! Se parliamo tutti e due insieme…lei sente solo la mia voce? È naturale! Che sente la propria! Quando uno crede di essere dalla parte della verità, le parole scappano via… sono già dette prima ancora di essere dette, mi sono spiegato? Sì? Ebbene, no! È una fesseria dire che uno non sente le proprie parole. Le sente, anche se è sordo… le sente nel pensiero. Non ci credete? Provatevi allora a pensare senza parole, non ci riuscite, non ci riuscirete mai. (ad un altro interlocutore) Sì… sì… forse qualcuno. Ma non pensa! Ora passiamo al secondo episodio. Siamo all'aeroporto di una città qualunque, reale, non immaginaria. È inutile che dica che eventuali riferimenti alla realtà cittadina o famigliare dei presenti è puramente casuale. (agli altri due attori) Avanti!

 

  Il I° attore si mette in testa un cappello da aviatore e si avvicina all'attrice.

 

I° attore            (estrae dalla tasca un libretto) Signora… il passaporto.

Attrice Grazie! Quanto c'è ancora?

I° attore            Lei prende il volo XZ4?

Attrice            Sì.

I° attore            Un'ora… poco meno di un'ora. Aspetta qualcuno?

Attrice Sì.

I° attore            Suo marito?

Attrice No, è morto.

I° attore (imbarazzato) Oh… mi scusi…

Attrice (con indifferenza) Nulla… nulla…

I° attore            (con curiosità) Giovane?

Attrice Cinquant'anni.

I° attore Giovane. Da molto?

Attrice (con indifferenza) Un'ora fa.

I° attore (sbalordito) Eh…?

Attrice            Sì, d'infarto.

I° attore Ah… questi infarti!

Attrice (stringendosi nelle spalle) La vita!

I° attore Eh… sì! Siamo sospesi ad un filo. (con tono confidenziale) Scusi se sono indiscreto, lei deve portare la triste notizia?

Attrice (con sorpresa) No, a nessuno. Sto aspettando un amico. (guarda nervosamente l'ora) Ritarda, come al solito! (al I° attore) Come sono le condizioni atmosferiche sull'Atlantico?

I° attore Le previsioni sono buone. Strati di nuvole basse… molto basse.

Attrice            (con un sorriso) Speriamo! L'ultima volta mi hanno detto la stessa cosa, poi erano più alte, molto più alte delle previsioni.

I° attore Purtroppo possono sempre cambiare molto rapidamente. Ha paura?

Attrice No, ho sempre volato come e quando mi è piaciuto. Meglio… come piaceva a lui.

I° attore A suo marito?

Attrice            (con tono nervoso) No! Come piaceva all'amico che aspetto. Mio marito era una talpa. Aveva il pallino dello speleologo. Prima si è preso i reumatismi, poi il mal di cuore, ora l'infarto. Gli piaceva scrutare l'interno della terra. Naturalmente si era trovato un'amante tra le speleologhe. (con entusiasmo) A me invece piace il cielo…

I° attore (divertito) … e si è trovato un amante che ha i suoi stessi gusti.

Attrice Naturalmente!

I° attore            (incerto) Ma… il funerale?

Attrice Glielo faranno!

I° attore (sorridendo) Ah… questo non lo metto in dubbio. Ma dico… lei non ci sarà?

Attrice Ma… scusi. Perché dovrei esserci?

I° attore Capisco. Siete divorziati.

Attrice No.

I° attore Separati?

Attrice (con fastidio) Ma nemmeno per idea. Non abbiamo mai discusso né di divorzio né di separazione. Siamo stati legati regolarmente fino ad un'ora fa. Solo che quando ho saputo dell'infarto non ho ritenuto che la sua morte fosse un motivo sufficiente per mandare a monte il programma che già da tempo avevo stabilito con il mio amante, regolandomi proprio su ciò che avrebbe fatto lui, se l'incidente dell'infarto fosse successo a me.

I° attore            Nelle donne è più raro.

Attrice Sì, ad ogni modo dico infarto, come qualunque altra causa mortale.

I° attore Ma… i parenti?

Attrice            (con sarcasmo) Ah i parenti! I parenti troveranno perfettamente normale che non ci sia, a meno che siano maligni all'eccesso e indaghino. Altrimenti è più logico che nello spazio di due ore io potevo anche non essere avvertita del decesso. Certamente troverò un telegramma all'arrivo e risponderò: dolente! (guarda l'ora con irritazione) Ma è possibile che ritardi tanto? Avrebbe già dovuto essere qui. Speriamo che non gli sia successo nulla.

I° attore (con ironia) Sarebbe una vera iettatura che fosse successo qualcosa anche a lui.

Attrice (con tono severo) Non faccia ipotesi assurde!

I° attore Perché? Certe volte capita, per simpatia. Si conoscevano?

Attrice Certo! E si trovavano simpatici vicendevolmente. Io li sentivo entrambi… nell'intimità. Però, questo, mio marito non lo sapeva. A parte la preferenza celeste e terrestre, insieme con loro mi sembrava di sentire due campane… identiche, al punto che molte volte confondevo i loro giudizi e attribuivo a una quello che aveva detto l'altro.

I° attore (con tono divertito) E se ne accorgevano?

Attrice No… non potevano accorgersene. Si stupivano e mi dicevano: ma come, io ho detto questo? Riuscivo sempre a cavarmela.

I° attore Capisco allora, signora, perché poteva amarli tutti e due.

Attrice No, io ne ho sempre amato uno solo.

I° attore Chi?

Attrice (con irritazione) Ma naturalmente…quello che è ancora in vita. Mio marito, a parte la simpatia che aveva per il mio amante, era un tipo insopportabile. Gliel'ho già detto. Non si può vivere con la testa in giù, nella terra e pretendere di andare d'accordo con una persona che ha la testa in direzione opposta. E lei parte solo?

I° attore No, con altri due piloti. Con il suo stesso aereo.

Attrice            (con tono soddisfatto) Bene! Allora mi avverte quando l'aereo è in partenza. Io non posso muovermi di qua finché non arriva il mio amico.

I° attore L'avvertirò, comunque da parte sua stia attenta all'altoparlante. Inizia a comunicare il volo un quarto d'ora prima della partenza. Mi auguro che arrivi presto il suo… amico!

Attrice Me l'auguro anch'io.

I° attore A più tardi.

Attrice A più tardi.

 

            Il I° attore esce. Contemporaneamente si fa avanti il II° attore che durante il dialogo precedente è stato sul fondo, girato di spalle.

 

II° attore Ciao.

Attrice (sorpresa) Ah…ciao! Non ti ho visto arrivare.

II° attore            (ironico) Parlavi! Tu, se non parli, muori.

Attrice (seccata) Per favore, non parlarmi di morte proprio adesso!

II° attore Sei superstiziosa?

Attrice Sì.

II° attore Esagerazioni!

Attrice (con impulsività) Lo dici tu! Non si esagera mai abbastanza quando si parla della morte.

II° attore Negli scongiuri?

Attrice Negli scongiuri e… nelle previdenze. (con leggera malizia) E tu…che cosa fai qui, di bello?

II° attore Sono venuto per te. (il volto dell'attrice diventa improvvisamente preoccupato. Il II° attore continua precipitosamente) Mi manda a dirti che non sta bene, ma non è nulla di grave. Un'angina! Una banale, stupida angina, come hanno i bambini a ripetizione.

Attrice (con disappunto) Lo immaginavo! La gola! Sempre la gola!

II° attore È colpa del tempo che abbiamo… dell'umido… del freddo… dovevate partire?

Attrice            Sì.

II° attore È seccante!

Attrice            (con vivacità) Certo che è seccante. (molto nervosa) Fosse stato più previdente! Sa che soffre di gola… che basta nulla perché gli s'infiammi. Sono anni che dovrebbe farsi operare e non è la prima volta che dobbiamo rimandare un viaggio… un appuntamento… per colpa della gola. Tutti i medici che ha interpellato gli hanno sempre detto e ripetuto la stessa cosa: operare! Lui, no! Cocciuto come un mulo…

II° attore (ironico)… cocciuto, come uno che ha paura.

Attrice (si accende una sigaretta) Ma quando sono cose che si devono fare? Ha male… vive sotto l'incubo di un'infiammazione… ha tutti i medici che sono d'accordo… non capita spesso di trovare tutti i medici d'accordo.

II° attore (divertito) Mai!

Attrice Adesso non esagerare, questa è malignità.

II° attore A meno che il paziente sia pagante… in proprio. Allora tutti i prezzi coincidono perché ogni medico spera di essere il prescelto.

Attrice Sei sempre il solito… cinico e burlone! (con indifferenza) Lui è della mutua.

II° attore Della mutua?

Attrice Sì.

II° attore (stupito) Non lo sapevo.

Attrice Ma sì, che lo sai. Ricordo perfettamente che un giorno… non so quando… ne abbiamo parlato.

II° attore Non ricordo… non ricordo proprio…

Attrice Si è messo a letto?

II° attore Naturalmente! Che cosa volevi che facesse? Ti ha cercata, poi mi ha telefonato ed eccomi qua. Ma dimmi un po': che cosa c'entra la tua amica… quella là… aiutami a ricordare il nome…

Attrice (con fastidio) Sì… sì… so a cosa ti riferisci. La sua amante. (stupita) Ma che cosa c'entra con lui la mia amica?

II° attore C'entra, perché senza di lei non ti avrei trovata.

Attrice            (sorpresa) Non ti ha detto che ero all'aeroporto?

II° attore            No. Mi ha detto solo che se passavi da me in negozio, ti dicessi che aveva l'angina. Per combinazione subito dopo mi telefona questa tua amica per un acquisto che aveva fatto qualche giorno fa e mi sono ricordato che vi conoscete, che vi vedete spesso e le ho chiesto se sapeva dov'eri. Mi ha detto di sì, che venivi qui per il volo delle diciassette. Naturalmente, data l'ora, per arrivare in tempo ad avvertirti, ho piantato tutto e sono corso. Ma come faceva questa tua amica a sapere che eri all'aeroporto?

Attrice            (con tono maligno) Lui era da lei: lì ha incominciato a sentirsi male. Naturalmente, sano, se lo sarebbe tenuto. Malato, no. Così ha telefonato e mi ha detto che me lo rimandava a casa. Io avevo premura, avevo da fare delle commissioni prima di venire all'aeroporto. Ho chiamato un medico che venisse a visitarlo quando arrivava. Anzi, per paura che arrivasse prima di lui, ho detto al medico che gli lasciavo la porta socchiusa e che, se nessuno rispondeva, poteva entrare e aspettare il malato. Le cose sono poi andate come sono andate. Che vuoi farci?

II° attore C'è però una cosa che non capisco. Perché non mi ha detto che ti avrei sicuramente trovato qui, all'aeroporto?

Attrice Non so! Avrà pensato che tu potessi vedermi prima. Dirti dov'ero equivaleva costringerti a venire fin qui.

II° attore            Allora è stata una fortuna che la tua amica mi abbia telefonato.

Attrice (infastidita) Certo! Una fortuna! Una combinazione fortunata che ha rimediato in parte alla sua dimenticanza… o delicatezza. (con rabbia) Ad ogni modo il viaggio è andato in fumo. Potresti telefonargli che sarò a casa fra una mezz'ora?

II° attore Sì. (fa per avviarsi)

Attrice            (aprendo la borsetta) Aspetta che ti do il numero.

II° attore Lo so.

Attrice Non quello di casa mia, stupido! Il numero della casa di lui…il mio amante.

II° attore (stupito) E che c'entra?

Attrice Come, che c'entra? Dovevo partire con lui! Ora è andato tutto a monte per via dell'angina.

II° attore Ma…

Attrice Che cosa?

II° attore (sbalordito) L'angina ce l'ha tuo marito.

Attrice (fuori di sé dallo stupore) Mio marito? Ma scherzi? Mio marito è morto d'infarto un'ora fa.

II° attore (con forza) Tuo marito è vivo! Mi ha telefonato non più di mezz'ora fa.

Attrice (con un gesto significativo sulla fronte) Stai vaneggiando. Allora non sai come sono andate le cose. Mio marito arriva a casa prima del medico, si sente male… muore. Il medico arriva e lo trova morto… o agonizzante, se lo carica in macchina e lo porta all'ospedale. Mi avverte di quello che è successo e mi dice di telefonargli e di andare direttamente in ospedale.

II° attore E tu?

Attrice Io ripasso a casa dopo aver fatto le mie commissioni, leggo il biglietto, telefono, e il medico stesso dell'ospedale mi conferma che è morto… quasi sicuramente per infarto. (con vivacità) L'angina ce l'ha il mio amante. È lui che ti ha telefonato.

II° attore (con tono convinto) No! È tuo marito a telefonarmi. Ne sono sicurissimo. Guarda che non ho le traveggole. È stato tuo marito a telefonarmi. Te l'assicuro. Io col tuo amante non ho parlato. Sono venuto qui convinto che tu dovessi partire con tuo marito. (tormentandosi) C'è qualcosa di strano in tutto ciò che è successo. (come colpito da un idea) Il tuo amante non doveva passare a prenderti a casa?

Attrice (con tono incerto e spaventato) No. In linea di massima: no! Oh Dio mio! Chi avrà portato in ospedale quel medico…? Ti prego… fammi il piacere… telefona a questo numero…va'… corri… (gli da un biglietto)

II° attore            Subito! (si dirige rapidamente verso la cabina e telefona. L'attrice è molto agitata, si tormenta le mani. il II° attore esce dalla cabina e si dirige lentamente verso l'attrice)

Attrice (col fiato sospeso) Ebbene?

II° attore (sottovoce) Coraggio! È lui!

Attrice (con un urlo) Lui…? Ma come mai prima quel medico mi ha detto che era mio marito?

II° attore Non gli aveva ancora guardato i documenti in tasca.

Attrice (scoppia in pianto, disperata) Ah…! Ora è sicuro!

II° attore Ora è sicuro!

Attrice Dio mio!

II° attore Deve essere passato a casa tua a prenderti, qualche minuto prima che arrivasse il medico e il morto. Cerca di essere forte. Ho telefonato anche a tuo marito. Non gli ho detto che ti ho trovata all'aeroporto; gli ho detto solo che saresti stata a casa presto.

Attrice (disperata) Non è possibile… non è possibile…

 

Entra in scena il I° attore.

 

I° attore (con tono agitato) Signora! Signora! (si rivolge al II° attore) Scusi!  L'ho conosciuta mezz'ora fa. (all'attrice) Signora deve sbrigarsi. Non è arrivato il suo amico? (allarmato) Ma che cosa è successo?

Attrice (sottovoce, in pianto) Un'ora fa è morto d'infarto…

I° attore (con naturalezza) Sì…me l'ha detto.

Attrice (con un urlo) Ma… non era mio marito!   

 

 

 

 

 

 

 

PARTE TERZA

 

 

I° attore            (si toglie il berretto da aviatore e lo appende all'attaccapanni. La luce nella cabina si spegne. Gradualmente la scena viene illuminata da luci anteriori) D'accordo… d'accordissimo… più d'accordo di così si corre il rischio di morire d'infarto. (si rivolge al pubblico con un sorriso ironico) Nessuno si è riconosciuto nel marito? Nell'amante? Che mondo ipocrita! E nessuna donna nell'attrice? (ad un invisibile interlocutore) Ha ragione. Così sfacciatamente nessuno lo fa… o meglio, nessuno lo dice. Ad ogni modo anche quelli o quelle che non lo fanno godono di udire qui che gli attori lo abbiano fatto perché nell'intimo di loro stessi ognuno di loro vorrebbe farlo. (ad un altro interlocutore) Sì… non posso darle torto. Abbiamo messo troppe cose insieme, abbia pazienza! Le cose semplici succedono spesso nella vita, le complicate una volta su milioni. (ad un altro interlocutore) A lei non sembra? Sbaglia! Nella vita il medico sarebbe arrivato insieme al marito, al malato di angina, oppure il malato d'angina sarebbe arrivato prima di quello ammalato di cuore o dopo, ma in modo che il medico non trovasse solo un malato già morto, ma quello morto e quello vivo insieme. Al contrario qui sulla scena. Guai se l'amante precede il marito, guai se il marito anticipa il suo arrivo, anche solo di qualche secondo in modo da incontrare sulla porta il gruppo del medico che faticosamente trascina in macchina il malato d'infarto. (ad un altro interlocutore) Ecco… ecco un'osservazione giusta! Un medico non si carica sulla spalla il malato, ma chiama un'ambulanza. Ma chi le dice che il medico non l'abbia chiamata? Non l'abbiamo detto? Non ha importanza. Tenga presente che chi racconta l'accaduto è la moglie. Noi l'abbiamo raccontato come la moglie ha potuto immaginarlo dalle poche parole del biglietto del medico. Se l'ha immaginato così, è colpa sua, non nostra. (alzando le braccia) Basta, basta! Se do il via a tutte le vostre contestazioni… (ad un interlocutore) va bene, ancora una! L'ultima! Ah, sì, mi sembra importante. Ma, caro signore, se l'amico avesse detto subito all'amica: mi ha telefonato poco fa tuo marito, che lei reputa morto… stecchito da un infarto fulminante, il divertimento sarebbe finito ancora prima di iniziare. E allora? Mi rincresce… mi rincresce! Per piacere, venga su lei per il prossimo numero, forse farà meglio…no? Intende divertirsi? Ha ragione. Da questa parte non ci si diverte, da questa parte si lavora. (all'attrice) Sì? Un attimo, sono pronto anch'io. (va all'attaccapanni, prende il camice bianco e se l'infila) M'infilo questa toga bianca, chiamo il cliente (fa cenno al secondo attore che si avvicina) e… via! (assume un atteggiamento compunto, preoccupato, molto esagerato) C'è un elemento importante nella sindrome della signora… (indica la valigia) la valigia! Lo presentava già prima?

II° attore            (con aria ebete) Non so… direi di no…

I° attore            Quindi è un sintomo nuovo legato al tentativo di suicidio che lei ha effettuato. (si prende il mento in mano) Una valigia che si tiene sempre accanto o meglio… lei che si tiene sempre accanto la valigia, come… sentisse o desiderasse o, comunque, fosse sul punto di essere afferrata dalla valigia stessa e trascinata via. (al II° attore) Ha compreso la mia idea?

II° attore            No! Sembra voglia dirmi che è la valigia che comanda lei e non lei la valigia.

I° attore            (entusiasta) Appunto! Quindi sì, non no.

II° attore            (con tono vergognoso) Io le ho detto no, perché credevo di non aver afferrato esattamente il suo pensiero.

I° attore            (con tono compunta) L'ha afferrato!

II° attore            (con un sorriso a fior di labbra) È stranissimo come pensiero. Secondo me, però tutto sarebbe ancora più strano se il suo pensiero corrispondesse alla realtà. (con curiosità e timidezza) La valigia è vuota o piena?

I° attore            Qualche cosa c'è… tutto il segreto è lì. Non so che cosa.

II° attore            (con forte emotività) Bisogna farglielo dire!

I° attore            (con indifferenza) Provi!

II° attore            È lei il medico.

I° attore            (con poca voglia) Proverò. Ma lei non s'allontani e, soprattutto non abbia paura d'intervenire se il dialogo che farò con la signora glielo suggerisce.

II° attore            (sbalordito) Debbo intervenire?

I° attore            (con aria di protezione) Dico che può intervenire… che ha il mio permesso… anzi, che le sarei grato se non assistesse al mio dialogo come uno spettatore seduto in platea attento, ma distaccato, coinvolto, ma sicuro di uscirne integro. Vorrei che lei fosse attento, interessato, coinvolto. È in gioco un'integrità mentale. Per riequilibrarsi ha bisogno che altri si equilibrino di fronte a lei. Io farò quello che posso. Ma io non ci sono nella valigia. Per scassinarla debbo procedere da fuori, lei invece no! Una parte di lei è nella valigia della signora: per questo le dico, usi questa sua parte… la usi… quando la scopre… se la scopre…

II° attore            (sbalordito) Sì… sì…

I° attore            (con tono deciso) Va bene! Incominciamo! (s'avvicina alla signora che in tutto questo dialogo è rimasta immobile, con lo sguardo fisso davanti a sé, assente. Dopo un lungo minuto di concentrazione il I° attore inizia) Signora… poteva morire!

Attrice            Non ci ho pensato in quel momento.

I° attore            A che cosa ha pensato?

Attrice            A nulla! Nulla… assolutamente a nulla! (sorride con tristezza) Sembra un assurdo, lo dico a lei perché è un medico, ad un altro non oserei dirlo. Ci si può uccidere pensando a nulla?

I° attore            Ci si uccide proprio perché non si pensa a nulla. Un minimo pensiero può turbare l'angoscia e impedirne il logico sviluppo che è il suicidio… l'annientamento!

Attrice            (con un sorriso sarcastico) Anche in questo piano siamo uguali.

I° attore            (con tono d'importanza) La malattia ha un suo volto comune… rintracciabile… vuol collaborare?

Attrice            Sì, mi faccia la diagnosi.

I° attore            Tentativo di suicidio da angoscia di vivere.

Attrice            E la cura?

I° attore            Comprendersi… conoscersi…

Attrice            (con un sorriso di commiserazione) Nella conoscenza di me non vado oltre il nome e cognome.

I° attore            (con una punta di ironia) Se non si sforza, corre il rischio di perdere anche questi.

Attrice            (con sarcasmo) Ha paura che riprovi? E se fosse solo la morte a permettermi di andare oltre al cognome e al nome? Vorrei saperlo.

I° attore            Conviene?

Attrice            Non so. (improvvisamente prende a parlare con vivacità) Giorni fa sono entrata in una chiesa… era domenica pomeriggio… le quattro circa. Il prete stava dando la benedizione, erano in otto a riceverla, li ho contati. Mi sono seduta in un banco a fare il nono essere umano di fronte al suo Dio. Così… quasi per scherzo mi è venuto da chiedergli se era contento. (con tono meditativo) Credo proprio che hanno ragione quelli che parlano della morte di Dio. (con vivacità) O forse hanno ragione quelli che non parlano di morte, ma nemmeno di nascita, di concetto, di realtà di Dio. Per costoro Dio è veramente al di fuori del nome e cognome.

II° attore            (con intensa disperazione) Sei a questo punto?

Attrice            Sì.

I° attore            (con aria dottorale) Che cosa l'ha spinta in chiesa?

Attrice            Non so. Le ho già detto che non mi conosco oltre il nome e cognome.

II° attore            Non è vero! Hai sentito una voce che ti diceva: entra!

Attrice            (cercando nella memoria) Nessuna voce!

I° attore            … o un'improvvisa stanchezza!

Attrice            Nessuna stanchezza!

I° attore            Allora il desiderio di ritrovarsi in un ambiente da cui era assente da anni.

Attrice            (con interessamento) Ecco… questo sì! Questo può darsi! Ma che desolazione! Mi dicevo: se veramente mi ama, come dicono, non dovrebbe negarmi il piacere di cercarmi. Ma che fosse lui o qualcosa che gli assomigli, il primo a muoversi. Mi dicevo: perché è così sgarbato da pretendere che sia io la prima a cercarlo? Che cosa gli ho fatto? E non può cercarne uno piuttosto di un altro. Deve cercarli tutti nella stessa maniera, gli otto presenti e il nono entrato per caso.

I° attore            (con estrema compunzione) Analizziamo l'ambiente. Secondo me, lei gli ha attaccato qualcosa che le dispiace di aver perso… l'infanzia…la serenità…la fiducia di un tempo… la sicurezza di un dialogo che ora non fa più perché ha vergogna di farlo.

Attrice            È così! Sentire di parlare al vento. Di più: essere sicuri di parlare al vento. Ora riderà a quello che le dico. (accenna un sorriso delicato) Salendo i gradini della chiesa ho guardato per terra per vedere se vi erano orme. (con vivacità) Se Dio entra ed esce dalla sua casa per intrattenersi con l'uomo, non può non lasciare delle orme… un segno! C'erano delle orme, ma erano quelle degli uomini che entrano ed escono dalla sua casa…poche, come le ho detto.

II° attore            (con intensa emozione) E allora hai tentato di ucciderti?

Attrice            (con tono di scusa) Ero sola… in una città deserta. Ho chiesto alla solitudine se sapeva ogni tanto fare un po' di compagnia. Mi ha risposto di no, mi ha detto che avrei dovuto battezzarla con un altro nome.

II° attore            Avresti dovuto cercarmi.

Attrice            (pensierosa) In tanti anni non sono mai riuscita a battezzarti. D'altra parte perché avresti dovuto avere un nome? Che cosa ti do? Scene nevrotiche… parole nevrotiche… incubi nevrotici… e in più la presenza fisica che, quando ha dato il poco che può dare, irrita come un callo che uno deve portarsi dietro… almeno fino dal callista. (al I° attore) Non mi dica di prendere l'autobus! Lì c'è sicuramente qualcuno che me lo pesterebbe. Meglio trascinarsi a piedi… sulle proprie gambe… fino dal callista… che poi mi ha ricevuto. (con intensità) Volevo morire, gliel'assicuro, volevo morire!

I° attore            Non ne dubito, dalla dose di sonnifero che ha preso.

Attrice            (con tono quasi ilare, divertito) Penso alla scena… lui (indica il II° attore) che sfonda la porta… che si precipita su di me, che mi scuote… (si rivolge al I° attore) mi hai fatto la respirazione bocca a bocca?

II° attore            (incerto) No.

Attrice            E sei corso al telefono… hai cercato un numero… affannosamente… ci sono della pagine staccate nella rubrica. L'ansia di far presto, di non perdere un minuto… oh, l'avrebbe fatto chiunque! Nei momenti cruciali l'istinto di salvare il prossimo supera qualunque barriera di odio… di convenienze. Ma salvarlo giorno per giorno, quando si potrebbe con poca spesa… con un po' di affetto, no! Giorno per giorno si fa esattamente il contrario, lo si fa soffrire fino alla morte! E poi l'attesa angosciosa… (rivolgendosi al I° attore) che cosa hai fatto nell'attesa dell'ambulanza? Dimmelo… dimmelo francamente…

II° attore            (vergognoso) Ti ho fatto la respirazione artificiale.

Attrice            E poi?

II° attore            E poi… ho sentito un tremito e ho dovuto sospendere. Mi sono seduto al fianco del tuo letto e sono rimasto così, a lungo con la testa fra le mani. (con irritazione) Ma perché vuoi sapere tutto questo?

Attrice            (con tono provocante) Perché non mi dici tutto… è evidente… io ti avrei baciato.

II° attore            Potevi essere morta.

Attrice            Appunto!

II° attore            (vergognoso) Sì… ti ho baciata.

Attrice            (provocante) Continua!

II° attore            Sulla fronte. (con precipitazione) Ho fatto male, ma allora non ho potuto fare diversamente. Piangevo quando ti ho baciata. Ti ho liberato la fronte dai capelli, passandoti la mano, questo passaggio è stato più una carezza che un contatto.

Attrice            (continuando ad incalzare) E dopo la carezza?

II° attore            In quell'attimo ho sentito la sirena dell'autoambulanza.

Attrice            (con tono indagatore) Hai detto anche “cara”, immagino.

II° attore            Sì… una sola volta.

Attrice            (con tono infastidito) Perché te ne vergogni?

II° attore            (prendendo coraggio) Ho sentito un desiderio irresistibile…

Attrice            Aspetta! Voglio indovinarlo.

II° attore            Non puoi indovinarlo.

Attrice            (con tono di sfida) Perché? So a che cosa pensi; pensi a una carezza più intima…

II° attore            (atterrito) No… no…

Attrice            Appunto! Io non ho assolutamente pensato a qualcosa di simile. Per quanto sia strano… hai messo in moto il giradischi.

II° attore            (sbalordito) Sì…

Attrice            E ti sei sentito… il disco che c'era.

II° attore            (c.p.) Era Bach!

Attrice            Non mentire! C'era Bach… ma poi?

II° attore            È vero! Dopo le prime note l'ho cambiato e ho messo un pezzo moderno pieno di urla e di ritmi assordanti.

Attrice            (ripete il gesto con un furbo sorriso) E battevi il tempo col dito… sul legno…

II° attore            Sì.

Attrice            Reagivi come potevi alla morte.

II° attore            (con rabbia) E mi hanno sentito!

Attrice            No! Nessuno ti ha sentito!

II° attore            Allora come fai a saperlo?

Attrice            (con furbizia) Te l'ho detto: ho indovinato… ho tirato a caso e ho fatto centro. Ti stupisci?

II° attore            No, continua ad indovinare.

Attrice            Mi sfidi?

II° attore            Ti sfido… (con tono irritato) perché penso che nel tuo intontimento non eri poi tanto insensibile a quello che ti succedeva intorno.

Attrice            (ironica) Sono stata tre giorni in coma. Ad ogni modo credi pure quello che vuoi. Non m'importa.

II° attore            Ti credo, continua!

Attrice            (molto lentamente)E dopo…hai acceso macchinalmente una sigaretta…

II° attore            Sì.

Attrice            … e subito dopo sei uscito… precipitosamente. Sei corso in bagno.

II° attore            (sottovoce) Alla prima boccata mi ha preso una nausea violenta… terribile e sono corso in bagno per paura… ma non ho rimesso. Sudavo e sentivo freddo. Sono stato a lungo appoggiato al lavabo nell'attesa che mi passasse. Ero ridicolo con te, morta… o moribonda nella stanza accanto, ma non potevo farci nulla… nulla! Solo a muovermi di un passo, vedevo tutto girare… girare… mi hai visto dall'aldilà!

Attrice            (sorridendo si china sulla valigia, la apre e ne tira fuori un registratore) No! Eccolo il mio aldilà! Un registratore acceso! Ho registrato tutti i tuoi movimenti… detto tutto per filo e per segno. (tristemente) Il rotolo finisce male. Vuoi sentirlo?

II° attore            Sì.

Attrice            (cerca il finale del rotolo) Finisce con l'urlo della sirena. (sottovoce, con intensa emozione) E con quest'urlo… la vita! 

 

 

F I N E


 

 

 

 

F A R F A L L A

 

 

Dialogo fra un uomo e la morte

 

 

 

 

 

 

 

Dramma in un atto

 

 



 

La morte Sono già venuti il medico e il sacerdote. Ad uno ad uno sono venuti i suoi figli, i nipoti, i pronipoti. Gli ho fatto piangere intorno tutte le lacrime possibili, anche se poche sincere e veramente sentite. Non gli sono mancate le consolazioni in questa ora suprema. Sarebbe ingiusto se mi accusasse. Io, come morte, ho fatto quanto potevo per rendergli dolce il trapasso. Potete constatarlo! Tutti sapete che cos'è questa bombola; gli propina ossigeno, anche se non gli serve quasi più a nulla. E questo complicato sistema di tubi? In termini tecnici si chiama trasfusione di sangue: gli serve? I medici sono di opinioni diverse, chi dice sì, chi dice no. Comunque affermano: può far solo del bene. Il moribondo con l'occhio ormai spento guarda il flacone e s'illude; muore meglio, è il parere di molti.

L'uomo (con un tono di ribellione) Non si può morire meglio, quando si muore.

La Morte (con tono di aperto rimprovero) Certo, se non avessi fumato dall'età di sedici anni una media di cinquanta sigarette al giorno anche quando stavi male e avevi la febbre... per la precisione hai fumato nella tua vita quattrocentonovantanovemilanovecentonovantanove sigarette...

L'uomo (implorante) Una sigaretta!

La Morte (con indifferenza) Come vuoi... (estrae un pacchetto di sigarette) a te!

L'uomo (con espressione famelica) Accendimela e mettimela in bocca!

La Morte (accende una sigaretta e la mette in bocca all'uomo) E sono mezzo milione! Se non le avessi fumate i tuoi bronchi sarebbero in condizioni migliori... (l'uomo tossisce) vedi? Sputi l'anima! E i polmoni? Quindici anni di miniera ti sono stati fatali.

L'uomo (con disgusto) A trecento metri di profondità.. nel fango... sporco, lurido dalla testa ai piedi e quando uscivo avevo carbone negli occhi, nel naso, nella bocca.

La Morte (divertita) Lo so. I medici, quando ti visitavano si stupivano e dicevano fra loro: caspita, sei ancora vivo? Oppure: come fa a vivere? Ma tutti concludevano con ottimismo: a parte i polmoni, sei sano come un pesce... robusto come un toro...

L'uomo (con orgoglio) Sono sempre stato robusto...virile...

La Morte Non lo contesto. Dico solo che se ti fossi risparmiato di più con le donne... oh, non mi riferisco a tua moglie... ma alle donne in genere di cui ti piaceva fare man bassa... se ti fossi risparmiato, non saresti alla fine all'età di cinquantadue anni, quattro mesi e due giorni.

L'uomo (con stupore) Alla fine?

La Morte (con naturalezza) Certo! Alla fine! Dove credi di essere? Al principio? Diciamo pure per estrema consolazione che sei al principio della fine, ma il dottore non è di questo parere.

L'uomo (con apprensione) Che cosa dice il dottore?

La Morte (c.s.) Che sei alla fine della fine.

L'uomo (con rabbia) Non l'ha detto.

La Morte (con tono convinto) Ma l'ha pensato... proprio quando ti tastava il fegato dopo averti ascoltato il cuore.

L'uomo (sospettoso) Per il fegato o per il cuore?

La Morte Per tutti e due. Quanto ti ha ascoltato il cuore, ha detto: è stanco! Poi ha pensato: si fermerà…! È la conseguenza della stanchezza. Chi non si riposa quando è stanco?

L'uomo (con rabbia) Al diavolo questo riposo! (guardando intorno con apprensione) Dove sono le gocce che mi ha prescritto?

La Morte (gli porge un bicchiere d'acqua) Eccole! Bevi... bevi... intanto prima di arrivare al cuore devono passare per il fegato.

L'uomo (con amarezza) Ho sempre sofferto di fegato.

La Morte Se non avessi tracannato nella tua vita litri e litri di alcool...

L'uomo Quanti?

La Morte Per la precisione... in ettolitri... duecentodieci, virgola quattro... vuoi il quinto?

L'uomo (spaventato) No, no! Prima lasciamo passare le gocce. La mia teoria è sempre stata: il cuore innanzi tutto.

La Morte (con commiserazione) Il cuore! Da quando hai avuto l'uso di ragione l'hai sempre trattato come l'ultimo degli schiavi. Da questo punto di vista sarebbe stato meglio che non ti fosse mai spuntata la ragione. Ti serviva, certo, il cuore, ma quando ti batteva forte e ti diceva: molla che mi spacchi! Tu a tirar dritto senza ascoltare. Tutt'al più dicevi: domani! Ma domani era la stessa storia. Ti ricordi tutti gli affanni che ti sei preso per accumular denaro, denaro, invidiando coloro che ne accumulavano più di te? Hai attaccato il tuo cuore ad un misero carretto di denari, calpestando umanità, onestà, decenza ed ora sei un cavallo bolso che sta dritto solo perché i cavalli stanno in piedi anche quando dormono. Ne valeva la pena? Dimmi, ne valeva la pena?

L'uomo (confuso) No.

La Morte Ora che lo sai è tardi.

L'uomo (con disperazione) Sei crudele, sei la donna peggiore fra tutte quelle che ho conosciuto. (con ira) E proprio la tua compagnia doveva capitarmi in questo momento? Perché non vai ad infastidire qualcun altro? Uno sano, vegeto e lo metti sull'avviso in tempo? Perché non vai dai miei figli, dai miei nipoti, dal primo lattante che ti capita a insegnargli a non fumare, a non bere, a non andare con donne? Ecco il tuo compito. Farai un'opera di misericordia! Io desidero solo silenzio... anche perché non ricordo più tanto di me... che cosa ho fatto ieri, l'altro ieri, una settimana fa… voglio dirlo al dottore.

La Morte Diglielo pure. Ho sentito spiegare questo disturbo da un medico alla figlia di un tale che non ricordava più che quella era sua figlia. Era peggio di te. Tu non vivrai così a lungo per dimenticare di aver avuto due figli. Te ne ricordi e come! Per farli disperare col tuo testamento ne hai avuta abbastanza di memoria, ma non ne hai a sufficienza per ricordarti che ieri eri vivo...

L'uomo (con tono impulsivo) Ero vivo!

La Morte (con tono canzonatorio) Sul serio? Ma se non ti ricordi quello che hai fatto come fai a dire che ieri eri vivo? Lo dici solo perché sei ancora vivo. Ma se fossi morto, sapresti dire quando sei morto? Oggi, ieri, una settimana fa? Vivi solo quando ricordi. E tu ricordi?

L'uomo (con tono deciso) Tutto! (con tono di preghiera) Potresti farmi un piacere?

La Morte (con falsa premura) Anche due, se posso.

L'uomo (guarda la porta con disgusto) Allontanami da questa porta. È fatta male. Me ne intendo. Per le porte sono sempre stato meticoloso e questa lascia passare aria dappertutto. Vengono degli spifferi freddi, gelati che mi mettono i brividi addosso. Dovresti anche dirmi chi mi ha messo qui con tanto spazio che c'è nella stanza. L'hanno fatto stupidamente quando dormivo. Comunque spingimi un po' più in là…. sii gentile!

La Morte (senza muoversi) Se sei là c'è un motivo.

L'uomo (stupito) Quale?

La Morte Quello d'essere vicino alla porta.

L'uomo (c.s.) Per uscire?

La Morte (con tono convinto) Appunto! Devi uscire! Non ti hanno messo stupidamente quando dormivi. Ci sei giunto vivendo. Ora sei là perché stai finendo di vivere. (indica la porta) Guardala...guardala! L'hai vista da quando sei nato. Era piccola allora... in lontananza si confondeva col muro...un muro spesso, duro, compatto; credevi che non saresti mai passato di là perché mancanza il passaggio... quella, la porta! E invece c'era perché hai incominciato a vederla... indistinta prima, poi sempre più netta, precisa, vicina. Ora ci sei proprio a ridosso. (con tono di consolazione) Tutt'al più posso voltarti; invece che a destra l'avrai a sinistra; o girarti... di schiena... di fronte... chiedimi quello che vuoi, anche se intendi solo provare. Ti girerò a destra, a sinistra, di fronte, di schiena e poi di nuovo di fronte, a destra, a sinistra e non m'importa se vorrai che ti giri di nuovo a sinistra, di fronte, di schiena e poi di fronte, a destra, a sinistra…

L'uomo (spazientito) Ma senza mai allontanarmi...nemmeno di un soffio?

La Morte (decisa) Nemmeno di un soffio!

L'uomo (implorante) Fammi un piacere!

La Morte (con falsa premura) Anche due, se posso.

L'uomo (incerto) Che cosa c'è dietro la porta?

La Morte (parlando con lentezza) Debbo dirti in coscienza che la mia opinione non è una certezza; è un'idea... una supposizione. Vi sono quelli che chiedono che cosa c'è, come fai tu, ma ci sono anche quelli che dicono di sapere che cosa c'è. Da costoro io imparo e poi insegno a quelli che chiedono che cosa c'è.

L'uomo (spazientito) Che cosa c'è?

La Morte (con tono di finto rincrescimento) Purtroppo con coloro che dicono di sapere che cosa c'è non sono d'accordo. Tra costoro chi dice una cosa, chi un'altra e chi infine sostiene che dopo non c'è che il nulla... il vuoto dietro la porta...

L'uomo (stupito) Il vuoto...?

La Morte (con aria di scusa) È un'opinione! In coscienza non è una certezza; è un'idea... una supposizione. .

L'uomo (incalzante) E nessuno sa con certezza?

La Morte (con tono deciso) Nessuno! L'unica cosa di cui sono convinta è di non essere convinta di nessuna opinione. Perciò preferisco non imparare e non rispondere a quelli che mi chiedono che cosa c'è dietro la porta. Ognuno s'industri a guardare fra le fessure senza paura degli spifferi freddi, gelidi che mettono i brividi addosso. Io so unicamente che quando uno ha varcato la porta si sente quasi subito un piccolo tonfo, un rumore come d'aria spostata da un corpo che cade. Se cade è un'opinione, un'idea...un'impressione senza certezza. A me sembra così. Il morto col letto, con tutto va giù... dove? Chissà…! Quando succede qualcosa, voi dite: è la vita! In questo caso io ripeto: è la morte! È la morte!

L'uomo (con disperazione) Ecco... ecco l'aspetto più funebre della vita dell'uomo: la morte dell'uomo! Perché dobbiamo morire? Perché dobbiamo morire come un animale qualunque? L'animale nasce e non sa di morire. Per l'uomo la morte è morte perché sa di morire.

La Morte Ti capisco. Per me il problema sarebbe molto più semplice se l'uomo non sapesse di morire. Portarlo via così come si sradica un albero o si schiaccia una formica. (con irritazione) E invece no! Devo dirvi che ci sono e, quando è il momento, che arrivo. Non è piacevole, te l'assicuro!

L'uomo (con ironia cattiva) A ognuno il suo compito, anche se ingrato.

La Morte Certo! A voi di morire, a me... d'essere lo specchio della vostra disperazione.

L'uomo (rivolto alla porta con uno scatto di ribellione) Il terrore che mi dà questa porta è sicuramente legato a qualche sensazione misteriosa della mia infanzia.

La Morte (con indifferenza) Può darsi. Tutto ciò che vi turba ha sempre radici profonde nell'inconscio.

L'uomo (con sofferenza) Ma per te... che cos'è quest'inconscio?

La Morte (con tono deciso) Per me è la paura della morte.

L'uomo (con tono poco convinto) In parte... nella realtà… è come sentirsi sfiorare da qualcosa a cui non sai dare un nome, un volto, una fisionomia precisa. L'inconscio ha qualcosa di magico. (rivolto alla morte) È il tuo alleato e il tuo nemico insieme. È incapace di finzioni, di astuzie. Per me è un richiamo alla nascita più che un presentimento di morte. Quante volte l'ho sentito... (con angoscia) e visto! Un grande occhio acquoso, fermo, immobile, di un'intensità sempre più forte, dominatrice nell'indefinibile sensazione che quello che stava per dirmi forse sarebbe stato piacevole...

La Morte (con tono insinuante) E lo era?

L'uomo (confuso) Non so. Di fronte al mio inconscio ero ridotto alla nuda possibilità di sentire nell'incapacità… più assoluta di individuare chi o che cosa agiva in me stesso... qualcosa di sottile... di piacevole... altre volte di terribilmente angoscioso. Mi veniva da pensare alle acque chiare, trasparenti dove ero stato immerso per nove mesi prima di nascere...ai turbamenti dell'infanzia... certe volte alla morte. Comunque tutto ciò mi faceva star male... impazzire ed era preferibile un vento di distruzione a quelle sensazioni che non avevano direzione, né oggetto. (guardandosi intorno con apprensione) Dov'è il mio letto... la mia biblioteca... il mio tavolo... i miei libri?

La Morte A che cosa ti servono?

L'uomo (parlando come a se stesso) A loro è legato il mio ricordo... a loro devo tutto... tutto! È difficile farsi ricordare! Ora diventerà… ogni giorno più difficile. Chi si prenderà… questo... chi quello. E quando questo... quello saranno dispersi un pezzo qui, un pezzo là, sarò veramente morto. Non è una bella prospettiva. E avrò poco da gridare quando vedrò uscire da questa porta il mio letto: è mio, è mio! Chi mi sentirà? O quando smonteranno la mia biblioteca per portarla chissà dove, in soffitta...o venderla per pochi soldi... o sfoglieranno i miei libri con un'aria di commiserazione... i miei libri su cui ho sudato notti intere... che ho amato pagina per pagina... sottolineandoli ed ogni sottolineatura voleva dire un pensiero... o un sogno andato a monte.

La Morte (con ironia affettuosa) Certo! Bastava che leggessi qualche frase d'amore e subito una bella riga sotto. Perché? Non eri contento di come eri amato? Desideravi di più? Di più? Non mi sembrava dal di fuori. Forse tenevi ben cucite le pieghe dell'animo o stavi attento a rammendarle quando qualcuna sembrava che cedesse o fosse sdrucita o avesse ceduto. Rammendavi, rammendavi! Hai passato degli anni a rammendare... e che ne hai adesso? Hai vissuto meglio? Purtroppo non sei arrivato alla morte con un abito ben cucito. Ti si vede sotto come sei nudo.

L'uomo (con tristezza) Nudo! (con tono di preghiera) Fammi un piacere! Portami più vicino alla porta e (indica i tubi dell'ossigeno e della trasfusione) toglimi via queste cose che mi fanno ribrezzo! (la morte glieli toglie) Ecco così! (la morte avvicina l'uomo alla porta; l'uomo si china e cerca di guardare fra le fessure)

La Morte Vedi qualcosa?

L'uomo (con delusione) Nulla... nulla! Non è semplice, sai? Poi la mia vista non è più quella di un tempo. (rivolgendosi alla morte) Dovresti aiutarmi.

La Morte In che modo?

L'uomo Guardando per me! È facile! Ti avvicini... ti chini...

La Morte (sorridendo) ....e tu mi butti giù oltre la porta!

L'uomo (con indignazione sincera) No... no! Non so uccidere! Muoio... non vedi che muoio? (socchiude gli occhi con un senso di profonda stanchezza) Ho l'impressione di aver fatto un lungo, immobile sogno... impalpabile, etereo, pieno di ombre che vanno, che vengono...

La Morte (sottovoce, con fastidio) Lo dicono tutti!

L'uomo (con tono risentito, offeso) Non è vero! Sei bugiarda come una pignatta.

La Morte (con un sorriso cattivo) Toh! Non lo sapevo... bugiarda come una pignatta! Dalle mie parti si dice bugiarda e basta. Tutt'al più... bugiardo come un uomo. È nel contesto dell'umanità essere una bugiarderia sola. Dunque... hai l'impressione di aver fatto un lungo immobile sogno...?

L'uomo (con stanchezza) Sì.

La Morte (con tono di nuovo quasi affettuoso) Parli di sogni perché speri che qualche anima buona… bugiarda... ti confermi che sogni. Dubiti. Prendi la morte a goccia a goccia invece di berla tutta d'un fiato. Comunque quando avrai finito di berla, questo lungo, immobile sogno, pieno di ombre che vanno, che vengono, di fuochi che si accendono e si spengono svanirà nel nulla come è nel destino dei sogni. La realtà è diversa; è dura, chiusa, imprigionata e geme nella sua forma.

L'uomo Anche Dio?

La Morte (con decisione) Anche Dio!

L'uomo (implorante) Voglio sapere di Dio.

La Morte (con irritazione) Che cosa? So quello che sai. So che è una Persona perfetta... la più perfetta di tutte. È questo che volevi sapere?

L'uomo (con intenso desiderio) Vorrei incontrarlo.

La Morte (con tono sprezzante) Come? Glorioso... gemente… implorante… misericordioso? Come lo pensi?

L'uomo (con tono ispirato) Glorioso! Devo salire...

La Morte (con tono canzonatorio) ... i sette cieli, poi discenderne due e risalirne quattro... e alla fine...

L'uomo (con angoscia) ... e alla fine?

La Morte (con tono deciso) Eccoti Dio... nome, cognome, indirizzo... come te l'han ben piantato in mente da piccolo... appena nato perché non avessi a dimenticarlo più tardi con l'andare degli anni, come ci si dimentica di un mucchio di cose... (solleva gli occhi in alto con tono di sfida) Dio, nome, cognome, indirizzo... porta in alto, a destra quella del Figlio, a sinistra quella dello Spirito Santo... e porticine più in basso, tutte quelle dei santi... degli angeli... (all'uomo, con ironia) non hai che da bussare; e se non bussi è lo stesso. Sono lì, semichiuse e, dietro, tutti ti attendono per farti le feste... pentito se hai fatto qualcosa di male o se hai ritenuto il cielo per quello che è, un tappeto di stelle inutili... soprattutto lontane... tanto lontane... senza Dio, né nome, né cognome o indirizzo. E la lezione è finita!

L'uomo (con melanconia) Quante stagioni! I miei occhi sono ancora pieni di loro! (animandosi) Ricordo un sentiero in collina... due pietre su cui ci eravamo seduti in silenzio. Era il tramonto... si era d'autunno e il sole spariva alle spalle, ma era ancora chiaro... tanto chiaro. La natura non era mai stata così bella, eppure mai così triste; pareva un solo immenso fiore che stesse per appassire, una sola immensa voce che stesse per finire, una persona viva che stesse per morire... c'era un silenzio profondo e sembrava di essere soli sulla faccia della terra. (la morte s'inginocchia davanti all'uomo) Io le ho cercato le mani e lei me l'ha date; (si guarda le mani) ho ancora sulle mie l'impressione delle sue. In lontananza vedevamo un corteo... forse una processione e quando il vento girava verso di noi, avevamo l'impressione che laggiù cantassero senza poter dire che cosa. L'abbiamo seguita a lungo quella processione di gente che appariva e spariva fra gli alberi. Pensavo: ora sono là su quella strada... fra poco spariranno dietro quella collina o in quella casa o in un posto qualunque, indifferente... pensavo alla frazione infinitesima di tempo che stavo vivendo con quella gente... a tutte le frazioni infinitesime di tempo delle azioni umane... a quella mia frazione infinitesima di tempo... così bella! Era una fanciulla... la prima che ho conosciuto... si chiamava... non so... io la chiamavo farfalla... farfalla...

La Morte (con intensa commozione, in un sussurro) Sono io!

L'uomo (con stupore, entusiasmo; è quasi cieco e cerca, annaspando, le mani che la morte gli tende) Sei tu...? Farfalla... farfalla, stringimi le mani!

La Morte (con tono disperato mentre gli prende le mani) Farfalla si è bruciata le ali!

L'uomo (con commozione e concitazione) Ricordi quel pomeriggio... la prima volta che ti ho chiamata farfalla? Mi è venuto spontaneo chiamarti così, farfalla! Un nome che evoca l'idea di una danza silenziosa da fiore a fiore... leggiadra. Eravamo in un prato pieno di fiori nella luce del sole... nella gioia di vivere. (sorride) Ti eri messa la mia giacca e le braccia ti sparivano nelle maniche.

La Morte (con dolcezza) E tu mi accarezzavi il piede con una carezza lunga, voluttuosa, come volessi imprimertelo nel palmo delle mani per trovarlo… chissà... un attimo dopo quando non avrei più potuto lasciartelo. Avrei voluto liberarlo per batterlo forte per terra, ma la tua carezza era dolce e avevo paura di perderla.

L'uomo (con dolce ironia) Farfalla, volevi comandare al destino d'essere diverso?

La Morte Volevo dire alla terra su cui poggiavo i piedi: sei mia, come il tempo, come la vita che non avevo ancora mai sentita mia. Volevo batterlo in terra per spaccare il sogno, per evocarne il frutto di cui accarezzavo il guscio, ma non ebbi il coraggio di frantumarlo. Non ricordo altro di te.

L'uomo Anch'io, farfalla... come se avessi consumato in quel pomeriggio tutto quello che era possibile vivere dalla nascita alla morte.

La Morte (sottovoce) L'amore deve concentrarsi così…

L'uomo (con rimpianto) Forse... ma divora...

La Morte ... brucia...

L'uomo ... e non rimane che cenere. Ecco ciò che ho vissuto prima di te e dopo quando mi hai lasciato! (con apprensione) Farfalla... da dove vieni farfalla?

La Morte (con tono cupo) Da lontananze misteriose di tempo, da un regno in cui è facile entrare, ma da cui è impossibile uscire. (con triste malizia) Indovini qual è?

L'uomo Il mio cervello...

La Morte No.

L'uomo Il mio cuore...

La Morte No! Nel tuo cuore è stato difficile entrare.

L'uomo (incerto) Non credevo. Per me vi sei entrata naturalmente, senza sforzo; ti ho sempre sentita come una persona conosciuta da tempo, una persona che ritorna, non che arriva per la prima volta.

La Morte Eppure è stato difficile... suppongo come é sempre difficile accettare tutto ciò che è fatale.

L'uomo Tutto è fatale...

La Morte Accettare ciò che si sente fatale... la morte, come l'aria che respiriamo, l'onda che ci lambisce o la terra che ci sostiene. Allora... ti ribellavi.

L'uomo (con agitazione) Non ero io, farfalla; erano le cose, gli oggetti. Ora sono nel silenzio del passato, svanite per sempre, morte, anche se le ricordo a differenza di te che sei viva... viva...

La Morte Viva...! Che strana parola! Così malleabile, duttile, così vuota e così piena di significati! Sei vivo? Sì! Sono viva? Sì! Nel tuo ricordo? Sì! Non so più se sono viva sempre, fuori e dentro di te.

L'uomo (con sicurezza) Tu lo sai, farfalla!

La Morte Non so nulla. Non so se vivevo prima che tu mi ricordassi, non so se continuerò a vivere quando mi dimenticherai. Vivo subordinata a te e tremo di non essere viva, se ti interessi d'altro, se il tuo amore cambia, se il tuo ricordo muore. Appartengo a un regno dove è facile entrare, impossibile uscirne, dove si è dall'eternità o da lontananze misteriose di tempo. Sono la tua bella addormentata nel bosco, giovane, ferma nel tempo, in attesa senza saperlo. I tuoi ricordi mi fanno la guardia, mi difendono, ma mi separano da te; non li voglio, voglio te, sono ubriaca di te, di qualcosa che non esiste sopra questa terra. Vorrei abbracciare l'immenso e sapere che cosa racchiude; vorrei essere tutt'uno con l'universo perché i miei confini non bastano a contenermi; vorrei che tutto avesse il tuo nome, la notte che è così silenziosa, il lago che è uno specchio tremolante, il cielo che è un velo trapunto di stelle; vorrei che la notte, il lago e le stelle non fossero altro da te e da me stessa.

L'uomo (con entusiasmo delirante) Farfalla, tu sei tutt'uno con l'universo! Il mio ricordo non ti confonde con gli altri; non sei la bella circondata dagli alberi, ma la vita della foresta, la radice di ogni pianta. Tutti i nomi nascono dal tuo, tutti i miei ricordi sprofondano in te e ti ritrovano nel punto dove tutte le forme si annullano e tutte le vite si fondono. (con dolcezza) Farfalla, tu sei la luce che illumina il cammino del tempo, la guida che unisce principio e fine, il centro intorno a cui gira la ruota della vita. Ogni generazione ha il tuo nome; non sei madre, ma produci; dentro di te si cammina in punta dei piedi con l'ansia che un rumore, un grido possano turbare la pace... farfalla... farfalla...

La Morte La notte ti ha condotto alle soglie dell'inesprimibile, al desiderio di un atto senza contenuto, né forma, vuoto d'immagine e di parole, perfetto, nudo, eternamente immobile. È inutile alzarsi, tendere le mani; è un'azione mentale. È inutile pensare; è un'azione al di là della mente. È solo possibile viverla, calandosi giù nel profondo. Scendiamoci insieme! (con passione) Addormentati, caro! Il sonno è la via su cui camminano i sogni. I viandanti del sogno si muovono solo quando li lasci, vivono solo quando hai il coraggio di perderli, t'inebriano solo quando non attendi più nulla da loro! (la morte continua a tenere le mani dell'uomo. La luce si attenua) È morto! Egli procede... le mani nelle mani di un'ombra.

 

 

 

F I N E

 

 

 

 

 

FUNERALE  DUEMILA

 

 

 

 

Farsa in due tempi

 

 

 

 

 

 

 

        Personaggi  (in ordine d'entrata) :

 

                        Primo tempo (I PADRI)

 

                        Professore

                        Uomo bianco

                        Uomo giallo

                        Uomo nero

 

 

                        Secondo tempo (LE MADRI)

 

                        Dottore

                        Donna bianca

                        Donna gialla

                        Donna nera

                        Professore

 



 

PRIMO TEMPO

 

 

Scena buia. Ad un tratto una voce pronuncia con tono chiaro e forte:

 

Voce Siamo a Psicòpoli… siamo a Psicòpoli, Attenzione! Parla il professore capo della sezione genetica che ha concluso in questi giorni degli esperimenti fondamentali sulle razze umane. Attenzione! Attenzione! Siamo a Psicòpoli, a tutte le stazioni terrestri e a quelle vaganti, il corpo accademico dell'Università di Psicòpoli ha il piacere di accogliere tutti i rappresentanti delle tre razze fondamentali della terra, Sua Eccellenza la razza bianca… Sua Eccellenza la razza gialla… Sua Eccellenza la razza nera. (con tono imperioso) Luce!

 

La scena s'illumina. Nel centro vi sono tre uomini nudi, seduti per terra, in cerchio, girati uno rispetto all'altro di spalle. Un uomo di una sessantina d'anni, magro, con i capelli grigi in disordine, con la faccia piccola, ossuta, con occhi spiritati dietro gli occhiali, vestito con abiti larghi, antiquati, parla gesticolando, come un esaltato. Nel centro della scena, sul fondo, vi è un'alta tribuna completamente ricoperta da un lenzuolo.

 

Professore È un fatto scientificamente appurato che la teoria dell'incarnazione, pensiero che si perde nella notte dei tempi, è assolutamente esatta. Il merito della scoperta è della scienza della psicologia del profondo, propria di Psicòpoli, questa città del futuro, dove non si nasce e non si muore perché si nasce e si muore altrove. (urlando) Qui si studia e non si fa altro… a Psicòpoli. La psicologia del profondo sa penetrare nel più intimo della psiche umana, nelle sue pieghe, nelle sue sfumature… basta! Sa scoprire, catalogare, riconoscere… nessuna scienza l'uguaglia, nessuna scienza la supera. La psicologia del profondo dice: nulla di più certo che la nostra prima incarnazione fu la scimmia maschio, portata naturalmente dalla scimmia femmina. (rivolgendosi al pubblico) Inutile sorridere! Formidabile problema la mutazione della scimmia in ominide e dell'ominide in uomo! La psicologia del profondo ha buttato in questo problema il suo sguardo avido, indagatore e conosce con esattezza l'ora, il secondo, la frazione di secondo in cui avvenne la mutazione genetica… (urlando) e vi dirò di più: la psicologia del profondo sa da quale gruppo di scimmie si è sviluppato l'ominide e da quale ominide si è sviluppato l'uomo. Basta! Tutto ciò riguarda il passato, invito il rappresentante della razza nera a leggere la sua cartella clinica.

Nero (scattando in piedi, recita a memoria rapidamente) Secondo le indagini, i test, le prove analitiche e psicoanalitiche, le associazioni e i trattamenti di ipnosi, di ipnoanalisi, di visualizzazioni, di regressioni di età negli anni, nei secoli, nei millenni, io fui prima nero, poi bianco, poi giallo.

Professore (con aria estasiata) Bene! Invito il rappresentante della razza gialla a leggere la sua cartella cinica.

Giallo (scattando in piedi, recita a memoria rapidamente) Secondo le indagini i test, le prove analitiche e psicoanalitiche, le associazioni e i trattamenti di ipnosi, di ipnoanalisi, di visualizzazioni, di regressioni di età negli anni, nei secoli, nei millenni, io fui prima nero, poi bianco, poi giallo.

Professore (con aria estasiata) Molto bene! Invito il rappresentante della razza bianca a leggere la sua cartella clinica.

Bianco (scattando in piedi, recita a memoria rapidamente) Secondo le indagini, i test, le prove analitiche e psicoanalitiche, le associazioni e i trattamenti di ipnosi, di ipnoanalisi, di visualizzazioni, di regressioni di età negli anni, nei secoli, nei millenni, io fui prima giallo, poi nero, poi bianco.

Professore (con tono delirante) Entusiasmante! (rivolgendosi al pubblico)Metempsicosi… trasmigrazione… integrazione nei millenni uno nell'altro! Tutto questo salta fuori dagli studi della psicologia del profondo! Siete formati gli uni coi pezzi degli altri! (si avvicina al bianco) Tu fosti giallo, poi nero, poi bianco! (al giallo) Tu nero, poi bianco, poi giallo! (al nero) Tu bianco, poi giallo, poi nero! Mistero della natura che vi compenetra, che ha messo fra voi le condizioni di una pace eterna! Voltatevi! (i tre uomini si voltano, uno di fronte agli altri) Unite le mani! (i tre uomini uniscono le mani fra loro) Dalle mani allo sguardo vi sentite fratelli! Dal futuro la rivelazione di ciò che vi attende! (urla con gioia delirante) Ed ora attenzione, attenzione! Il caso più strabiliante! (con gesti melodrammatici) Qui veramente manca la parola per esprimere tutta la profondità abissale della nostra meraviglia! (con aria di mistero) Una persona vivente che non sa, che non può parlare, messa nelle spire della macchina che afferra qualunque più impercettibile sospiro del nostro cervello, collegata all'ultimo tipo, il più ineguagliabile, il più perfetto, insuperabile calcolatore elettronico, mi ha svelato, per puro caso, di essere l'incarnazione finale di una lunghissima serie di uomini bianchi, neri e gialli… c'è… c'è… ve la farò vedere! (indica la tribuna di fondo) È là! La prodigiosa, spettacolare scoperta è stata fatta dal sottoscritto… e vi racconto come. Me ne andavo un giorno per diletto nella più grande e formidabile foresta della terra ed un essere mi si mise al fianco. Non aveva nulla di umano, lo cacciai ed egli, per nulla spaventato, mi ritornò vicino. Lo cacciai di nuovo con urla terrificanti, bestiali: nulla! Cercai di ucciderlo… ed egli… ed egli con occhio umano… superumano, mi parea dicesse: quale bestialità tu, uomo, stai facendo! Meravigliato: vieni, gli dissi, tendendogli le mani ed egli venne. (mimica quello che dice) Uscimmo così dalla foresta, mano nella mano. Ero stupito di me stesso e intanto un pensiero si faceva strada nella mia mente. E se costui fosse l'incarnazione finale più avanzata di tutta l'evoluzione umana, gialla bianca e nera? Lo saggerò nel fuoco, lo esporrò ad una somma di radiazioni da incenerire la terra, lo infilerò nel crogiolo di una bomba al plutonio, al cadmio, all'idrogeno, all'elio, che, come voi sapete, è come stare nel nucleo più profondo e terrificante del sole stesso. E così feci! Resistette a tutto! È qua! Uscito vivo dal calore tremendo di una stella, dal bagliore insostenibile di una cometa, dalle spire infuocate di una nebulosa! Eccolo! (scopre la tribuna. Sulla tribuna, sotto una campana di vetro c'è una comunissima scimmia) Scimmia! Vi stupite! Scimmia! (ritorna serio) Ma non è una scimmia, anche se vi sembra una scimmia. Ho sacrificato centinaia di migliaia di comuni scimmie sottoponendole agli esperimenti di cui ho parlato prima: esse sono cenere! Costei no! È passata indenne! (cade in ginocchio ai piedi della tribuna) Sulla mia coscienza di scienziato proclamo ed affermo che costei non è una scimmia, ma l'incarnazione di tutto quello che noi saremo fra migliaia di anni… resistenti ai raggi cosmici, insensibili alle radiazioni atomiche, indifferenti al calore, all'urto, alla violenza delle esplosioni nucleari. (con tono quasi di preghiera) Guardiamola con rispetto! Ora è un esemplare unico, ma l'evoluzione inizia così… da pochi casi che vivono e sopravvivono. Mentre gli inadatti, i simili… (urlando) noi, soccombono, loro si moltiplicano e si diffondono fino a coprire, come una macchia d'olio, tutta la terra. (si alza e s'avvicina ai tre uomini seduti per terra, pensieroso) Eppure vi è un problema che non sono ancora riuscito a risolvere. Chi fra costoro, bianco, nero o giallo, sopravviverà per trasformarsi in scimmia (e indica la scimmia) nella più alta, nella più nobile realtà futura?

Nero (balzando in piedi) Io!

Giallo              (                      )  Io!

Nero                (                      )  Io!

Professore (con accento di invocazione, rivolto alla scimmia) Ah… potessi parlare! (come colpito da un pensiero improvviso) Ma forse qualcuno di voi può capirla… perché parla, parla… in continuità… una lingua sconosciuta… signorina! Il disco Xbeta 4976… sentite… sentite…

 

Si odono dei suoni gutturali e stridii.

 

Nero (in piedi con le braccia conserte, serio) Dice che è nero.

Giallo (in piedi con le braccia conserte, serio) Io ho sentito chiaramente che ha detto giallo.

Bianco (in piedi con le braccia conserte, serio) Io ho capito perfettamente che ad un certo momento ha detto bianco. (con impeto) Professore, mi ceda questo esemplare! Io so benissimo come fargli dire che era bianco.

Giallo (ora i tre personaggi iniziano a muoversi come persone reali, ironico) Crede di saperlo lui solo?

Bianco (con astio) Meglio di tutti!

Nero (contraendo i poderosi muscoli delle braccia) Non meglio di me… e lo comprenderete subito! (avanza minaccioso verso il bianco e il giallo, il professore si getta davanti al bianco e al giallo difendendoli con la sua persona) Fermo! Fermo! E se uno di costoro fosse il prototipo misterioso, l'ultimo stadio, il nostro anello estremo di congiunzione con il futuro uomo scimmia?

Bianco (nascondendosi dietro le spalle del professore e indicando il nero) Non è lui di certo!

Professore (voltandosi) Chi te lo dice?

Bianco La sua arroganza…

Giallo La sua crudeltà…

Bianco La sua lussuria…

Nero (con ira furibonda) La sua arroganza… la sua arroganza… la sua lussuria… la tua lussuria, bianco, è più sfrenata e lurida della più lurida scimmia…

Professore (corre verso la scimmia e la guarda con occhio implorante) Scusalo, uomo scimmia! Non sa quello che dice! Ha sofferto e molto! Fatto a brani dai bianchi… ora adulato dai gialli… domani ingoiato da tutti e due… (si odono suoni gutturali e stridii, con aria spiritata) l'uomo scimmia ha parlato! Ha capito il suo discorso… l'ha già fatto altre volte… tutte le volte che di fronte a lui si offende la scimmia!

Bianco Lo è!

Professore (afferrando il bianco per le braccia) Non lo è! (con rabbia) Tu, bianco, sei cinico, ironico, mordace, lussurioso, maledetto!

Bianco Parlerò al mio governo razziale… supernazionale e gli farò decretare lo sterminio totale, assoluto della razza bianca e nera…

Giallo Non ci riuscirai.

Bianco Giallo… ne ho un'esperienza formidabile! La razza degli ebrei che ancora vegeta da qualche parte della terra c'è mancato poco che scomparisse tutta, se non avessimo fatto in tempo a scoprire la bomba atomica…

Professore (stupito) Ma sei stato bianco e nero…

Bianco (con arroganza) Ed ora sono bianco! E me ne vanto! Sacrilego, corruttore di minorenni, spergiuro, ipocrita sadico, vendicativo… tutto… tutto! Ho sempre avuto una legge: essere l'ultimo e rimanere in piedi! Dai tempi dei tempi la razza bianca è sempre stata destinata a dominare le altre… pietà, amore, li ha sempre predicati in vista di dominare meglio.

Nero Che luridume!

Bianco (con furia) La storia non si cancella con gli insulti, ma con le bombe atomiche… la tua, nero… la tua, giallo… (il giallo e il nero si stingono fra di loro) Vi coalizzate contro di me, ridicoli! Il potenziale cerebrale bianco supera di gran lunga i potenziali cerebrali nero e giallo messi insieme… vi strozzerò con le mie mani!

Giallo (riprendendo un tono ironico) La mia educazione mi impedisce di battermi con un gorilla…

Bianco (avanzando minaccioso) Gorilla, a me!

Nero (facendosi avanti e mettendosi davanti al giallo) Provati, pezzente di un bianco!

 

Si odono suoni gutturali e stridii.

 

Professore (ributtandosi ai piedi della tribuna) Ha parlato! Scimmia benedetta, frutto futuro delle generazioni umane, traduci con la tua intelligenza superiore che ormai spazia senza fatica nell'universo intero quello che hai detto… cosa… cosa? (trionfante) Ha detto: pace!

Giallo (sedendosi a terra, con aria pensierosa) Ma se faccio pace… come potrà svilupparsi questo prototipo dell'umanità futura? Professore, non ha detto che questa scimmia resiste alle esplosioni atomiche?

Professore (stupito) Sì.

Giallo … e alle radiazioni cosmiche e alle reazioni stellari?

Professore Certamente.

Giallo È evidente che solo sterminandoci piacevolmente con tonnellate di uranio, plutonio, elio… con tutto l'idrogeno degli strati alti dell'atmosfera e, finito questo, con tutto quello chiuso nelle molecole d'acqua degli sterminati oceani gli permetteremo di essere quella macchia d'olio che ungerà la terra. Non le pare?

Professore (serio) Sei sottile, giallo.

Giallo È una prerogativa della mia razza.

Professore (entusiasmandosi) La scienza non può sottovalutare la tua idea.

Giallo (con malignità) Il bianco ha già incominciato… ora lotta perché non continuino gli altri. Bianco?

Bianco (calmo) Giallo?

Giallo Sei d'accordo di sterminare il nero?

Nero (buttandosi dietro le spalle del professore. Ha gli occhi spiritati dalla paura.) Professore…

Bianco Io, sì. E poi?

Giallo Sapremo già di sicuro che non è lui il progenitore dell'uomo scimmia futuro. Il professore ce ne sarà grato perché accelereremo i suoi esperimenti. Via il nero… poi il bianco… (conta sulle dita) non rimarrà che il giallo.

Nero (si butta dietro le spalle del bianco) Bianco?

Bianco (con tono interrogativo) Nero!

Nero Dammi le tue bombe atomiche! Gliele butterò in testa! Hai dei missili radiocomandati?

Bianco Ce li ha anche lui!

Nero Hai dei satelliti che possono scaraventare le bombe dove si vuole?

Bianco E li ha anche lui! Tu che cosa hai?

Nero (costernato) Nulla!

Bianco (con disprezzo) Tu non sai fare altro che ballare e cantare.

Nero (disperato)… e morire…

Bianco (con aria di mistero) Ti insegnerò un'astuzia.

Nero Qual è?

Bianco Allesti con lui (e indica il giallo) e poi l'uccidi.

Nero Sono troppi. Facciamo pace.

 

Si siedono per terra nella posizione di prima.

 

Bianco Giallo?

Giallo Bianco?

Bianco Facciamo pace… al diavolo l'uomo scimmia futuro!

Giallo Vada con Buddha!

Nero Amen!

 

Chinano la testa rimanendo immobili come statue. Il professore passa dietro la tribuna, sale su una scaletta e afferra la scimmia. Questa si lascia prendere in braccio, il professore prende da una tasca delle noccioline e gliele dà. La scimmia si mette coscienziosamente ad aprirle e a mangiarle.

 

Professore Ti lascerò andare, piccola scimmietta mia! Va' nella tua foresta, cresci e moltiplicati. L'uomo non tarderà a raggiungerti… è troppo sordo alla scienza… è troppo freddo all'amore… è troppo pieno di odio! Senza gli uomini tu sarai il capostipite di una nuova razza e voglia il cielo che sia più umana di quella umana di cui prendi il posto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SECONDO TEMPO

 

 

LE MADRI

 

 

Un po' di lato sul palcoscenico vi è un gruppo di tre donne sedute in cerchio. Di fronte una bianca, bionda, magra, molto dipinta, (e che continua a dipingersi il viso) vestita con una camicetta trasparente attraverso cui si vede un reggiseno minuscolo e una minigonna. Ai suoi lati una donna gialla, carina, dall'espressione maliziosa, vestita con un lungo abito bianco che però presenta un ampio spacco laterale che le mette in mostra tutta una gamba fin oltre il bacino. A sinistra una donna negra, alta. slanciata, quasi completamente nuda, un minuscolo vestito, tipo costume da bagno, le copre scarsamente seno e basso ventre. Dopo un po' entra in scena un uomo alto, dalla corporatura atletica, vestito con un lungo camice bianco chiuso al collo, con un berretto bianco in testa e una garza a mascherina sulla faccia. Tiene le braccia alzate come un chirurgo che si prepara all'operazione, ha le mani infilate in guanti di gomma. Entrando si toglie la garza, il. berretto e i guanti che si infila in tasca.

 

Dottore (con tono nervoso, autoritario) Chi è la madre? (nessuna risponde) Perché non rispondete? (ironico) Ah, capisco! Quella che di voi che è la madre non ha il coraggio di confessare di aver partorito il mostro che c'è qui sotto! (in questo istante viene spinto in scena un carrello con sopra una forma tipo umana coperta da un lenzuolo) In fondo ha ragione. (con rabbia) E le altre sono conniventi! (ironico) Se non fosse assurdo penserei che l'avete partorito un pezzo a testa.

Gialla Non è assurdo, dottore, può anche non crederci: l'abbiamo partorito un pezzo a testa.

Dottore (divertito) Questa è bella. (ironico) Da un solo padre?

Negra (sollevandosi con dignità sulle ginocchia) Non siamo sgualdrine, ma delle donne onorate. Ognuna di noi ha partorito il suo pezzo dal suo uomo. Che colpa ne abbiamo noi se la natura ha stabilito così? Un pezzo a testa e il nostro figlio comune è il mostro che le abbiamo portato perché lei lo operi e lo guarisca.

Bianca (sorridendo con malizia) Però potevamo anche averlo avuto tutte insieme dallo stesso uomo. Mi dicono che un tempo c'erano molte donne e pochi uomini e un uomo andava con parecchie donne, ma il risultato era lo stesso. Ogni donna partoriva il suo pezzo di figlio e tutti i pezzi insieme facevano il mostro che abbiamo avuto noi. (con decisione) Bando alle chiacchiere! Che cosa ha combinato di là con nostro figlio?

Dottore Nulla!

Gialla Nulla?

Dottore Ve l'avevo detto che non mi assumevo nessuna responsabilità.

Nera (terrorizzata) L'ha ucciso?

Dottore No, Dio me ne guardi! Non voglio discutere se per lui è meglio vivere o morire. Questo è un problema che non riguarda la medicina ed io sono stato chiamato come medico.

Bianca E si è fatto pagare prima…

Dottore (risentito) Prima o dopo che differenza fa? Farsi pagare prima è solo una questione di prudenza. Se non avessi potuto far nulla, come è successo, voi non mi avreste più pagato. Invece così la mia parcella è a posto, non è cinismo né cattiva volontà. Se non mi aveste pagato prima non l'avrei visitato attentamente come ho fatto, effettuando esami su esami. Vi dico francamente che sono sfinito, sfido qualunque medico a fare di più di quello che ho fatto io. Spero che vi sarete accorte di come lunga è stata la visita.

Gialla (ingenuamente) Oh, sì. Aspettando di qua non sapevamo più che dirci. Qualcuno ha persino insinuato che lei si fosse addormentato.

Dottore (irritato) In questo caso la visita non sarebbe stata così breve! Se qualcuno ha dormito, è stato questo vostro figlio. (e indica la forma sul lettino) Già quando ho iniziato a visitarlo, sbadigliava in continuità. In un primo tempo ho persino pensato che fosse drogato, poi quando mi sono accorto che è affetto da idiozia galoppante, tutto è stato chiaro. Uno dei sintomi dell'idiozia galoppante è il sonno.

Nera Ma anche noi dormiamo.

Dottore Non fraintendetemi! Anch'io dormo, ma non sono idiota.

Bianca Ce ne siamo accorte. Lei deve essere un tipo molto furbo.

Dottore (lusingato) Oh, Dio! Mi difendo! Senza astuzia è difficile vivere.

Bianca (irritata) E viene a dirlo proprio a noi?

Dottore (misterioso) Non mi riferisco ai clienti, ma… ad altra gente.

Gialla (insinuante) Quale, di grazia?

Dottore (duro) Non sono tenuto a dirvelo.

Bianca (maliziosa) Ce lo dica! Terremo il segreto.

Dottore E va bene! Mi riferisco ai colleghi.

Gialla (stupita) Ah, tra voi usate l'astuzia? È un metodo o un'arma?

Dottore (con tracotanza) È un metodo e un'arma. Un metodo non è un metodo se non è un'arma, e un'arma prima di essere un'arma deve essere un metodo.

Bianca Lei parla troppo difficile. Mi ricorda il mio professore di filosofia che sembrava si divertisse a far girare le parole su se stesse, come fossero trottole. Credeva di essere intelligente, a me faceva pietà.

Dottore (con commiserazione) Perché non lo comprendevi. Il gioco della logica è una ginnastica che pochi sanno fare. Fra costoro non vi siete senz'altro voi e vostro figlio.

Nera E lei crede di esserci?

Dottore Modestamente sì. I problemi del pensiero mi hanno sempre affascinato, non mi sono mai lasciato adescare dalle impressioni. L'impressione non da garanzie sufficienti, l'impressione soddisfa gli scemi, non le persone intelligenti.

Bianca Dottore, lei ammette l'anima?

Dottore (con forza) No!

Bianca Io provo spesso l'impressione di essere un po' allo stretto dentro il mio corpo.

Dottore (con indifferenza) Io mi ci trovo benissimo.

Gialla Qualche volta capita anche a me…

Nera Anche a me…

Bianca Se non ti senti un po' stretta, è perché l'anima gonfia dentro di voi.

Dottore (con disprezzo) Non ho mai sentito delle assurdità simili.

Gialla (con umiltà) Dottore, non se l'abbia a male, noi siamo delle donne che parlano come possono.

Dottore Siete ridicole! Sembrate delle anatre che pretendono di volare come dei gabbiani. Permetti una domanda?

Bianca Anche due, dottore.

Dottore E come ti senti quando sgonfi?

Bianca (con vivacità) Bene! Sono i momenti in cui mi viene voglia di piangere… o quelli in cui desidero fare cose grandi, impossibili. Sono i momenti fatali della mia vita… quelli in cui desidero morire.

Dottore Mi avete fatto diventare triste. (quasi con affetto) Venite qua. (le tre donne gli scivolano intorno) Vi faccio una confidenza. Sulla morte siamo tutti specialisti uguali. Ne sa il dottore, come il parroco, come il presidente della repubblica o l'ultimo cittadino. A proposito che ne facciamo di questo vostro figlio?

Bianca Che cosa vuole che ne facciamo? Ce lo riportiamo a casa, avevamo riposto tante speranze nella vostra visita.

Dottore (avvicinandosi al lettino) Non è che si debba catalogare fra gli anormali… in fin dei conti non è anormale uno che fa una cosa che si è sempre fatta dai tempi dei tempi. Gli uomini si sono sempre mangiati fra di loro, quindi se vostro figlio ha la malattia di mangiarsi dita, gambe, fegato, cuore, fa come ha sempre fatto suo padre, suo nonno e via di questo passo. La realtà è che non so curarvelo.

Nera Ma perché questo nostro figlio continua a mangiare se stesso e non qualcos'altro che ci faccia meno pena?

Dottore L'unica spiegazione che posso darvi è che è insensibile, come dire, al dolore di mangiarsi. Ti faccio un esempio: prova a mangiarti un'unghia, senti dolore?

Nera No.

Dottore Mangiatevi allora quella pellina che circonda l'unghia. Provate dolore?

Nera Qualche volta sì.

Dottore Continuate allora a mangiare la pelle oltre la pellina.

Nera Non posso, mi fa male.

Dottore (trionfante) Ecco il punto, ti fa male. Ma se non ti facesse male ti mangeresti?

Nera (incerta) Può darsi.

Dottore Questo è il caso di tuo figlio. La natura non l'ha dotato di sensibilità al dolore e lui trova perfettamente normale mangiarsi ora una ora un'altra parte del suo corpo e sceglie sempre le più delicate, sicuramente perché sono più buone. (con aria dottorale) Vostro figlio è un caso rarissimo di autoantropofagia naturale per assoluta mancanza di sensibilità al dolore. Teoricamente potete fare di lui quello che volete, pestarlo, squartarlo, ustionarlo, morderlo…

Gialla (con tono di rimprovero) Dottore!

Dottore Ti stupisci? Ma se l'hai detto tu stessa che è insensibile a tutto, a ragionamenti, a pietà! A proposito di pietà, gli avete parlato di religione, di Dio, dell'anima?

Bianca Sì, da quando è nato! Sono state le prime parole che gli abbiamo detto.

Dottore E che reazione aveva?

Bianca (disillusa) Ci stava a sentire… convinto e noi eravamo sicure che la pietà sarebbe stata per lui la sua regola per tutta la vita. Da piccolo sembrava solido nei principi morali. Niente da fare! Alla prima occasione incominciava a mangiarsi, come suo padre, come suo nonno, mandando al diavolo i principi morali che gli avevamo insegnato. Certe volte è tranquillo, ma noi ci domandiamo angosciate su quale parte si sfogherà prossimamente la sua furia antropofaga. Ormai siamo abituate e ci teniamo sempre pronte al danno.

Dottore Che cosa fate?

Bianca (con agitazione) Cerchiamo di tamponare l'emorragia, di disinfettarlo, di fasciarlo, di curargli i brandelli di carne che gli pendono da tutte le parti. Cerchiamo di tenerlo, di immobilizzarlo, ma egli lotta disperatamente contro i nostri sforzi, sembra un ossesso, gli occhi gli escono dalle orbite, schiuma alla bocca, emette ululati feroci, si dibatte e vince. Noi urliamo, imprechiamo, ci rotoliamo per terra, lo supplichiamo dicendo che abbia pietà delle sue madri terrorizzate, affrante, disperate. Non ci ascolta, non ci guarda nemmeno e se qualcuna di noi per caso gli cade davanti, ci scosta col piede e ci da un calcio per mandarci via. Così siamo ridotte noi, madri della terra, di tutta la terra! Passiamo a schiere davanti a lui, incatenate al suo vizio, ci alterniamo secondo la parte del corpo che egli si morde e si strazia. Nessuna riesce a farlo desistere! Chiuso in se stesso, continua a cibarsi di sé. Grava su di lui una maledizione eterna e intanto dentro di noi qualcosa si muove, che cos'è? È un pezzettino dell'umanità futura, un altro che conosce già dal padre come e dove deve mangiarsi.

Gialla E poi… c'è dell'altro che ci preoccupa…

Dottore Che cosa?

Gialla Nostro figlio ingrassa in maniera impressionante, noi lo confrontiamo con suo padre: è già tre volte più grosso di lui e suo padre era già una volta e mezza nostro suocero. Di questo passo cosa sarà nostro nipote? Un colosso che non starà più su questa terra. (con disperazione) Già adesso due terzi del suo corpo non è nutrito a sufficienza. Nostro figlio ha fame e ogni giorno di più perché misteriosamente ingrassa pur mangiando di meno.

Dottore (incerto) Ci sono sempre gli oceani… i mari…

Nera Vuole annegarlo?

Dottore (scandalizzato) No! Voglio dire che gli oceani, i mari… sono un serbatoio immenso di sostanze nutritive.

Bianca Lo sappiamo! Ma, per piacere, serva lei a nostro figlio un bel piatto di alghe e vedrà che bella accoglienza riceve. Noi ci siamo provate!  E oltre alla fame ha sete e anche per l'acqua incominciamo ad avere un diavolo per capello quando dobbiamo procurarcene. Stiamo studiando il sistema di trasformare il mare in acqua potabile. Dopo tutto questo non può accusarci di imprevidenza!  

Dottore No, no senz'altro. Anzi, vedo che fate tutto il possibile per accontentarlo. Lui ingrassa e voi aumentate i mezzi per sfamarlo. Ma se lui diminuisse?

Nera Come mai?

Dottore (raccogliendole vicino a sé, con aria misteriosa) I pezzettini… i pezzettini… che ognuna di voi gli consegna giorno per giorno… mettendoli un po' uno dietro l'altro… e aumentandoli di quelli che non muoiono mai… aggiungete che sono sparite le malattie che un tempo vi spazzavano via come mosche… la morte non gira più per le nostre case come un ospite abituale e, quando appare, deve accontentarsi dei vecchissimi, solo di quelli che non si può fare a meno di consegnarglieli, se no diventano immortali. (pensieroso) Si parla della luna… di Venere, ma le ultime notizie non sono incoraggianti. La luna è spettrale, lugubre, mezza calda e mezza fredda, qualcosa tra un vulcano e un deserto. Venere poi ha un'atmosfera così densa che su di lei si volerebbe invece di camminare, a parte il fatto che ha un'aria irrespirabile. L'unica soluzione è che voi donne facciate meno figli.

Bianca Tutto qui?

Dottore E ti par poco?

Gialla Veramente c'eravamo giunte anche noi, ma dovrebbe convincere i nostri mariti a non farcene fare.

Dottore (pensieroso) È molto difficile! A sentire certi discorsi sembra che gli uomini non abbiano altro per il capo che godere fino all'esaurimento le gioie del sesso. Parlare di goderne un po' meno è, secondo alcuni, andare contro la realtà dei fatti. L'astinenza è un mito… sì, un mito.

Bianca E voi medici fate di tutto per aumentare e prolungare la virilità dei nostri mariti.

Dottore È naturale, quando si giudica la vitalità di un uomo non da quello che ha in testa, ma dalle sue capacità sessuali, che cosa può fare un medico se non curare ciò che domani, se insoddisfatto può dare inizio alla pazzia a spirale, alla demenza per risonanza? (con entusiasmo) Ma io vi do la cura… vi do la cura…

Tutte e tre (con ansia) Dottore… dottore!

Dottore Chiudete gli occhi e tendete le mani… (raccoglie le mani delle tre donne) afferrate… stringete e via! (lascia cadere nelle mani delle tre donne una manciata di pillole. Le donne aprono gli occhi stupefatte) Via… via! (le donne si alzano gioiose, stringendo al seno le pillole ed escono rapidamente di scena) Istruzioni a parte!

 

Entra il professore del primo atto. Coccola la sua scimmietta continuando a darle delle noccioline e sorridendo felice.

 

Dottore (tendendo al professore un pugno di pillole) Professore, ne vuole qualcuna per la sua scimmietta?

Professore (preoccupato, stringendo la scimmia come a difenderla) No! (la guarda con affetto e l'accarezza) La mia scimmia è cara, è dolce, è il prototipo dell'umanità futura! E si moltiplicherà e i suoi figli saranno numerosi come le stelle in cielo! (è colpito da un'idea improvvisa e si avvicina al lettino) A meno che…

Dottore (storcendo la faccia) A meno che?

Professore (con aria spiritata) Trapiantare…

Dottore (cercando di capire) Che cosa?

Professore (con entusiasmo frenetico, tendendogli la scimmia) Tutto! Cervello, cuore, polmoni, fegato, milza… con l'ipnosi… con l'anestesia ipnotica…

Dottore (incerto) Ma a quale dei due?

Professore Quello che vuole!

Dottore (ancora incerto, ma quasi convinto) Sono tutti e due vivi. (con decisione) Uccidiamo la scimmia!

Professore (spaventato, ritraendola e stringendosela al petto) Mai!

Dottore Allora non è possibile!

Professore Perché?

Dottore Ippocrate proibisce di uccidere un uomo… chiunque egli sia… sia un genio o un mostro…

Professore (corrugando la fronte e facendo uno sforzo per ricordare) Ippocrate… chi era costui? (poi con indifferenza voltandosi e avviandosi per uscire) Sarà per un'altra volta… per un'altra volta… quando morirà l'uomo…

Dottore (forte) O la scimmia!

Professore (stringendosi la scimmia e parlandole con tono affettuoso) No, questa scimmia no, non può morire! (entusiasmandosi) Non potrà mai morire… non vi è che lei oltre le bombe atomiche che saranno usate… che bruceranno tutto… non rimarrà che lei… la mia scimmietta atomica… a raffreddare l'astro che ora si chiama terra… per un nuovo ciclo… per una nuova era… (esce)

 

 

SIPARIO


 

 

 

 

 

 

IL  BUFFONE

 

 

 

 

 

 

 

Dramma in un atto

 

(Eremo, domenica 20/6/71)

 

 

 

 

 

 

                        Personaggi:

 

                        Un vecchio - Giuseppe

                        Una prostituta - Maria

                        Una donna - Elisabetta

                        Un giovane



 

Soffitta misera. Mobili vecchi, decrepiti; un canterano, un comodino da notte, un lavabo con la brocca, un tavolino al centro e uno al fondo, tutto disposto male, in disordine. Nella sua metà di sinistra la stanza è divisa da una tenda.  Sulla parete dallo stesso lato vi sono dei piani carichi di libri d'arte, messi alla rinfusa.  Una donna sulla sessantina è seduta al tavolino sul fondo e alla luce di una vecchia abat-jour sta lavorando a maglia.  È una donna dall'aspetto comune, grassa, grigia di capelli, dall'espressione bonaria.  Dopo qualche minuto si odono dei rumori di passi sulle scale, molto concitati e accompagnati dal rumore di un bastone.  Ad un tratto, a destra, si ode il rumore di una porta che si apre ed entra in scena un vecchietto curvo, sciancato, molto eccitato che trascina, tenendolo per mano, un giovane di una ventina d'anni, ben vestito.  Il vecchietto ha un aspetto allegro, giulivo e la sua mimica tradisce una forte emozione; porta occhiali montati su montatura di ferro, all'antica;  una forte miopia condizionerà un po' tutta la sua mimica che nel dramma è essenzialmente accentrata sul fatto che il vecchio deve consultare molti libri e, per leggerli, è costretto a chinarsi molto su questi fino a toccarli col naso.  Al contrario il giovane cammina come un sonnambulo, rigido col corpo, gli occhi fermi e vuoti con un'espressione composta, ma assente, priva di qualsiasi mimica, ferma in una dimensione statica, fuori del tempo; è alto, magro, bello d'aspetto, fisionomia regolare, simpatica; ha lunghi capelli castani che gli scendono abbondanti sulle spalle.

 

Vecchio Vieni... vieni avanti... (lo trascina fino al centro della scena, prende una seggiola e lo fa sedere) Ecco, siediti qua! (gli si pone davanti e gli aggiusta una luce a braccio sul tavolo in modo da illuminarlo fortemente) Sei tu! Sei tu! Uguale... identico! (si volta di scatto) Aspetta! (corre alla libreria e cerca affannosamente un libro; gliene cascano in terra parecchi; finalmente trova quello che cerca e ritorna verso il giovane; intanto lo sfoglia; è un libro di riproduzioni artistiche) Sì... sì (trova la pagina che cercava e guarda alternativamente il giovane e il dipinto) Non c'è dubbio! (posa il libro sul tavolo e si dirige verso il fondo della scena) Maria, Maria!

Maria (da dietro la tenda con tono assonnato) Che cosa c'è?

Vecchio (con tono persuasivo, gentile) Alzati!

Maria (con tono lamentevole) Ma no... lasciami dormire... sono stanca!

Vecchio C'è qui uno che è più stanco di te.

Maria (si sente che si rigira nel letto) E mettilo a dormire qui... io mi tiro un po' più in là.

Vecchio (eccitatissimo) Non posso!

Maria (con irritazione) Ma perché non puoi? Se ha il sonno che ho io, non si accorge nemmeno che ci sono. (con tono supplichevole) Per piacere, lasciami dormire. Che ore sono?

Vecchio Le otto.

Maria È presto. Se parli ancora un po', il sonno se ne va e non lo riacchiappo più.

Vecchio (con tono amichevole) Senti. Ti lascerei volentieri. Ma debbo aver il letto libero... subito!

Maria (girandosi nel letto) Sei noioso. Prima me lo dai; poi me lo richiedi.

Vecchio Non è colpa mia.

Maria E di chi allora?

Vecchio Di uno che è più stanco di te.

Maria (con irritazione) Uff... lo sapevo che non dovevo accettare.

Donna Sei ingiusta. È il suo letto, sai? Ti ha lasciato fare una tirata di sonno che sicuramente non facevi da un pezzo. Alzati! Se te lo chiede, ha i suoi motivi.

Maria E va bene! (si alza a sedere sul letto. Accende una piccola luce e si vede la sua ombra proiettarsi sulla tenda)

Maria Chi è questo tizio?

Vecchio (con aria astuta) È un mio segreto. Penso che abbia sonno.

Maria (si stira, sollevando le braccia) Ah, pensi soltanto? Accidenti! (si vede l'ombra di Maria che si piega su se stessa)

Vecchio Che cosa hai?

Maria (urlando) Male! Ieri sera ho mangiato in quella lurida taverna... lo sapevo! Danno da mangiare roba vecchia... avariata. Non hai un calmante?

Donna (senza alzare gli occhi dal suo lavoro) Fatti un decotto di malva.

Maria (con disprezzo) Malva! Non hai che la malva per la testa.  Per te va bene per tutto, dai crampi allo stomaco all'unghia incarnata.

Vecchio (è andato a prendere qualcosa nel comodino da notte) Ecco, prendi. Forse non ti sei liberata.

Maria (prendendo la pillola) No. Sono andata. È stomaco, non intestino.

Donna (con calma) Allora malva. Decotto di malva.

Maria (dall'ombra si comprende che beve e trangugia la pastiglia) Va' al diavolo!

Vecchio Passa?

Maria Un poco.

Vecchio L'imprecazione ti ha fatto bene.

Maria (dall'ombra si comprende che si massaggia il ventre) Sì... serve... come un buon massaggio.

Vecchio Ti scarica. Se non hai vomito, è un disturbo nervoso. I disturbi nervosi si curano così... invitandoli con buone maniere ad andarsene al diavolo. (ritorna al tavolo e riprende a guardare il giovane e il dipinto) Io so più cose di quanto immagini. Gli uomini anticamente caricavano sulla schiena di un caprone i disturbi di tutti e mandavano la bestia a morire nel deserto. Era un modo di mandare al diavolo tutto ciò che non faceva comodo tenersi dentro.

Maria (si distende sul letto) Anche un'indigestione?

Vecchio Anche un'indigestione.

Donna (impassibile) Per me l'unica cosa che serve è il decotto di malva.

Maria (rimettendosi a sedere) L'hai già detto in tutte le salse.

Donna E ci aggiungo una scorza di limone. Così faceva mia madre, mia nonna. Curavano tutto: il mal di pancia, i reumatismi e le possessioni diaboliche.

Maria (con violenza) Taci, strega! Le possessioni diaboliche non esistono più... non sono mai esistite!

Donna (con calma ironia) Se non sono mai esistite, perché te la pigli tanto?

Maria (dall'ombra si comprende che si alza e si veste) Perché non voglio sentirne parlare.

Donna Non mettere su arie da padrona. Qui non lo sei.

Maria Lo sono come lo sei tu. (al vecchio che sta sempre studiando con attenzione il giovane e il dipinto) Ehi, tu...?

Vecchio (senza distrarsi) Che cosa vuoi?

Maria (continua a vestirsi) Permetti che si parli in casa tua di possessioni diaboliche?

Vecchio Per me parlane pure. Io so più cose di quanto immagini.

Maria L'hai già detto.

Vecchio I latini dicevano: giova ripetere.

Maria Non le fesserie! Le fesserie puoi ripeterle finché vuoi; non le cambi; rimangono fesserie.

Donna (con tono serio) Le possessioni diaboliche non sono fesserie.

Maria (con tono ilare) Sono un modo allegro per interpretare le crisi isteriche delle donne. Un tempo le isteriche le bruciavano vive. Ora per fortuna le portano in ospedale.

Donna L'isterismo non è possessione demoniaca. Questo diceva mia madre, mia nonna. Per la possessione demoniaca non c'è altro mezzo che il fuoco.

Maria È barbaro! Ridicolo! Puoi bruciare i diavoli senza le donne? Bella salvezza! Come se per ammazzare i bacilli di una malattia, ammazzassi anche il malato. Fosse così, mi tengo i bacilli. Sono una compagnia preferibile alla morte. (con tono forte, rivolto al vecchio) E allora viene o non viene costui a dormire?

Vecchio Sì. Hai finito?

Maria Sì. Ho finito. (esce da dietro la tenda. È una donna alta, di una trentina d'anni, bella, ma sciupata, dall'aspetto aggressivo e strafottente. Indica il giovane) È lui? (lo fissa attentamente) Dove l'hai pescato?

Vecchio Girava così... senza meta...

Maria (con tono incerto) Ma... è un idiota!

Vecchio (con gli occhi luccicanti di follia) E allora ho detto: Lo porto a Maria. Maria sarà felice di conoscerlo. Sai chi è? (mette sotto gli occhi di Maria il libro aperto) Guarda!

Maria (da una rapida occhiata al libro) No... non gli assomiglia affatto!

Vecchio (con tono testardo) È lui, invece! Di faccia e di profilo.

Maria (con tono sprezzante) Per me è lui solo di dietro. Ha gli stessi capelli... lunghi, ma poi nemmeno dello stesso colore.

Vecchio (c.p.) È lui, ti dico. Io so più cose di quanto immagini.

Maria (si avvia lentamente verso il fondo, mentre il vecchio si immerge di nuovo sui suoi libri; per via della vista mette il naso quasi sul foglio) Chi è?

Donna Non so. Non l'hai capito dal dipinto?

Maria Sì. (con uno scatto di nervi) Ma non è questo che ti chiedo. Ti chiedo se lo conosci.

Donna (continuando a lavorare) No. Non l'ho mai visto. Chi è per lui? (Maria alza le spalle con fastidio) Ah, ho capito. È mio figlio.

Maria No. (con interesse) Chi è tuo figlio?

Donna (con ironia) Se conoscessi la sacre scritture, lo sapresti.

Maria (nervosa) Non le conosco. So che sei mia cugina e basta.

Donna Mio figlio è Giovanni Battista. È lui?

Maria No. Se ti dico che non lo conosco.

Donna Meno male. Ma chi è?

Maria (con un sorriso sarcastico) Tira a indovinare...

Donna Qualche santo...?

Maria No! Acqua... acqua... mi fai ridere.

Donna Perché?

Maria Perché è il tipo più semplice da indovinare. Come se tu entrassi in un ufficio e dovessi indovinare chi è il principale.

Donna (sottovoce, con un senso di meraviglia) Gesù...?

Maria Sì.

Donna Doveva capitare prima o poi.

Maria È pazzo! (guarda intensamente il vecchio sempre intento a sfogliare i suoi libri e a confrontare il giovane e i dipinti) Crede che sia Gesù. Da quando è così?

Donna Da quando lo conosco. L'ho conosciuto proprio per la sua pazzia. Un giorno mi ha avvicinata e mi ha detto: “Tu sei Elisabetta... quella dei vangeli”. “Perché”, gli ho risposto. “Perché le assomigli come una goccia d'acqua”.  Grazie tante! Lì per lì mi ha fatto piacere. Credevo che Elisabetta fosse stata importante... che da questa somiglianza venisse fuori qualcosa. Sai, io ho sempre dovuto tribolare per vivere. Mi sognavo già una particina in un film. (Maria sorride) Ridi, ridi! Non sapevo ancora con chi avevo a che fare. Ma è buono... buono, come il pane. Alla morte di mio marito quando mi hanno sfrattata, mi ha detto: “Vieni, ho una camera per te”.

Maria Tu non ti chiami Elisabetta... di nascita.

Donna No. Ma ormai mi sono abituata. Parlo quasi solo con lui e lui mi chiama Elisabetta. Elisabetta oggi, Elisabetta domani, se qualcuno mi chiede come mi chiamo, rispondo: “Elisabetta”. Non faccio più nessuna fatica.

Vecchio (forte) Elisabetta?

Donna Che cosa c'è?

Vecchio (immerso, sbalordito, su un dipinto) È pazzesco come gli assomiglia! È Gesù in persona!

Donna (con calma) Non essere precipitoso! Ricordati di Erode.

Vecchio Hai ragione. Devo consultare altri libri. (va alla libreria e ne prende degli altri)

Donna Bravo, consulta... consulta! (a Maria) Puoi pigliartela con un tipo simile? Tu sei Maria anche di nascita?

Maria Sì.

Donna Bene! È tutto più semplice.

Vecchio (con tono forte, entusiasta) Maria!

Maria Che cosa c'è?

Vecchio Gli assomiglia... gli assomiglia come una goccia d'acqua.

Maria (si avvicina, con un'espressione dura) Fa vedere! (guarda) No, non gli assomiglia affatto.

Vecchio (confuso, con un filo di voce) È lui, invece! È lui! Guarda bene la fronte, il naso, quell'ombra sotto il sopracciglio...

Maria (sposta la luce che è sul tavolo) Se è per l'ombra, basta fare così e te la cambio.

Vecchio (con rabbia) No, non muovere la luce! (e la rimette a posto)

Donna Maria, non insistere! (sottovoce) Perché te la pigli tanto? Ti aiuta... ti dà da mangiare quando non ne hai... ti dà un letto... ti rispetta persino come fossi sua figlia...

Maria (rivoltandosi inviperita) Ma non capisci che io... io non posso insultare Maria?

Donna (con indulgenza) Per quello che sei? Maria non se la prende. Non sei tu che dici di esserlo.  È lui che dice che sei Maria. Tu hai solo una rassomiglianza fisica... superficiale e in certi dipinti le assomigli davvero.

Maria (con tono di disprezzo) Sì... con questi occhi!

Donna Sono stanchi. Forse li aveva anche Maria... qualche volta.

Maria (arrabbiata) Elisabetta...!

Donna Non stare a pigliartela anche per la stanchezza. Lei era stanca per i lavori di casa.

Vecchio (continuando a consultare i suoi libri; è in pieno delirio) Per me è come se l'avessi conosciuto di persona. Non c'è una piega del suo volto che non mi sia qui (indica la sua testa) stampata, precisa, come una fotografia. Lo conosco meglio di qualunque altro

Maria (con irritazione) Ma è possibile che non riesca a capire che il primo che ha dipinto Gesù se l'è inventato di sana pianta?

Vecchio (con tono aggressivo, sollevando la testa dal libro e togliendosi gli occhiali) E allora spiegami tu, che mi reputi pazzo, come ha fatto questo pittore, dipingendo Gesù, a inventare lui... (indica il giovane) quattro secoli fa... a inventare uno che non era ancora nato? Perché è lui... lui...! Questo dipinto è una sua fotografia. Potrebbe usarlo per farsi fare il passaporto. E tutti i pittori che hanno inventato te, Maria! Non è straordinario, miracoloso?

Donna Esageri... esageri nella somiglianza.

Vecchio No. (a Maria) Dì che ti secca parlare di miracolo. Anche a me. Niente miracoli. (pone le mani sui libri) Qui ci sono dati certi, positivi, scientifici. I pittori non hanno inventato te, né Gesù, né Elisabetta e nemmeno me. È molto più logico pensare, come penso io, che tu sei Maria, come lui è Gesù, perché a distanza di secoli siete le stesse persone. E allora è logico che nei dipinti siate identici come due gocce d'acqua.

Maria (disillusa) Con te è inutile discutere. Va bene: sono sua madre. Sei contento?

Vecchio Per via dell'età sei la madonna quando era ancora vergine.

Donna Solo per via dell'età. La madonna è rimasta vergine fino alla morte.

Maria E tu chi sei?

Vecchio (precipitosamente) San Giuseppe! Ho migliaia di dipinti di San Giuseppe e in tutti ho con lui una rassomiglianza sbalorditiva. Non ci credi?

Maria Sì... sì... hai una fantasia spaventosa...

Vecchio (lusingato) ... abissale ...

Maria E un scilinguagnolo che convincerebbe un sano.

Vecchio Non adularmi! Tu sei sua madre... sei la madre di Dio!

Maria ... sì, incoronata... immacolata... (con rabbia, fra i denti) prostituta disoccupata... senza un protettore e finita qui a chiedere l'elemosina.

Vecchio (con dignità) Io non faccio l'elemosina a nessuno. Sono uno scienziato. Riconosco le persone che cerco. Ho un senso infallibile per trovarle: nessuno mi supera. Me l'hanno riconosciuto in parecchi. Convinciti di ciò che ti dico. Convinciti! È nel tuo interesse. Dopo ti sentirai felice. Pensa! (assume un tono estatico) Essere delle persone che tutti... quasi tutti stentano a credere che siano esistite perché sono state simboli di perfezione, più che esseri reali. Quando ho scoperto che ero San Giuseppe, da triste sono diventato felice, da persona rispettabile, ma morta, sola, sono entrato nel numero di una società ineffabile. Mi invidio da solo, pensa l'assurdo! Vorrei che fosse un'invidia universale.

Donna (con autorità) Ti distrai troppo, Giuseppe. Continua a consultare. Il proverbio dice: non vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.

Vecchio Hai ragione! (cerca freneticamente sul tavolo, con la sua vista da miope) Fossi più ordinato... c'è un dipinto che mi sfugge... eppure c'è... c'è...

Maria (alla donna, sottovoce) Si chiama Giuseppe... di nascita?

Donna Neanche per sogno. Credo che il suo nome di nascita non se lo ricordi nemmeno più.

Maria Come lo sai?

Donna Dall'anagrafe... dal libretto della pensione. Lì la realtà è diversa. Ma lui dice “Si sbagliano” e mette tutto a posto.

Maria Non cerca di convincere qualcuno?

Donna No. Secondo lui, la sua regola è troppo preziosa per predicarla in giro. Ha pudore a parlarne. Ha santificato la legge, come ha santificato te, me, se stesso. Fra noi... fra santi, ha coraggio, entusiasmo, delirio. Te ne sarai accorta.

Maria (indicando il giovane) Costui ha l'aria di avere la ferma intenzione di fermarsi.

Vecchio (intervenendo d'impeto) Lui è tutto, Maria. Lui è tu, io, Elisabetta, tutti insieme.

Maria (con cattiveria) Andiamo adagio! È più mio che suo. (con malignità) Ed è più mio che tuo.

Vecchio (confuso) Certo. Sei sua madre.

Maria E nemmeno metà per ciascuno. Tu non sei suo padre.

Vecchio Questo non devi dirlo.

Maria Perché? Sei San Giuseppe o lo Spirito Santo? Credi di essere tutti e due insieme?

Vecchio (trattenendosi dalla rabbia) Credo di essere tutti e due insieme. Senza di me... senza le mie intuizioni non saresti sua madre. Sono io che conosco tutte le immagini di Gesù, io che l'ho riconosciuto fra tutti gli uomini delle terra. Tu gli saresti passato accanto senza riconoscerlo. Perciò sono qualcosa di più di un padre, come San Giuseppe.

Donna (irritata) Piantala, Maria! Che te ne importa che sia di più o di meno dello Spirito Santo? (indica il giovane) Pensa a lui invece...

Maria (avvicinandosi al giovane) Già! Chi può essere? (forte) Ehi, signore? Signore? Parli! Dica chi è?

 

Il giovane non risponde e rimane nel suo atteggiamento assente.

 

Donna (sorridendo) Finge, il furbo.

Maria Se finge, finge bene.

Donna A fingere così, sono capace anch'io.

Maria (con irritazione) Ma perché dovrebbe fingere?

Donna Almeno non sbaglia.

Maria (con disprezzo, indicando il vecchio) Per lui? Per lui qualunque cosa dica, andrebbe sempre bene. (al vecchio) Ehi!

Vecchio (alzando il viso dal libro) Che cosa vuoi?

Maria Fa' dire qualcosa a costui. Interrogalo!

Vecchio È Gesù!

Maria Sì, gli manca solo la parola. Fattelo confermare.

Vecchio Lo confermerà. Abbraccialo... (con tono severo) maternamente!

Maria (prendendo la testa del giovane e stringendosela al seno) Ma certo! Chissà che non dica qualcosa. (con una mano gli solleva il viso. L'espressione dell'idiota cambia; da assente assume un atteggiamento di paura con una mimica che raggiunge quella del pianto) Piangi... perché piangi?

Vecchio (fuori di sé dalla gioia, delirando nei gesti, nell'espressione) Piange, Elisabetta, piange! Un'ombra di tristezza è scesa nei suoi occhi. Maria, hai risvegliato in lui reminiscenze primordiali!

Maria (con uno sguardo di terrore, allontanando da sé il giovane che gradualmente ritorna nell'atteggiamento idiota di prima) No... no... che cosa sono le reminiscenze primordiali?

Vecchio (si precipita su un libro e lo sfoglia) Sono queste! (trova la pagina e la mostra con aria trionfante) Eccole!

Maria (con sguardo esterrefatto) Sono orribili! Dove hai pescato questo dipinto? (pone con atto deciso il dito sulla pagina) Che cosa è questo?

Vecchio (si avvicina fino a toccare il libro col naso) L'uovo trasparente dell'humunculus...

Maria (atterrita) ... dell'humunculus?

Vecchio (solleva la testa) Sì. E il dipinto rappresenta il suo lento planare sulla terra... come un'astronave... dondolandosi. Vedi? Scende, mentre dentro di lui dalla fusione alchimistica di sabbia, oro, mercurio ed acqua si mette in moto la vita... il feto primordiale... l'humunculus!

Donna (preoccupata dall'aspetto di Maria che guarda sbalordito il giovane) Ma che humunculus... humunculus... questo è un povero demente!

Maria Ma piange! (si volta, coprendosi la faccia con le mani) Dio mio, non guardarmi così! (al vecchio) Come fai tu a continuare a guardarlo?

Vecchio (fissando attentamente il giovane e standogli molto vicino per osservarlo meglio) La conoscenza, Maria, la conoscenza! La conoscenza ti mette nella condizione di poter guardare tutto senza timore. La conoscenza scaccia la paura.

Donna (sottovoce, a Maria) Maria... è un povero demente! Sai che cosa gli è successo quando si è messo a piangere?

Maria Che cosa?

Donna Ciò che capita ai bambini quando sentono il contatto della madre dopo una lunga assenza. Piangono di gioia e di dolore. (seguendo le parole con un invito delle braccia) Abbraccialo di nuovo!

Maria (si volta e pone titubante le mani sulle spalle del giovane) Caro... se ti ho fatto male... è perché sono sventata e dico cose che poi mi pento di aver detto.

Donna (incoraggiandola) Bene... bene così!

Maria (con più coraggio) E non soffrire! (con disperazione) Di tutto quello che abbiamo detto non è vero niente... non è vero niente! (indica il vecchio) È lui che è pazzo. È lui che crede che io sia la madonna, che lei sia Elisabetta e che tu sia Gesù. C'è da spaventarsi a pensare di essere delle persone simili! No... no, nessuno di noi è quello che lui pensa. (lo accarezza con mosse materne ed esclama con tono arioso) Sii sereno! È così bello essere sereni!

Vecchio (che ha seguito sbalordito) Sei una maga, Maria! Hai delle forze magiche nelle mani. (gliene afferra una) Fammele vedere! (le prende anche l'altra e le osserva avvicinandosi molto) Sono lunghe... affusolate... sembra che dal polso non finiscano più e proseguano oltre le dita... (gliele lascia e afferra un libro) Aspetta!

Maria (chiudendogli imperiosamente il libro che stava aprendo) Basta!

Vecchio No. C'è un dipinto... io non ricordo mai i nomi... le date... non è in questo libro. (riprende la mano di Maria) Nel dipinto la mano finisce come la tua, ma continua in una sagoma impalpabile come la seta, evanescente come fumo, inafferrabile come un'ombra, trasparente come acqua di roccia...

Donna (sottovoce alle spalle di Maria) Dalle mani di costui esci pazza sul serio, Maria.

Maria (senza osare di ritirare la mano) Ho paura, Elisabetta. Ma come faccio?

Donna (con autorità) Ritira la mano!

Vecchio (trattenendola con dolce pressione) Un attimo! A voi la mano serve per prendere, a me parla. (a Maria dolcemente) Non ti preoccupare! Intanto parlerebbe lo stesso, anche se non vuoi. Hai visto prima? La tua mano conferma che sei la persona che ho riconosciuto.

Donna (tirando via di forza la mano di Maria da quelle del vecchio) No! Le nostre mani servono solo per prendere. Guarda la sua, se vuoi. (indica il giovane)

Vecchio (con calma) Più tardi. Per lui sono ancora allo studio della faccia. (a Maria, con convinzione) Maria, tu sei la madonna. Perché tu sia lei ritornata in vita, non lo so. C'è tanto mistero intorno all'uomo! Se non ti senti ancora sua madre, non importa. Non è facile cambiarsi le radici. (indica il giovane e gli si avvicina con un'espressione eccitata, delirante) Per lui è diverso. Lui è Gesù! Mi fa pensare a un albero appena appoggiato a terra , come un oggetto dopo un volo di duemila anni. Lui è stato Dio! Noi ci sviluppiamo da un seme; prima è una piccola palla, poi si riveste di filamenti sottili come capelli; poi uno buca la terra dal basso e si dirige verso il sole. Lui invece viene dall'alto e segue il cammino opposto. Arriva completo, buca la terra dall'alto, la invade coi suoi filamenti e ci abbraccia nell'oscurità... nel silenzio... nella realtà misteriosa del sottosuolo. Diventiamo lui, senza che nulla nel mare di luce solare indichi che l'umanità è sua, avviluppata nelle sue radici. Dicano pure i suoi preti quello che vogliono dell'albero. Le sue radici non parlano, ma ci sussurrano emozioni... palpiti... slanci di amore che, come linfa, salgono fino alle più lontane gemme e ne spingono fuori altre... altre... all'infinito!

Maria (commossa) Giuseppe!

Vecchio (con soddisfazione pacata) Mi hai riconosciuto. Non ti è stato facile. Non è stato facile nemmeno per me. Quando mi sono scoperto Giuseppe, mi sono detto: pazzo! Poi col tempo le cose sono cambiate. Ora so che ero pazzo prima e che tutti, anche se non sono pazzi, si sbagliano. (a tutte e due le donne che lo guardano sbalordite) Giungerete anche voi a sentire quello che siete. Gli anni insegnano tante cose. La pazienza... la prudenza nel giudicare il visibile e l'invisibile... la fiducia... la fede...

Donna (con tono deciso) Ad ogni modo, per ora, costui non si sveglia.

Vecchio Si sveglierà! Ora ha un padre, una madre, una zia.

Maria (con ironia) Fai la cose facili, Giuseppe. Padre, madre, zia!  Gli costruisci una famiglia come niente. Ma mi piacerebbe vedere lui, se si svegliasse, se è del tuo parere.

Donna Maria, tu non hai fatto una piega a farti incoronare madre di Dio. Anche lui, se non ha altro di meglio, accetterà la sua parte. Si adatterà. Guardalo! È un Gesù sputato! (con un sorriso ironico) Ci voleva anche la moda di oggi giorno... quella dei capelli lunghi per farci spuntare dei Gesù Cristi dovunque. Sembra quasi che i giovani abbiano nostalgia di lui... delle sue immagini nelle chiese, anche se non ci vanno più.

Maria (pensierosa, parlando come a sé stessa) Non lo dicono... non lo sanno... ma è così! Hanno nostalgia di lui. Credono, facendosi crescere i capelli, di essere eccentrici. Il motivo è che vivono di cupa disperazione di non poter più essere lui. (con tono sarcastico) Inventano mille modi di vivere perché la vita abbia un senso, ogni modo diverso dall'altro, lacerando quello che hanno appena lasciato. (con rabbia sorda) Ma quando si tratta del proprio nulla e del vuoto della morte, eccoli, i nuovi profeti, capelli lunghi, espressione dolce, femminea, Gesù in ombra dietro di loro... e il suo mondo di amore che desiderano... che vogliono più della loro stessa vita. (indica il giovane, con un'espressione di disprezzo) Costui... per disperazione lo diventerà sul serio.

Donna Non sarebbe un male. Tutto sommato, vivrebbe una pazzia tranquilla, migliore di quella di tanti altri... (con sarcasmo) dei tuoi Gesù, che quando si scatenano sembrano tante scimmie.

Maria (pensierosa come prima) Quando si scatenano come tante scimmie, gridano a loro modo il loro senso disperato di solitudine. (con tono cupo) Gli uomini sono viaggiatori solitari in treni che corrono paralleli; si urlano delle parole senza capirsi perché sono sommerse in un rumore di ferraglie.

Donna (indica il giovane) Dobbiamo salvarlo (indica con la testa il vecchio immerso nei suoi libri) dalla sua pazzia. Costui è scappato da un manicomio. Sicuramente lo stanno cercando. Sta a noi vedere se è conveniente lasciarlo nelle sue mani o telefonare che se lo vengano a prendere.

Maria (si avvicina al vecchio) Che cosa ne dici?

Vecchio (chiude il libro, si sfila gli occhiali e inizia a parlare lentamente con sofferenza) Maria, io capisco tutto... la logica di tutto! (indica il giovane) È un idiota, lo so. E voi state confabulando fra di voi se dovete o no telefonare al primo ospedale perché se lo vengano a prendere. È giusto!

Donna (sussurrandoglielo all'orecchio, con tono persuasivo) Non è Gesù!

Vecchio Non è nessuno!

Maria (con improvviso attacco di ira) E non riuscirai mai a farlo diventare qualcuno... mai! (con sofferenza profonda) Mi strazia l'anima a guardarlo! Vorrei che gli si aprisse il cielo sopra la testa... (si rivolge al vecchio) e che si aprisse anche su di te, Giuseppe. (con rabbia isterica scaglia a terra tutti i libri che sono sul tavolo con violente mosse delle braccia) Via questa cartaccia... via!

Vecchio (si inginocchia, si infila gli occhiali e con infinita pena raccoglie i suoi libri)  I miei libri... i miei libri...

Maria (come svegliandosi dalla follia di un attimo prima, sollecita, vergognosa, si china a terra anche lei aiutandolo a raccogliere i libri) Oh... scusami... scusami! Soffro di nervi, Giuseppe. (con ilarità forzata) Sai che mi sono sentita più felice da quando mi hai detto che sono Maria?

Vecchio (si ferma e la guarda dolcemente) L'ho capito. L'altro giorno ti guardavi nello specchio... non nel solito modo. Che cosa facevi?

Maria (è in ginocchio; si copre la faccia con le mani, vergognosa) Mi inventavo lo sguardo della madonna... la sua espressione... la sua felicità... il suo mondo beato, quello che tiene dentro, che svela a nessuno. (lascia cadere le braccia inerti lungo i fianchi) Ma devo fare i conti con me stessa, con quella che tutti dicono: È sana, perché fa il mestiere che fa, perché è triviale, sguaiata, esattamente come tutte quelle che fanno il mestiere che faccio. (guarda Giuseppe, con ironia triste) Per te è diverso, Giuseppe. (con energia) Tu sei Giuseppe e non ti senti un altro, anche se ti smentiscono in coro. (con tono cupo) Tu non hai bisogno di vivere.

Vecchio (con sicurezza, sottovoce) Maria, non lasciarti suggestionare dalla gente che dice: “Se fai la prostituta, sei sana”. Cerca di reagire. Di' a te stessa: È pazzesco continuare a vivere così come vivo. Tu sei Maria... la madre di Dio!

Maria (con rabbia) No... no...

Donna (con tono di rimprovero; sottovoce) Smettila di tormentarla! Come può andare a dire in giro: sono la madonna, sono la madre di Dio?

Vecchio (con calma) Non c'è bisogno che lo dica. Basta che lo senta. Non ha da convincere nessuno. I pazzi non si convincono. I pazzi scherniscono... deridono... rinchiudono. (si alza e parla con solennità) Io sono Giuseppe, ma non vado a gridarlo in piazza. Accetto per tutti la finzione di non esserlo. (con intensità) Vivo dentro di me la mia realtà vera, ideale, dimostrata.

Maria (ha un'espressione trasognata, dolcissima) No! È un sogno! Tu da una somiglianza qualunque ricavi una regola. Dici: due simili nella realtà e in un ritratto sono uguali, sono gli stessi... anche se uno è stato dipinto, copiato da un modello centinaia d'anni prima. (con indulgenza) In sé non è una legge cattiva. Potrebbe anche essere vera. Ma quante cose l'uomo sogna e si ripete: sono vere... sì, sono vere perché magicamente lo diventino! Pensa alla nostra realtà dopo la morte; sono millenni che ci ripetiamo che esiste... senza una prova... anzi, con tutte le prove contro perché in natura la legge della vita è esistere, la legge della morte è non esistere più. (alza il volto con un'espressione estatica) Sarebbe bello essere come è stata lei, pura, materna, sublime, fine, delicata... esattamente come l'hanno ideata i pittori... i poeti... da incutere vergogna... terrore... confusione a vivere. Chi non vorrebbe che questa fosse sanità mentale... l'unica sanità mentale? (parla con molta lentezza) Svestirsi... rompere il guscio... sfilare il bossolo... (nel frattempo Giuseppe ha preso da una seggiola il cappotto e se l'è infilato; poi va all'armadio e prende il cappello. Ha un atteggiamento accasciato. Maria se ne accorge e si stupisce) Giuseppe...?

Vecchio Non chiamarmi più Giuseppe!

Maria (si alza, preoccupata) Dove vai?

Vecchio (rigirando il cappello fra le mani) Esco. Vado a telefonare. (si rivolge verso la libreria) E poi, quando tornerò, brucerò tutti i miei libri... tutti i dipinti di me, di te, di lei... (guarda il giovane) di lui... (con sicurezza)  Tutti!

Donna Fai male. È un capitale.

Vecchio (sottovoce) È un capitale di ridicolo. Adesso vedo chiaro. (con ironia triste, a Maria) Mi si è aperto il cielo sopra la testa. (serio) Adesso capisco me stesso... l'uomo.

Maria (confusa) Te stesso... l'uomo?

Vecchio Capisco che l'uomo è serio, grave, rispettabile solo quando fa ogni giorno ciò che gli serve per sopravvivere. Ma se si lascia prendere dalla smania di essere un altro... (a Maria) mi capisci? Di essere l'uomo ideale... crea e finisce per credere seria, grave, rispettabile una mascherata di immagini, di parole, di pose, (indica col dito teso e tremante i suoi libri) tutte quelle dipinte là dentro.

Maria Non esagerare, anche se in molti quadri certi pittori hanno esagerato a dipingere immagini... pose...

Vecchio (sottovoce, con un sorriso ironico, cattivo) Il buffone... quando non sa di esserlo... esagera... esagera...

Donna ... e finisce per riconoscersi.

Vecchio (serio) Hai ragione. Adesso faccio ricoverare costui...

Maria E dopo?

Vecchio Dopo... ? (sottovoce) Dopo mi sentirò serio, grave, rispettabile... ma solo!  (si infila il cappello ed esce)

 

 

F I N E

 


 

 

 

 

IL  CORDONE  D'ARGENTO

 

 

 

 

 

 

 

 

Dramma in un atto

 

 

 

 

 

                        Personaggi :

 

                        Maestro

                        Discepolo



 

 

 

 

 

 

 

SCENA

 

Stanza disadorna, tipo cella monacale con una finestra al fondo chiusa con un'inferriata. In scena vi sono numerose panche di legno e un rozzo tavolo di legno al centro. Su queste panche, intorno al tavolo, sono seduti una dozzina di giovani e alcuni anziani. Sono vestiti con pantaloni jeans, alcuni con giacche jeans, altri con camicie colorate. Dopo qualche istante il Maestro appare da un lato sulla soglia; tutti i discepoli si alzano e gli si affollano intorno e due fra i più giovani gli si pongono ai fianchi. Il Maestro pone le sue braccia sulle loro spalle e avanza con passo incerto verso la panca più vicina. Il Maestro é un uomo di un'ottantina d'anni con una testa grande, faccia lunga e naso grosso con due fortissime sopracciglia, sotto una fronte, che oltre ad essere grande di per sé si prolunga indietro nel cranio con radi capelli bianchi sempre più folti e lunghi fino alle spalle. Ha una faccia scavata con rughe molli e cadenti. Vesta una giacca, molle, sgualcita di un colore indefinibile, senza forma al di fuori del corpo che ricopre, appesa come un attaccapanni; i pantaloni sono dello stesso tipo della giacca ampi e cadenti sopra le scarpe. Il Maestro compiaciuto gira gli occhi sui discepoli e comincia a parlare.

 

MAESTRO (con un sorriso, con tono leggero come se narrasse una fiaba) Questa notte ho fatto un sogno. Ero una farfalla appena nata, lucente nei colori delle sue ali che distendevo al sole perché benevolmente me le asciugasse per il mio primo volo. Ero felice e tutto si combinava perché lo fossi; il calore, che m'invadeva adagio, adagio, mi dava un senso di leggerezza e di forza mai provate prima dalle ali al corpo nella coscienza di poter volare. Ma ero incerto: da dove venivo e dove ero diretto? Da dove venivo lo sapevo.  Un lontano e nebuloso ricordo mi riportava indietro nel tempo quando avevo iniziato e poi concluso la costruzione della mia tomba; ora si chiama bozzolo, non tomba, ma per me era una tomba vera e propria dentro cui finivo come bruco informe, viscido e strisciante, tormentato dal pensiero di dover morire; c'era una voce flebile come un suono di flauto che mi diceva che non era così; mi diceva: tu appartieni ad un regno da cui non si può uscire, appartieni all'evoluzione che non può tradirti; può solo farti cambiare stato, ma ucciderti mai. Adesso costruisci pure quella che tutti chiamano la tua tomba e attendi con pazienza la tua resurrezione. Resurrezione! Ora che è avvenuta mi trovo un altro dal bruco di un tempo; ora sono una farfalla bella, leggera, pronta a spiccare il volo e mi dicevo: che c'entri tu, farfalla, col bruco infelice, tozzo, strisciante, indaffarato a mangiare e a lasciare dovunque i rifiuti del suo corpo? E mi stupivo della trasformazione che avevo subito. Era meraviglioso. Non sei felice, mi dicevo? Sì, felice, ma felice soprattutto perché non sono morto.

DISCEPOLO (giovane) Anche l'uomo si trasforma in quella che chiama la sua morte. Io l'ho sempre saputo!

MAESTRO No! (con tono severo) No, non l'hai mai saputo perché ti sei perso in fantasie puerili. Piuttosto che negare la morte ti sei costruito Uno che ti ha creato bruco e che dopo la morte ti crea farfalla, destinata nel giro di un giorno a deporre sulle foglie degli alberi tante uova da cui si schiuderanno altrettanti bruchi. Il mio sogno mi ha aperto alla Vita, che per apparire non ha avuto bisogno di Nessuno perché sono le forze stesse della natura che l'hanno postulata e che ora la mantengono in eterno sopra questa terra e nell'universo, Vita, sempre Vita che non sa cosa sia la morte, come un raggio di luce che, per sua natura diffondendosi, non presenta, né può presentare mai zone di buio, o come un suono che per sua natura diffondendosi non presenta, né può presentare mai zone di silenzio. Così la morte come la intende ancora l'uomo non esiste e la resurrezione è in realtà una semplice trasformazione.

DISCEPOLO (anziano) Maestro, l'uomo non è un insetto.

MAESTRO Hai ragione, ma l'unica differenza fra l'uomo e l'insetto è nella loro capacità di conoscenza. Ora l'uomo sa che tutto evolve, trasformandosi e non ha alcun motivo per ritenere che solo lui non segua il destino di tutti.

DISCEPOLO Maestro, ma anche l'animale muore.

MAESTRO (con tono indulgente) Ti sembra, amico, ma è un'impressione errata. L'animale non vive per sé, ma per la specie cui appartiene, come il bruco e la farfalla, e tutte le specie si sono sempre trasformate in altre più evolute che continuano a trasformarsi. Tu lo sai, l'animale no; l'animale è inerte di fronte alla morte; l'accetta, la vive, perché non sa che, come strumento della specie nella sua evoluzione, in realtà non muore.

DISCEPOLO (anziano con tono risentito) Strumento dell'evoluzione! Ma anche l'uomo lo è nei riguardi della sua.

MAESTRO (con tono calmo ma deciso) No! Anche qui vi è uno sbaglio, e grave! L'uomo nasce, vive e muore non per sua specie animale, ma per sé. Questo cambia tutto; c'è nel corpo dell'uomo un "corpo" che non può morire perché è eterno. Basta cercarlo. Io l'ho trovato e lo chiamo "corpo" dell' “io”; è un corpo chiuso nel cervello umano dentro cui evolve fino alla morte del corpo in cui è contenuto, tormentandosi di dover morire con questo. Capisci? É un tormento assurdo perché è il corpo, che muore, che lo fa nascere nel momento della sua morte al di là di questo momento; fra i due corpi dell'uomo c'è lo stesso rapporto che corre tra il corpo della donna gravida e il feto che porta nell'utero ed è un "corpo" che non appartiene più alla specie animale dell'uomo, ma a una specie nuova, più evoluta, la specie degli individui che hanno coscienza di sé.

DISCEPOLO (giovane, con tono stupito) Maestro, è enorme ciò che ci dici. Spiegaci, per piacere, che cosa è per te la coscienza di sé, l'attributo essenziale degli individui della nuova specie di cui ci hai parlato.

MAESTRO La coscienza di sé non è come si è sempre detto e come si continua a dire, l'espressione di un'anima, né è quel groviglio di condizioni cerebrali che oggi sono più frutto di vuote parole, che di un programma serio. La coscienza di sé è un fatto cerebrale semplice. É il riconoscimento da parte di un uomo di possedere un corpo, riconoscimento che il bimbo fino a due o tre anni non riesce a fare perché, quando si vede in uno specchio, crede di vedere dinanzi a sé un altro bimbo reale. Poi cambia idea a differenza dell'animale che in tutta la sua vita non giunge mai a questo riconoscimento e, guardandosi nello specchio, ritiene sempre di vedere dinanzi a sé un altro animale reale della sua stessa specie. Cercate di capire bene l'importanza di riconoscere l'immagine del proprio corpo riflessa da uno specchio; riconoscerla permette al bimbo di introitare nel suo cervello la realtà fisica del proprio corpo, cosa impossibile se non la riconoscesse, come succede all'animale, costretto da questo fatto a vivere come non avesse corpo; per lui o per il suo cervello è sempre quello di un altro animale della sua stessa specie, mai il suo; averlo non basta per dire che lo possiede, come possiede una preda che uccide e di cui poi si nutre. In sostanza, non riconoscendo che il suo corpo riflesso è un'immagine ma riconoscendolo come corpo reale, non può partire, come il bimbo dopo due o tre anni, a riconoscere se stesso in quella forma semplice, elementare collegata al proprio corpo. Sono riuscito a farmi capire?

DISCEPOLO Sì, Maestro! Ma cosa è successo nel cervello del bimbo che giustifichi questo riconoscimento che l'animale non riesce a fare?

MAESTRO (con calma guardando intensamente il discepolo che ha fatto la domanda) Il bimbo inizia a parlare, ossia inizia a sfruttare quella parte del suo cervello che non c'è nel cervello animale, il lobo temporale sinistro che non è un lobo come tutti gli altri, simmetricamente distribuiti nei due emisferi, ma è presente solo nell'emisfero di sinistra. Il lobo temporale sinistro è, in sostanza, il vero cervello dell'uomo destinato a costruire il “corpo” dell' “io” costituito da cellule che, come vi ho detto, sono geneticamente predisposte a non morire quando tutte le altre cellule del corpo muoiono, continuando a vivere al di là del momento della loro morte.

DISCEPOLO (lo stesso di prima con voce stupita, ma anche incerta come chi stenta a credere) É strabiliante. In pratica nell'uomo le cellule sessuali fanno nascere non un solo corpo come nell'animale, ma due, uno dentro all'altro e quello destinato a nascere nella morte dell'altro è il "corpo" cerebrale dell'io. Se è così, l'evoluzione nell'uomo ha compiuto un salto straordinario mai fatto prima e sono le parole le artefici di questo salto.

MAESTRO (con tono dolce) Hai compreso esattamente il mio pensiero. Sono le parole che nella loro straordinaria quantità e capacità di combinarsi tra di loro costruiscono e tengono in gestazione l' “io” di ogni uomo. L' “io” esiste perché parla; se non parla né a se stesso, né agli altri, ma soprattutto a se stesso, non esiste; per questo l'animale non ha un “io”; non ha un se stesso con cui parlare mancandogli nel suo cervello la conoscenza di avere un corpo; l'animale parla solo con gli altri animali, compreso l'uomo, coi pochi suoni che riesce ad emettere e per questo può sentire sentimenti d'amore, di odio, di rabbia, di paura e di ribellione che tanto confondono l'uomo. Non c'è un “io” in questi sentimenti ma solo un 'impressione ingannevole di “io”.

DISCEPOLO Ma l'animale non può avere un "io" primitivo?

MAESTRO No, l' “io” c'è o non c'è. E apparve nell'uomo quando l'uomo cominciò a parlare dando nomi agli oggetti e ai corpi degli animali che riconosceva.

DISCEPOLO Forse hai ragione; già i nostri antichi dicevano che la parola era stata in principio, evidentemente intendendo il principio dell'evoluzione dell'uomo. Lo strano però non é tanto che la parola sia eterna perché, come parola scritta lo é, ma che lo siano anche le cellule cerebrali che la emettono.

MAESTRO E non solo loro, ma anche altre cellule lo sono! (a tutti) Seguitemi con attenzione! Il " corpo" dell' “io” ha bisogno d'altre cellule eterne oltre a quelle cerebrali del lobo temporale sinistro e di riflesso di tutte le altre cellule cerebrali per essere "corpo", biologicamente adatto a sopravvivere. E l'uomo ce l'ha! É un "corpo" già presente ora nella costituzione del nostro corpo attuale, costruito dall'evoluzione in modo così mirabile da lasciare esterrefatti; l'evoluzione infatti ha nettamente diviso nel nostro corpo gli organi che non hanno nulla, o quasi nulla a che fare con l' “io” perché automatici nel loro funzionamento come il cuore, i polmoni e gli organi addominali digestivi ed escretori, da quelli che fanno tutt'uno con il cervello, come gli organi di senso, oltre alla pelle, che é un'espressione del tatto e insieme delimita il confine spaziale del corpo, e sotto la pelle i muscoli, naturalmente solo quelli volontari che hanno una relazione esclusiva con il cervello attraverso i fasci piramidali; da questo elenco mancano ancora lo scheletro e gli organi sessuali; questi ultimi appartengono all' “io” attraverso stimolazioni cerebrali dirette lungo il nevrasse, mentre lo scheletro, posto fra i due corpi che vi ho delineato, appartiene evidentemente al corpo interno automatico, mosso dai muscoli volontari, con cui l' “io” può portarselo piacevolmente a spasso. Come vedete, non trascuro nulla di ciò che l'evoluzione ci suggerisce. A questo punto mi chiedo: qual'è la spiegazione o la finalità evolutiva di questa stranissima disposizione del corpo, diviso in due corpi, di cui uno, quello dell' “io”, si può concepire come un grande cervello costituito dagli organi che vi ho elencato, cervello vero e proprio, organi di senso e muscoli volontari, tutti racchiusi sotto la pelle che li delimita spazialmente, soprattutto in quella riproduzione del corpo nel cervello, detta "schema corporeo", in cui sono assenti gli organi dell'altro corpo, cuore, polmoni e organi addominali, ignorati dalle cellule cerebrali che non hanno con loro rapporti diretti e li conoscono solo attraverso l' “io”. Essa non dipende dal caso, anche se sono due corpi nati ed evolutisi insieme e marginalmente si sono influenzati a vicenda, come é successo, tanto che ci sarebbe da stupirsi del contrario. Secondo me, la finalità evolutiva di questa divisione è il preludio della divisione che l'evoluzione proietta sulla morte del corpo che non coinvolge in sé quella dell' “io”. E la prova c'è, perché in condizioni eccezionali, questi due corpi sono stati sorpresi nel momento della loro separazione con l'apparizione sopra il corpo moribondo, in agonia, di un "corpo" nebuloso, bianco lucente, più piccolo, collegato a quello che sta morendo da un cordone, che la Bibbia descrive di colore argento, teso fra la fronte del moribondo e la nuca del "corpo" che nasce, cordone che lentamente si sfalda e si scolora fino a sparire riassorbito nel "corpo" nebuloso, quando l'altro muore.

DISCEPOLO Maestro, ciò che hai detto ci riempie di stupore; le tue deduzioni tratte dallo studio del corpo umano sono interessantissime e nessuno finora, pur conoscendole, le ha mai collegate al problema della sopravvivenza dell'uomo. Ma io mi chiedo: come mai l'animale senza “io” ha un corpo schematicamente identico nella sua costituzione a quello dell'uomo?

MAESTRO Non é una difficoltà. Io penso che gli animali non sono altro che tentativi falliti dell'evoluzione nel suo sforzo organizzativo di giungere all'uomo.

DISCEPOLO Anche per quelli che l'uomo é riuscito ad addomesticare?

MAESTRO Anche per loro con la differenza degli animali selvatici che i loro cervelli si sono talmente impregnati della figura dell'uomo che é questa figura che condiziona il loro automatismo, in questo caso psichico, dando l'impressione che abbiano manifestazioni spontanee, come dettate e dirette da un "io" che non c'è. É tragica la loro condizione anche se non l'avvertono nella sua tragicità; ma indubbiamente ne soffrono e la sofferenza, anche quella incosciente, è sempre degna del massimo rispetto, anche perché non è escluso che sia un fattore importante nella loro evoluzione verso la realtà dell'uomo.

DISCEPOLO ( sussurra con tono pensieroso) Poveri animali, ma è sicuramente vero. L'uomo li chiama a sé in attesa che l'evoluzione dia anche a loro la mutazione che ci ha portato alle parole. Comunque sono commoventi, certuni, come i cavalli, i cani e i gatti coi loro occhi attenti si specchiano nell'uomo, lo amano e lo capiscono quando parla loro a gesti, a cui loro rispondono con gesti ugualmente eloquenti. Ma chissà quanti milioni d'anni ci vorranno! 

MAESTRO (sorridendo) Molti, ma il tempo non é un problema nell'evoluzione. Nulla e nessuno la sollecita, le sue trasformazioni hanno tempi che ancora ci sfuggono anche se é logico pensare che siano saldamente preordinati.

DISCEPOLO Maestro, scusa la puerilità della mia domanda, non so neppure se é possibile che tu possa rispondermi. L' “io” e il suo "corpo", come l'hai descritto, dove vanno alla morte del corpo?

MAESTRO Penso nell'aria.

DISCEPOLO Nell'aria? E come mai non si possono vedere se non in condizioni eccezionali?

MAESTRO Carissimo, quando cammini o stai fermo, vedi le molecole dell'aria?

DISCEPOLO No!

MAESTRO E allora? Se le molecole del "corpo" dell' “io” avessero fra di loro lo stesso rapporto che le molecole dell'aria hanno fra di loro, puoi ancora meravigliarti di non vederle?

DISCEPOLO No.

MAESTRO E tieni presente che non c'è bisogno di immaginare cellule nuove, anche se di loro e di come concepisco la loro eternità vi parlerò più tardi. Secondo me, sono le stesse di ora nei loro componenti, carbonio, ossigeno e idrogeno con l'unica differenza che l'azoto non lo prendono più dalla terra, ma direttamente dall'aria dove ce n'è in abbondanza.

DISCEPOLO É stupefacente!

MAESTRO Questo dimostrerebbe che, dopo la morte dei loro corpi, gli uomini iniziano una nuova vita nell'aria dopo aver rotto il rapporto che hanno con la terra da cui oggi le nostre cellule traggono l'azoto.

DISCEPOLO (altro discepolo con voce entusiasta) Maestro! Ci ha introdotto in un universo meraviglioso! Ma dimmi, in questo universo moriremo ancora?

MAESTRO Non dire così; chiedi piuttosto se ci trasformeremo ancora secondo l'unica morte concepibile nell'evoluzione.

DISCEPOLO Hai ragione. Scusami! Ora puoi rispondere alla mia domanda?

MAESTRO Certo. Penso che continueremo a trasformarci nelle varie tappe della nostra evoluzione, (con tono pacato) ma perché vuoi spingerti così lontano quando non hai ancora risolto, dal punto di vista scientifico, il mistero che ci attende in quella che ora chiami la morte del corpo? Accontentati di sapere che il tuo "io" è eterno e non c'è forza della natura che possa sopprimerlo perché l'"io" é l'espressione più alta della vita e al di là dell'"io" e della vita per noi c'è il nulla.

DISCEPOLO (con un senso di apprensione) Ma l'universo ci sarà ancora intorno all'"io"?

MAESTRO (con tono scherzoso) Che ne sai tu? Io non ne sarei troppo sicuro. "Esistere" non è "essere"; "esistere" è sapere di "essere" e chi sa di essere al di fuori dell'uomo? Nessuno. E se al principio gli uomini dopo la morte dei loro corpi continueranno a vivere immersi nell'universo che non sa di essere, col tempo si accorgeranno che nulla esiste al di fuori dei loro "io" in cui si raccoglie tutto ciò che é. Amici miei, vi ho detto cose stranissime e nuove, ma tutte sono scritte nei nostri corpi e basta saperle cogliere ed armonizzare secondo quell'idea iniziale che in qualche modo è l'evoluzione stessa che tiene in serbo l'eternità dell'uomo, perché, se non fosse così, l'evoluzione non sarebbe eterna, ma terminerebbe con l'uomo. All'uomo non interessa come l'evoluzione può fare evolvere il suo corpo da una generazione all'altra, gli interessa come evolve il suo "io". Non c'è altro. Ed ora un piccolo particolare; l'uomo ha sempre intuito d'essere eterno; l'intuizione precede sempre la dimostrazione scientifica della realtà che contiene, come preavvisando l'uomo che esiste nella profondità della sua natura, precisa e ineluttabile al di là di ogni dubbio. Quindi avevano ragione gli antichi nel predicare l'eternità dell'uomo, trattandola come potevano; ora é tempo di cambiare comprendendo che con la massa enorme di nozioni che possediamo e con i nostri mezzi d'indagine sempre più precisi, la nostra mentalità scientifica ci permette di distinguere ciò che può essere vero da ciò che è impossibile o assurdo come nel caso dell'anima.

DISCEPOLO (discepolo giovane) Maestro, non per farti un complimento, ma quando parlavi, ricordavo quando anni fa studiavo il Fedone con cui Platone cercava di convincere il lettore dell'immortalità dell'anima con argomenti così maldestri e puerili di fronte ai tuoi che la distanza fra te e lui è abissale. (Con entusiasmo) Tu esprimi un'umanità matura, pronta al grande salto per conquiste che saranno retaggio del millennio verso cui ci stiamo avviando e apri all'umanità un destino radioso.

MAESTRO Grazie, ma non é questo il punto. (rivolgendosi a tutti) Sapevo con voi di non parlare al vento, ma a cervelli pronti a capirmi. Adesso dovrei dirvi altre cose.

DISCEPOLI (con frenesia ad una voce) Diccele, Maestro!

 

             A questo punto il Maestro si alza e resta fino alla fine in mezzo ai discepoli passando dall'uno all'altro come se di volta in volta parlasse a ciascuno, mentre tutti lo seguono con occhi attenti.

 

MAESTRO Dovrei parlarvi dell'universo di parole in cui penetreremo alla morte del corpo. Ogni uomo vive in un involucro di parole e ogni parola è un piccolissimo, infinitesimo organo di quest'involucro. Ogni uomo è un concentrato di parole e più ne ha e più riesce a farle scorrere con rapidità e precisione una nell'altra, mobili ed elastiche come sono, più l'uomo vale; non vi é altro criterio per valutarlo; che sia alto o piccolo, grasso o magro, normale o difettoso nel corpo, l'unico criterio valido sta nella sua capacità di esprimersi; questo oscura completamente il corpo che di fronte al cervello potrebbe anche non esistere; il corpo porta a spasso il cervello e il cervello è la fabbrica dell'"io".

DISCEPOLO Maestro, parlaci di questa fabbrica.

MAESTRO Lo studio delle parole ha permesso di definire che il vero cervello dell'uomo non è tutto il cervello, ma solo il lobo temporale sinistro con annessi i lobi frontali, quasi insignificanti nei cervelli animali: in questa complessa zona cerebrale nasce l'uomo come fenomeno di coscienza di sé sviluppandosi poi con le parole che funzionalmente lo costituiscono dalla nascita alla morte. Ritenerlo funzione di tutto il cervello e dargli una realtà aggiunta che non é sua, ma dell'evoluzione precedente di tutti i cervelli animali che non sono che delle semplici stazioni di smistamento sul corpo di impulsi provenienti dal corpo e dall'ambiente tramite i sensi; il lobo temporale sinistro s'inserisce qui con la trama fittissima delle sue parole, simile ad una ragnatela che copre e penetra nel cervello dando un nome a tutto ciò che le cellule cerebrali ricevono, memorizzano ed elaborano sicché in definitiva le parole non sono solo nel lobo temporale sinistro, ma in tutto il cervello. In questo modo l'"io" diventa il vero padrone assoluto e dispotico del corpo. Ecco come il cervello animale é diventato cervello umano; ha un reticolo interno di parole o di suoni corrispondenti a sensazioni memorizzate e alle loro elaborazioni in idee, concetti, ecc. unificati nel nome personale del corpo quando l'uomo lo riconobbe come il suo, ma soprattutto quando riuscì a dire :" É il mio ", espressione semplice, elementare di fronte alle successive, ma che l'io, nascendo doveva dire perché l'uomo-automa della parte del cervello al di fuori del lobo temporale sinistro la udisse, anche senza capirla, perché continuasse la sua collaborazione naturale con l'"io". Infatti è a questo punto che lo scambio automatico di segnali o parole fra i due cervelli dell'uomo diventa discorso unidirezionale, dall'uomo cosciente all'uomo-automa o al "sé" della parte restante del cervello che risponde con la precisione quasi istantanea di un computer docile ed esatto nelle sue programmazioni. Rispetto all'uomo cosciente ha solo la forma del suo corpo e qui sta l'impressione dell'"io" di avere un "alter ego" che l'accompagna, come fosse un altro "io" misterioso, inafferrabile e di cui naturalmente finisce di aver paura; non é così; non è così, non è un uomo, ma un computer a cui l'"io" dà erroneamente la sua vita, ma tanto basta perché l'uomo invece di discorso parli di dialogo.

DISCEPOLO Maestro sei stato chiarissimo e mi hai risolto un dubbio che mi ha tormentato finora. Continua.

MAESTRO Oggi infatti l'"io" intrattiene con se stesso un dialogo continuo, ininterrotto che non può interrompere perché, se lo interrompe per malattia o per incidente grave, distruttivo del lobo temporale sinistro, muore o sparisce come uomo nell'annullamento della sua coscienza di sé.

DISCEPOLO É tragico il destino dell'uomo quando gli capita una cosa simile.

MAESTRO Naturalmente! Per fortuna però, quando sia l'"io" che il corpo sono sani, per l'"io" è una bellezza vivere; può con i suoi pensieri vagare dove e come vuole, ragionare o fantasticare e, se lo assale la tristezza di vivere poco di fronte al suo desiderio che la sua vita sia lunga, pensa con disappunto al suo corpo e alle sue leggi genetiche che lo costringono in un limite che è anche il suo. Si consola con l'idea che per ora è un limite lontano perché nessun'avvisaglia di qualcosa di grave gli giunge dal corpo. Ma chi è? Ecco il tarlo che lo rode senza arrecargli nessuna ferita visibile, ma come agisse negativamente a lunga scadenza. Chi è? Non è una cellula, ma la voce di questa cellula e, come voce ha l'impressione di liberarsi fuori da questa cellula come un suono si libra fuori dallo strumento che lo produce, immettendolo in uno spazio vuoto, dentro cui, in qualunque punto si mette, si sente e si percepisce come qualcosa di aereo. É al di là delle possibilità dei sensi, al di fuori dell'orecchio, che per l'"io" diventa il senso per eccellenza, perché gli dà la vita sia funzionando verso l'esterno, sia nella sua parte interna o anche solo in questa, se l'esterna è lesa. E l'"io" teme che qualcosa possa lederlo nella sua parte interna perché piomberebbe nel silenzio che per lui si identifica con la morte. Ecco, ciò che per l'"io" si configura come morte; il silenzio assoluto e con rimpianto pensa alla bellezza delle parole messe in fila in un verso o di quelle che non sono parole, ma note, accordi, motivi e musica; naturalmente sia nel verso che nella musica queste parole o non parole devono collegarsi con la tensione pura delle sue cellule cerebrali dentro cui a volte l'"io" ricorda qualcosa, ma il più delle volte nulla, come in un'attesa trepida di vivere ciò che in quella musica o in quei versi ricordava chi la compose o li scrisse, se ricordava qualcosa o non stava anche lui scrivendo o componendo, in attesa trepida di ricordare qualcosa. Se versi o musica non creano questo dentro all'"io", non valgono nulla; sono puri esercizi di parole e di note. Si è così giunti all'esasperazione parossistica dell'"io" che attende chissà che cosa dal futuro solo perché non lo conosce, ma che, appena conosciuto, appare com'è, piatto e banale come il passato; e l'"io" nega il futuro, pur non potendone fare a meno, svuotandolo e godendo del suo vuoto dentro cui s'immerge, come un'astronauta nel silenzio di distanze stellari. Su tutto aleggia l'ombra di morte perché questo "io" che si sprofonda in una dimensione in cui si sforza di non vedere, e di non sentire più nulla, compie un tentativo di provare in anticipo ciò che sa benissimo che non gli sarà più permesso di provare nella morte vera. Non ha più gioia la vita, ma solo la realtà disperata che non ha senso vivere. Ecco l'uomo! Nei momenti più sublimi del suo "esistere", si dispera e sogna l'"essere" di tutto ciò che l'ha preceduto vivendolo nel suo richiamo irresistibile alla morte, come uno specchio che riflette il suo nulla, il suo "essere" di fronte all'"esistere"; e a quest'"essere" l'uomo si rivolge con tutta la disperazione del suo "esistere" perché è più consolante della morte in cui si annullano "essere" ed "esistere" nello stesso destino.

DISCEPOLO Scusa, Maestro. Quando hai parlato dell"io" come qualcosa d'aereo, ti sei riferito all'aura?

MAESTRO Sì.

DISCEPOLO Puoi parlarcene?

MAESTRO É una manifestazione invisibile dell'"io" che, secondo coloro che hanno avuto il privilegio sensitivo di vederlo, è una irradiazione luminosa che circonda corpo e cervello, ma soprattutto il cervello, probabilmente emanazione di quell'onda sonora di cui vi ho parlato a proposito delle parole, che si ritrae nel cervello, quando l'uomo dorme, ma che, appena l'uomo si sveglia, si dilata al di là del confine anatomico del cervello, gonfiandosi come un pallone, stabilendo contatti con altre aure, evidenti soprattutto nei mistici, come segno della potenza delle loro estasi.

DISCEPOLO Sei stato chiarissimo, Maestro. Ma toglimi una curiosità; è vero come dicevano gli antichi che l'"io" è prigioniero del corpo?

MAESTRO (sorridendo) No, è una cosa strana e folle perché è il contrario. É il corpo che è prigioniero dell'"io" o, meglio il suo schiavo fedele e puntuale nell'assolvere i compiti che l'"io" gli assegna con l'unico neo che si stanca o si ammala o invecchia il più delle volte prima dell'"io".

DISCEPOLO Grazie, Maestro ora puoi continuare a parlarci del cervello?

MAESTRO Vi ho accennato al dialogo continuo che l'"io" fa con il suo sé. Con questo dialogo l'"io" passa con estrema facilità dal presente al passato ed è così indipendente dai sensi che vede attraverso una descrizione ciò che non è presente agli occhi e sente e valuta suoni e odori descrittigli; non solo; attraverso questo dialogo fa previsioni sul futuro e cerca in ogni suo atto di farsi un'idea di come si svilupperà, studiando affannosamente chi è chi è stato immaginando erroneamente che, se conoscesse tutto dell'atto, come ipotesi assurda e irrealizzabile, non avrebbe più bisogno di dirigerlo, perché l'atto stesso si dirigerebbe da solo, ma lui finirebbe nel nulla o in quella morte psichica tipica della distruzione totale del lobo temporale sinistro. Il reticolo di coppie di parole uguali, una in ogni cellula del lobo temporale sinistro e una in ogni cellula dell'ampia zona sensitiva del cervello riproduce in sé sotto una forma sonora il cervello stesso e tutto ciò che il cervello riconosce, memorizza ed elabora. É come se il cervello si riproducesse in un altro cervello non più costituito esattamente da cellule, ma dalle loro voci e l'uomo fosse il complesso di queste voci, una specie di onda sonora continua con i suoi picchi e le sue zone più calme. Questo modo di concepire l'uomo é il più aderente alla realtà che sembra possedere e che ingannò gli antichi, digiuni della realtà fisica collegata ai suoni, quando, cercando di definirlo, pensarono proprio al pneuma, al vento labile e inconsistente come i suoni che trasporta. Oggi tutto ciò non ha più alcun valore; anche se, come impressione, l'uomo è più avvicinabile all'aria che alla consistenza del suo corpo, è una funzione del corpo attraverso il cervello. Parlare ed ascoltare è la coscienza; infatti per la coscienza non conta che le cellule cerebrali riconoscano il corpo e lo memorizzino nella sua continuità fino alla morte dalle banalità più insignificanti ai pensieri più elevati; l'essenziale è che il cervello dica tutto ciò che riconosce e memorizza e che il corpo o la parte restante del cervello al di fuori del lobo temporale sinistro, lo ascolti tramite le sue orecchie perché solo così cervello e corpo diventano biologicamente reali sotto i nomi di "io" e di "sé"; in sostanza, l'uomo è nella comunicazione, nelle parole, l'uomo sospeso fra cervello e corpo in un rapporto che inizia e finisce, a quel che sembra, fuori del cervello e del corpo. Mi seguite?

DISCEPOLO (il Maestro, esausto, si siede. Tutti i discepoli gli si fanno intorno e sussurrano) Continua, Maestro, continua!

MAESTRO (si alza con fatica ) Ritornano in scena le parole, progenitrici dell'"io" da quando la scimmia mutata si diede un nome personale. Vi è una finalità profonda in questa mutazione, come d'altra parte in tutte, ma in questa con l'intento di far uscire la scimmia dal regno animale nel momento in cui si differenziò come uomo, producendo quel fatto straordinario di unire due parti di uno stesso cervello in un'unione da cui scattasse la realtà dell'"io", parola in cui si raccolsero tutte le altre con le loro forme verbali ed avverbiali, spaziali e temporali, atte a descrivere il passato e a prevedere il futuro. L'uomo è fatto di parole e solo nelle parole esiste; le parole sono come dei fili tesi in una rete fittissima, elastica su cui l'"io" rimbalza, passando con velocità incredibile dal passato al futuro e viceversa; sono il contenuto della mente e la mente stessa irrequieta, instabile, sempre in attesa di ricevere e di rispondere con le sue energie nella ricerca di soluzioni dalle più semplici alle più complesse. Non c'è altro nell'uomo al di fuori di questo gioco di parole; tutto il resto, corpo, sensi e sensazioni ricevute e memorizzate, che ne risvegliano altre, non contano, se non sono istantaneamente tradotte dalle loro realtà sensibili in parole che le collocano nel posto preciso in cui si trovano nel passato o dove l'"io" presume di trovarle nel futuro. Le parole costruiscono all'uomo un "corpo" simile ad una nube che, vista accelerata, come si può fare oggi accelerando il suo moto, cambia continuamente forma e colore dal bianco lucente ai colori più squillanti. O è simile a uno di quei ponti di corde ondeggianti e instabili, sospeso a metà di una gola stretta, profonda e altissima di cui unisce le due pareti; tutto può sparire sopra e sotto; l'"io" è solo con le sue voci e sono queste che danno un senso all'aspetto del suo corpo, al suo peso e anche al suo benessere e alla sua stanchezza, rimediando a tutto, se c'è da rimediare, o infondendo forza se non c'è, anche fisica, come se tutto dipendesse da loro. Questa è l'immagine concreta dell'uomo, un insieme di voci che si muovono turbinose o pacate, lente o irresistibilmente veloci senza una regola, incuranti della stanchezza, del desiderio del sonno e della strana apatia del corpo. É questo per dire che confondere l'"io" col corpo è solo un'abitudine o un'impressione di vederli sempre insieme; l'"io" ha un "corpo" suo costituito dalle parole che pensa, dice e urla; il corpo si adatta e cerca di tenergli dietro gesticolando come può.

DISCEPOLO (entusiasta) C'è proprio un'abisso fra l'uomo e l'animale. Il poter parlare è tutto.

MAESTRO L'uomo parla e i suoi pensieri fluiscono come un'onda continua sia che li dica o che li pensi; sono i suoi veri microscopici atti, radice di tutti quelli che compie col corpo, ogni pensiero combinandosi con le sue parole su un piano logico di ricerca e perciò futuro, difficile da individuare se non lo si scopre nella difficoltà che richiede, come sforzo centuplicato da coloro che ascoltano e imparano, ripetendosi mentalmente il pensiero udito per cercare di capirlo. Di fronte all'"io" e ai suoi pensieri faticosamente elaborati sta l'uditorio che ripete su questi pensieri lo stesso lavoro di ricerca fatto da colui che lo insegna, nascosto ormai nell'istantaneità del pensiero esposto. É una fatica improba, ma esaltante perché è, in pratica, la vera vita dell'uomo, l'unica che vale e che ha il pregio di essere ricordata quando l'uomo muore; con essa l'uomo continua a servire e a vivere nell'evoluzione culturale degli altri, evoluzione da intendere come aspetto nuovo, originale rispetto all'evoluzione precedente negli animali che non lo possiedono. Vita ed evoluzione del cervello, è questo che conta nell'uomo ed è a questo che da millenni dimostra di lavorare col suo studio indefesso dell'universo, del suo corpo e di se stesso; messo sul piano dell'animale che senso ha questo lavoro? Naturalmente è qualcosa che l'evoluzione ha aggiunto all'evoluzione dell'animale, ma così enorme e grandioso che dal modesto punto di vista dell'uomo ritenersi un animale è come dare uno schiaffo all'eredità che possiede e che tramanda.

DISCEPOLO (entusiasta) Maestro, ci hai proprio convinti dell'abisso che c'è fra l'uomo e la scimmia attuale. Manca a questa scimmia la mutazione che milioni d'anni fa l'ha trasformata in uomo, dandole la parola: oggi la scimmia senza questa mutazione non può diventare un uomo, qualunque sforzo facciano gli scienziati per darle la parola.

MAESTRO Il lungo discorso che vi ho fatto, vi dà la misura dell'"io"; è funzione di se stesso, ossia di un "io" che tende continuamente a realizzarsi senza realizzarsi mai perché ha sempre il suo se stesso da realizzare fino alla morte. É un se stesso costituito da parole temporali future, che solo l'uomo può interpretare così, non le sue cellule cerebrali che le usano, come sono costrette ad usarle dalla loro costituzione biologica, parole temporali atte a descrivere ciò che possiedono memorizzato del loro passato; per queste cellule il futuro non esiste, né può esistere. É una realtà che i sensi non portano a loro e che quindi loro non ricevono, né memorizzano; per loro tutto è presente o passato e di fronte alla dimensione temporale futura, in cui vive l'uomo, non possono far altro, memorizzandola, che metterla fra le loro solite memorizzazioni del passato. Tutto questo dipende dal fatto banalissimo che l'"io" sa, per analogia con tutto ciò che vive, che l'uomo deve morire in un momento imprecisato del suo futuro, mentre le sue cellule cerebrali, pur memorizzando acriticamente questa conoscenza, proprio perché non possono confrontare ciò che succede con ciò che non è ancora successo, riconoscono l'uomo come una realtà eterna. É un dissidio fra cellule cerebrali e l'"io", che impegna l'"io" nel suo esistere in quanto esiste perché conosce di morire, e il morire, come conclusione del suo futuro, lo domina dal suo punto sconosciuto nel tempo, legandolo a se indissolubilmente e lasciando che le sue cellule cerebrali vadano per conto loro.

DISCEPOLO (entusiasta) É una meraviglia! Hai buttato l'"io" nel futuro, lasciando nel presente e nel passato le sue cellule cerebrali. Ma come hai fatto a capirlo?

MAESTRO Te lo spiegherò subito. L'uomo è un miracolo, l'unico finora conosciuto nell'universo, il miracolo delle parole, ossia di quei segnali nervosi che per le cellule cerebrali non possono essere che segnali diretti al passato, anche se formalmente presentano la possibilità di essere indirizzati sul futuro di cui però le cellule cerebrali, come cellule, non possono approfittare, al contrario dell' “io” che vive di questi segnali modellati da lui stesso per il futuro perché è nel futuro che deve vivere per non negarsi come “io”. Se è così, è evidente che la natura delle parole è qualcosa a sé, una specie di mondo sottile, più arzigogolato e difficile da studiare di qualsiasi altro. Si è parlato di voci delle cellule e di forma sonora del cervello appunto per avvicinarsi alla loro realtà indirizzando i biologi a non commettere lo sbaglio di non distinguere in una parola temporale le sue due direzioni opposte, una per il passato, una per il futuro, la prima per le cellule cerebrali, la seconda per l' “io”.

DISCEPOLO É una regola, Maestro?

MAESTRO É una regola rigida, precisa e inviolabile. Se non fosse sì l' “io” non esisterebbe. Ma nel parapiglia chi ci scapita è l' “io”; viaggia nel buio più profondo, prende lucciole per lanterne, scambiando un mare tranquillo per uno in tempesta e, quando se ne accorge, se tenta di applicare l'esperienza fatta, finisce di scambiare un mare in tempesta per uno tranquillo. L'ansia e l'angoscia sono le sue compagne, l'imprevisto è la normalità della sua vita, anche se non succede perché gli è sempre presente, come una condanna, perché potrebbe succedere.

DISCEPOLO Maestro, hai posto nelle parole temporali, coniugate per il futuro, la vera essenza dell'uomo con la sua angoscia di dover decidere senza sapere con esattezza se la decisione presa è quella giusta, angoscia che esprime tutto il suo tormento, ma che nello stesso tempo lo esalta nella percezione di essere libero prima che l'atto si concluda, perché i suoi ricordi lo orientano, ma non lo determinano. Ma non è questo che volevo chiederti. Se l'uomo vive in un involucro di parole o di voci che si librano fuori delle cellule in uno spazio vuoto come qualcosa di aereo, o come un'onda sonora che si dilata fuori dal cervello, gonfiandosi come un pallone, quale e quanto spazio lo racchiude?. 

MAESTRO Non so; mancano, non solo a me, ma a tutti, dei sistemi metrici per definirlo; e così pure per l'eternità delle cellule cerebrali e delle cellule a loro collegate, termine troppo perentorio, anche se valido, che ho usato soprattutto per farmi capire; infatti sarei pronto a non meravigliarmi se degli studi seri mi convincessero che la sopravvivenza di queste cellule alla morte di tutte le altre non riguarda la loro organizzazione attuale, ma una più intima su un piano non strettamente molecolare, ma atomico, aprendo alla biologia un campo di indagini finora inesplorato, ma indubbiamente reale, come l'altro, perché tutte e due formati dagli stessi componenti a due livelli distinti, uno strettamente chimico e uno fisico secondo le esperienze, ormai consolidate dall'esperienza, attraverso cui si è passati dalle molecole agli atomi e a stadi subatomici fino ai quark, punto di arrivo, ma sicuramente punto di partenza verso ulteriori suddivisioni. La domanda infatti, che mi sono fatta, è questa: se la natura ha una tale profondità in se stessa, nulla esclude che l'evoluzione non ne abbia approfittato nel campo della vita, che le compete, affidandola non solo allo stadio molecolare, che oggi è comunemente ritenuto l'unico possibile, ma anche a livelli più sottili a cui non si è ancora giunti per mancanza di esperienze che li convalidino. '

DISCEPOLO Hai ragione, Maestro, e la tua ipotesi è della massima importanza. Secondo me, l'evoluzione è un laboratorio ed è innaturale che si sia fermata ad un livello, fosse pure quello da cui è partita, e non abbia agito interessando altri livelli più sottili che sono quelli che ora ci interessano, se vogliamo capire la sopravvivenza delle cellule cerebrali e di quelle a loro collegate.

MAESTRO Hai detto cose vere e queste dimostrano quanto è ancora lungo cammino che la biologia deve percorrere per venire a capo dei misteri più nascosti del corpo umano. Ma l'importante ora per noi è che la radice di tutto ciò che si è detto, è qui e guai all'uomo che dà troppa importanza al corpo e poca all' “io”, lasciandolo in balia degli appetiti fisiologici del corpo, che sono sempre esorbitanti rispetto al loro valore, intralciando l' “io” che invece nel suo sviluppo deve moderarli. É un equilibrio delicato che ha avuto una lunga evoluzione nella storia millenaria dell'umanità, oscillando fra due estremi opposti, uno costituito dagli uomini che si sono lasciati travolgere dagli appetiti fisiologici del corpo attribuendoli ai loro “io”, e l'altro costituito da coloro che hanno sublimato i loro “io” fino a dei gradi da sfiorare la pazzia. Naturalmente l'equilibrio è a metà strada; come vi ho detto, un “io” che è schiavo del corpo è in realtà, schiavo di uno schiavo e lede l' “io” portandolo a un tipo di fame che, analizzata, ha ben poca differenza da quella naturale del corpo; intendo fame di potenza, di prevaricazione, di assurda esaltazione di se stesso nella certezza di possedere una forza, non più fisica, ma mentale, punto di partenza di tragedie immani, come quelle che abbiamo vissuto in questo secolo nelle due guerre mondiali che hanno insanguinato la terra provocando milioni e milioni di morti e nelle guerre di oggi disseminate un po' dovunque nei cinque continenti, ecatombe di uomini, donne e bambini che non chiedevano che vivere, immolati invece per sogni di potenza da parte di pochi “io” superbi, sprezzanti dei diritti altrui, avidi, sadici e crudeli. Sul finire di questo secolo che coincide con l'inizio di un nuovo millennio l'uomo deve assecondare il suo “io” che ormai ha capito che la sua vita qui sulla terra è solo un passaggio e più si troverà bene dopo la morte, quanto più ora farà tutto ciò che può per essere libero dagli istinti del corpo che, trasferiti nell' “io”, saranno la sua condanna dopo la morte del corpo; non so quale sia, ma so con certezza che sarà tremenda. Ricordatevi l'ammonimento del poeta: “Nati non fummo per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”, (l'oscurità è scesa profonda sulla scena. Il Maestro con tono stupito) Ma perché stiamo al buio? Accendete la luce!

DISCEPOLO (é un giovane alto e magro che finora non ha mai parlato, in preda ad una agitazione incontenibile) No, Maestro, le tue parole ci illuminano dentro. Voglio farti una domanda che mi tormenta. Quando andremo oltre la morte insieme al nome e cognome che cosa ci porteremo dietro?

MAESTRO (con studiata indifferenza) I nostri ricordi, in bene e in male, felici dei primi sconsolati per i secondi che non potremo più nascondere, coi vizi e le debolezze legate alla carne e alla vanità che ci sollecita ad essere ciò che non siamo. Tutto ciò é già ora la nostra rovina e continuerà ad esserlo anche dopo, ma non chiedermi che aspetto avrà dopo questa rovina perché non lo so.

DISCEPOLO (lo stesso, con disperazione) Ma puoi immaginarlo. Io ho fatto cose orribili. (rivolto a tutti) Ho ucciso! Per questo preferirei non trasformarmi, ma veramente morire con la morte, anche con il mio “io”.

MAESTRO (con tono rassicurante) Consolati! T'incontrerai con chi hai ucciso e uno scambio di parole vi rasserenerà.

DISCEPOLO (incredulo) Ma questo succederà anche a quei due mostri che sono stati Hitler e Stalin.

MAESTRO (con tono severo) Credo di no. Non so quale supplizio abbiano. Penso che siano talmente isolati da tutto e da tutti, che la solitudine fredda e angosciosa in cui vivono, é già di per se una condanna da far loro preferire la morte vuota d'ogni trasformazione.

DISCEPOLO Essi non hanno fatto progredire la specie umana, secondo quanto ci hai detto.

MAESTRO Hai ragione. Tu pensi ai loro “io”, traditi dalla loro furia omicida fredda e implacabile, ed é anche possibile che i loro “io” siano morti coi loro corpi, secondo la regola, che non so se esiste, che si trasforma solo chi ha fatto tutto ciò che poteva per migliorare o non disturbare troppo lo sviluppo della specie degli individui che hanno coscienza di sé. Da qui il nostro impegno di condurre una vita morale, onesta, basata sull'amore del prossimo e sulla fuga continua, anno dopo anno, di tutto ciò, che non é degno della realtà che possederemo dopo la morte. Ora sono veramente stanco e vi saluto.

 

Due discepoli gli si mettono ai fianchi, e il Maestro ponendo le sue braccia sulle loro spalle, si avvia lentamente verso l'uscita nel silenzio generale.   

 

 

 

 

 

 

 

                                     F I N E

 


 

 

 

 

IL DIAVOLO  E  L'ARCANGELO

 

 

 

 

 

 

Atto  unico

 

 

 

 

 

           Personaggi :

 

Il Diavolo

                        L'Arcangelo Gabriele

                        Primo Frate

                        Secondo Frate

                        Vecchia

                        Sacrestano

                        Parroco

                        Signorina

                        Mussulmano

 



 

All'aprirsi del sipario si vede in centro alla scena un gruppo statuario formato da due personaggi che rappresentano l'arcangelo Gabriele e il demonio; l'arcangelo è in piedi raffigurato nell'iconografia solita del giovane bellissimo, biondo, dal volto fiero, audace, vestito di corazza, gonnellino corto, gambali, braccia nude, spada sfavillante nella mano destra tesa in alto in atto di colpire, braccio sinistro indietro. Il demonio, al contrario, è disteso per terra, la testa leggermente sollevata e rivolta verso l'arcangelo con un ghigno di furore, il tridente stretto nella mano destra, la sinistra appoggiata sul pavimento nello sforzo di alzarsi, vanamente, sotto la pressione autoritaria del piede dell'arcangelo che preme a terra il diavolo sulle spalle. Il gruppo è su un alto piedistallo ed è fortemente illuminato. Davanti vi è una fila di banchi a semicerchio; al centro del semicerchio vi è un porta candele. Inginocchiati ai due banchi laterali vi sono due frati: il primo sulla cinquantina, dalla corporatura robusta, volto rude, lineamenti molto segnati, espressione concentrata; l'altro sulla sessantina, piccolo, grassoccio, testa pelata, espressione del volto distesa, bonaria. Sono immersi entrambi nella preghiera. Dopo un po' la tensione nel volto del demonio si allenta e si trasforma in un sorriso ironico.

 

Demonio Gabriele?

Gabriele Che cosa vuoi?

Demonio Non sei stufo di stare così da millenni?

Gabriele No.

Demonio Lo immaginavo. Io sì, invece. Stufo e arcistufo. Sai almeno fin a quando staremo così?

Gabriele Fino alla fine del mondo.

Demonio E quando sarà questa fine?

Gabriele Nessuno lo sa, nemmeno il Figlio, solo il Padre.

Gabriele Sì, perché ho fede in quello che dice il Padre. Naturalmente tu no. Tu sei convinto che menta. (con tono ironico) Verrà… verrà la fine...

Demonio Mi parli come se fossi un uomo. A me la fine non fa né caldo né freddo. Anzi, finirò di lavorare e vivrò di rendita sul lavoro fatto. Ti chiedevo della fine per sapere quando inizierà per me questo periodo beato.

Gabriele Lo sa solo il Padre.

Demonio Pazienza! Mi consolo perché tu stai più scomodo di me.

Gabriele (con estasi) Io so a chi offrire la mia scomodità.

Demonio Non offri molto…

Gabriele Angelo delle tenebre, è inutile che ti dica cosa gli offro insieme.

Demonio (sarcastico) Lo so. Gli offri tutta la retorica di cui siete capaci voi, angeli della luce. Retorica, retorica! Io odio la retorica! E posso odiarla perché non ho paura di dire quello che penso; intanto non ho nulla da perdere. Tu devi essere guardingo invece nelle parole, nei gesti, nei pensieri. Guai se fai o pensi diversamente da ciò che Dio giudica bene!

Gabriele Io non posso fare il male, come tu non puoi fare il bene.

Demonio Su questo dovremmo discutere. (cerca di muoversi sotto il piede di Gabriele) Potresti per un attimo togliere il piede dalla mia schiena?

Gabriele Mai!

Demonio O almeno non premere tanto?

Gabriele Premo come mi pare.(ironico) Ti credi furbo, angelo delle tenebre, ma non lo sei.

Demonio Scommetti? Scommetti che invece lo sono?

Gabriele Accetto! Proponi!

Demonio No! Con te non provo nemmeno… (guarda con avidità i due frati inginocchiati) ma con questi due santoni… con questi due santoni invece sarei sicuro di farcela.

Gabriele Accetto la sfida per loro. Falli desistere dalla venerazione che hanno per me.

Demonio Oh, posso fare di più!

Gabriele Che cosa?

Demonio Quello che vuoi! Ti lascio la scelta: che buttino l'abito… che vadano a donne… che finiscano di insultarsi come due carrettieri…

Gabriele Che finiscano per insultarsi come due carrettieri.

Demonio Ma ad un patto.

Gabriele Quale?

Demonio Se riesco… ci riposiamo un poco; tu ti sgranchirai le gambe, io mi curo il torcicollo; poi io vado sopra e tu vieni qui sotto.

Gabriele Accetto. Però non ti concedo che tre battute per avviare il discorso… e ti infilzerò senza pietà se fai loro del male.

Demonio Un'ultima condizione. Gabriele, fa' dire … (sta un attimo incerto; poi indica il frate di destra) a quello lì: è l'ora della pace, della meditazione, che il maligno non ci tocchi.

Gabriele Tutto qui?

Demonio Tutto qui! Poi ci penso io.

Gabriele E sia!

 

Abbassa la spada verso il frate di destra. Il frate di destra alza il viso dalle mani e con espressione ispirata pronuncia:

 

I° frate È l'ora della pace…

Demonio (con un ghigno) Macché pace!

I° frate … della meditazione…

Demonio Meditazione? Non farmi ridere!

I° frate (con tono più forte)… e che il maligno non ci tocchi!

Demonio (con tono fortemente ironico) Me ne prendo ben guardia. Che Dio me ne scampi e liberi!

I° frate (con un tono di ansia nella voce) Fratello?

II° frate (alza il volto) Che cosa vuoi?

I° frate Non sono tranquillo. Non ti è sembrato che qualcuno facesse eco alle mie parole?

II° frate Sono duro d'orecchie, fratello. Non ho sentito nessun eco. Ti confesso che non ho nemmeno sentito quello che hai detto tu. (con tono di scusa) Parli così piano. (alza gli occhi verso Gabriele) Abbi pietà di me, arcangelo Gabriele. Fammi sentire, (con astio) anche se costui sembra che faccia apposta a parlare sempre più piano.

I° frate Non faccio apposta. Parlo piano e forte secondo ciò che dico. Ora ho detto: è l'ora della pace…

II° frate Adesso ho sentito. Che cosa ti piace?

I° frate (trattenendosi) Ho detto: pace!

II° frate Ho capito: pace! Dovresti parlarmi così, né sottovoce, né urlando. Sottovoce, non sento; se urli, il maligno mi fa ballare dieci parole al posto di una. La differenza fra certe parole è minima, ma il senso è diverso. Per esempio, ti chiedo con umiltà: che cosa hai voluto dire ieri sera quando hai detto: non legatevi al tavolo?

I° frate Non ricordo…

II° frate E nemmeno io. Ho passato una notte d'inferno per capire cosa hai voluto dire. Non legatevi…

I° frate (con voce forte, sicura) Al diavolo!

II° frate Non mandarmi al diavolo, fratello. Non aggiungere l'imprecazione allo scherno.

I° frate (con dolcezza esasperata) No, non ho detto: al diavolo! Per mandarti all'inferno. Ho detto: non legatevi al diavolo.

II° frate (stupito) Ah… non legarsi al diavolo! Già… così è comprensibile… semplice. Non legarsi al diavolo… (con angoscia) e invece sono alla sua mercé… sono il suo zimbello. Ma dovrò vivere in quest'ansia fino alla tomba?

I° frate (con serietà) Sì, fino alla tromba.

II° frate Ho detto: tomba.

I° frate Io ho sentito: tromba.

II° frate Io sono sicuro di una cosa: ho detto: tomba. E non balbetto. (con malignità) Ho l'impressione che anche tu non senta tanto bene.

I° frate Io sento benissimo.

II° frate (stupito) Veramente anch'io. Per esempio, adesso ho udito tutto chiaro, preciso. (con tono ironico) Qui ci deve essere qualcuno che fa lo spiritoso…. un po' con me, un po' con te.

I° frate È il maligno!

II° frate (inorridito) No! Il Benigno, Dio?

I° frate (calcando la parola) Il maligno, ho detto.

II° frate Ah, il maligno. Lo pensavo anch'io. Proporrei d'ingannarlo.

I° frate Come?

II° frate Con le sue stesse armi. Per esempio: benedicimi in nome del maligno. Io sentirò Benigno.

Iç frate (pensieroso) È rischioso.

II° frate Perché?

I° frate E se se ne accorge?

II° frate Gli spiritosi sono idioti.

I° frate Quando sono uomini.

II° frate E lui chi è?

I° frate (con irritazione) Un tavolo! Il maligno ti maledica! (con curiosità) Che cosa hai sentito?

II° frate (con disillusione) Tavolo e maligno. Ma non devi scoraggiarti. L'hai urlato troppo forte… come parlassi a un sordo. (con convinzione) Noi non lo siamo! Sentiamo benissimo! Tu non senti, non è vero?

I° frate Benissimo!

II° frate Nel tavolo c'è il diavolo.

I° frate È il contrario.

II° frate No. Il contrario non ha senso.

I° frate (arrabbiandosi) Non è vero. Tu hai detto: nel diavolo c'è il tavolo. Che senso ha? Nel tavolo non c'è il diavolo.

II° frate (spazientito) Non so come fai a sostenere una tesi così stupida. Il diavolo nel tavolo! Io ho detto e ti ripeto: nella parola tavolo, udita come diavolo, c'è il diavolo che te la fa udire tavolo. Hai capito?

I° frate Certo. Quello che dici lo comprendo, ma è un'idiozia: nella parola diavolo, che tu hai udita come tavolo, non c'è il diavolo… a meno che…

II° frate A meno che?

I° frate A meno che tu creda ai tavoli che ballano e che parlano.

II° frate E tu, no? Ma se è un'ora che diciamo che sono spiritosi… che parlano e che ballano.

I° frate I diavoli!

II° frate No… i diavoli! Ho detto!

I° frate Ho sentito: i diavoli! Non c'è bisogno di gridarlo, come se fossi sordo.

II° frate Di che cosa?

I° frate (urlando) Come se fossi sordo!

II° frate (spazientito) Io ho sentito “a bordo” e in tutta umiltà ti chiedo: di che cosa?

I° frate Io ho detto: sordo e non “a bordo “.

II° frate E se hai detto “a bordo” e non sordo, con estrema umiltà ti chiedo e ti ripeto: di che cosa? (il primo frate tace dalla rabbia) Taci, adesso? Ti sei offeso?

I° frate (furente) Dove, fratello? Adesso sei tu che taci. (con violenza) Io non mi sono appeso… che l'Eterno mi assista!

II° frate E se non ti sei offeso, perché mi chiedi: dove?

I° frate Perché non mi sono appeso.

II° frate (con tono deciso) Questo volevo sentirti dire: che non ti sei offeso.

I° frate (con un senso di liberazione) Tante parole per convincerti che non mi sono appeso. (fra i denti) Se non fossi umile e devoto, se non avessi paura di turbare la tua anima, direi che stai impazzendo, fratello. (con sarcasmo) Supporre che mi sia appeso!

II° frate Ti chiedo scusa, non volevo offenderti.

I° frate (furente) Neanche il diavolo m'appende!

II° frate Per me è il contrario. Il diavolo m'offende.

I° frate Ma dove?

II° frate Nell'anima … nel corpo...

I° frate Non so come faccia ad appenderti nell'anima… nel corpo. Per me sei pazzo da legare!

II° frate (facendosi con la mano padiglione all'orecchio) Eh? Non sento più! Non sento più!

I° frate (con rabbia) Ah, sei a questo punto! Muovi le labbra senza parlare per farmi intendere che sono sordo. Ebbene, eccoti servito! (con violenza) Idiota, scemo, pazzo, criminale, lurido, verme…

II° frate (lasciando cadere la mano dall'orecchio, prima sbalordito, poi irritato) Ah… bravo… bravo… e tu che cosa sei? Idiota, scemo, pazzo, criminale, lurido, verme… non so chi mi trattiene dal suonartele di santa ragione.

I° frate (si alza) Me ne vado anch'io! Arcangelo Gabriele, che cosa ho dovuto sentire!

 

Escono rapidamente, uno da una parte, uno dall'altra. Il diavolo si solleva sul busto, Gabriele allenta la tensione del piede.

 

Diavolo Gabriele, togli il piede.

Gabriele (premendo) No.

Diavolo Sei sleale. Ti denuncio a Dio.

Gabriele (toglie il piede e si piega sulle ginocchia a fianco del diavolo) No, non farlo! Dammi la rivincita.

Diavolo Sì. Adesso però sgranchisciti le gambe….

Gabriele (con ansietà) No… no… subito.

Diavolo (massaggiandosi il collo) Come vuoi! (si alza e si stira) Allora, mettiti giù. (Gabriele si distende) Sì… sì… il braccio sotto il mento… per la faccia atteggiala come ti pare… la spada un po' più avanti… il ginocchio sinistro non è a posto… (si china e lo sistema) così… (lo guarda dall'alto) bene! Adesso a me! (appoggia il piede sulla schiena di Gabriele, si china leggermente e solleva sopra di lui il tridente tenendolo con tutte e due le mani. Fa un ghigno feroce))

Gabriele (alludendo al tridente) Non inforcarmi!

Diavolo No. Sta' tranquillo!

Gabriele (guardando il diavolo dal basso all'alto) Più dolcezza… (indicando il tridente) non con le due mani… con una sola! Il braccio sinistro va in fuori… e tira indietro la pancia. Cerca di essere un po' sciolto… non così rabbioso.

Diavolo (con ironia) Posso ridere? (tira fuori la lingua)

Gabriele Sorridere! La lingua tienila dietro ai denti. Non sta bene in chiesa. Sembra che tu stia facendo una pernacchia.

Diavolo Ehi, Gabriele! Questa ormai è la mia chiesa.

Gabriele Se vinci. Ma io supererò la prova.

Diavolo Quale?

Gabriele Non so…

Diavolo (guardando intorno) A me quella vecchietta ispira… (entra. in scena una vecchietta piccola, gobba, zoppa, vestita miseramente, con una faccia dura, astiosa) se a te va bene… (si volta verso Gabriele) Gabriele, che riaccenda per quattro volte il cero che tu le spegnerai.

Gabriele D'accordo!

 

La vecchietta si porta davanti al piedistallo e fissa nel portacandele la sua candela. Poi fa per voltarsi.

 

Diavolo Gabriele, spegni! (Gabriele, disteso per terra, ha la candela davanti alla faccia con un soffio la spegne)

Vecchia (si volta contrariata) Accidenti! È un cero difettoso. (annusa il fumo della candela) Eppure la puzza è buona. (cerca lungamente e con grandi gesti nelle tasche) Ah… per fortuna! ( lo accende e lentamente lo avvicina alla candela) Non ti spegnere… non ti spegnere… (il fiammifero si spegne proprio vicino alla candela. La vecchia lo butta via con rabbia) Carogna! Tutti così! E li fan pagare per buoni. Non ce n'è uno che serva. (con fastidio) E adesso? Debbo andare dal sacrestano. (si avvia zoppicando verso destra) Un cero difettoso… a me… e l'ho pagato per buono… (esce)

 

Dopo un po' si sente la voce del sacrestano e dei rumori di passi.

 

Sacrestano Non è possibile… non è possibile…

 

Entra un vecchio alto, allampanato, magrissimo, dall'espressione infastidita. La vecchia lo trascina.

 

Vecchia E allora venga lei… lo accenda! Se rimane acceso, ho torto! Ma se si spegne.…

Sacrestano (irritato) Ma se si spegne, lo riaccendiamo.

Vecchia Nient'affatto! Se si spegne, me lo cambia. Ho il diritto di potermene andare via con la sicurezza che non si spenga.

Sacrestano Io non ho il dovere di stare attento ai ceri finché sono consumati.

Vecchia Ma ha il dovere di darmene uno buono, dato che l'ho pagato.

Sacrestano (accende un fiammifero e con questo accende il cero) Adesso lo riaccendo.

Vecchia (fuori de sé dalla rabbia) Adesso… no! Ne voglio un altro!

Sacrestano (duro) Sono contati. Deve pagarlo se ne vuole un altro.

Vecchia (urlando) Ne voglio un altro. Questo…

Sacrestano (ha finito di accendere) No. Proviamo… proviamo ancora. Ecco… è acceso e rimane acceso. Ha visto? È buono! (si volta per andarsene)

Diavolo Gabriele, spegni!

 

Gabriele spegne. Il sacrestano si volta di scatto. Dalla candela passa a guardare le statue e rimane sbalordito.

 

Sacrestano No! Le statue!

Vecchia (sbircia le statue) Sono sempre le stesse. (con rabbia) Adesso ho ragione. Il cero è difettoso.

Sacrestano (sempre guardando sbalordito la statua) Non sono le stesse.

Vecchia È tutto a posto. Il cero è difettoso.

Sacrestano Il diavolo non era di sopra. Lei crede che io la prenda in giro.

Vecchia (dura) Io credo che lei non voglia cambiarmi il cero.

Sacrestano No… no! Fossi in lei…

Vecchia (ironica)… riaccenderebbe questo. (indica il cero)

Sacrestano Neanche questo.

Vecchia È il colmo!

Sacrestano (come svegliandosi dal suo intontimento) Ma non ha occhi? Guardi! Non vede? È un'altra…

Vecchia Un'altra?

Sacrestano Un'altra statua! E a chi accende il cero? (indica il diavolo) A lui! Lo vede? Lui! Chi è? (si porta le mani alla testa) Oh Dio! È il demonio! Questa è la fine… la fine del mondo! (esce sconvolto)

 

La vecchia si inginocchia nel banco di fronte al piedistallo, ma si alza subito. Fa un cenno.

 

Vecchia No… non qui. (si inginocchia nel banco laterale. Guarda la statua) È strano! È vero! (ad uno, ancora fuori scena) Oh, lei, signore! Venga qui, per piacere.

 

Entra in scena un giovane di una ventina d'anni, scurissimo di pelle, dall'aspetto arabo, faccia lunga, magra, piccolo pizzo al mento.

 

Giovane Che cosa vuole?

Vecchia (guardandolo meglio) Cristiano?

Giovane No, mussulmano.

Vecchia (sbalordita) E che fa qui?

Giovane Sono un convertito.

Vecchia Ah… (indica le statue) li conosce?

Giovane Sì. (indica Gabriele, poi il diavolo) Crociato e mussulmano.

Vecchia No, angelo e diavolo.

Giovane (rannuvolandosi) Diavolo… il mussulmano?

Vecchia È il diavolo, non un mussulmano. E questo è Gabriele, non un crociato.

Giovane (non convinto) Ah… se no, il contrario.

Vecchia (irritata) Diavolo… il crociato?

Giovane (con educazione) Almeno angelo il mussulmano.

Vecchia (irritata) Ma se è convertito!

Giovane Non per chiamare diavoli i mussulmani.

Vecchia (indica il cero con tono autoritario) Accenda, per piacere.

Giovane (con sospetto) Non ho fiammiferi. Perché non accende lei?

Vecchia Non ho fiammiferi.

Giovane (estraendo con rapidità una scatola di fiammiferi dalla tasca) Devo averne uno… eccoli! (tende la scatola alla vecchia)

Vecchia (prende la scatola) Qui ce n'è più di uno! (in questo istante entra in scena una signorina che cammina con l'aria assorta nella preghiera e va ad inginocchiarsi in un banco laterale) Signorina bella…

Signorina (con fermezza) Mi lasci stare.

Mussulmano (irritato, alla vecchia) Accenda lei, la lasci stare.

Vecchia Lei non s'impicci! (alla signorina, offrendole la scatola di fiammiferi) La mia mano trema, vorrebbe? È un attimo! ( la signorina prende la scatola, accende un fiammifero e accende la candela) Grazie! (la signorina esce di scena) Ora resta acceso. (si odono dei rumori di passi) Uff… ritorna quello scemo!

Sacrestano (entra in scena in compagnia di un uomo sulla quarantina, alto, robusto, in maniche di camicia) Venga! Hanno cambiato le statue… sono delle altre! Guardi!

Parroco (guarda, poi si prende il mento tra le dita) Sopra… sotto… ma era sopra o sotto? Bisogna che consulti! (si volta)

Diavolo Gabriele, spegni!

 

Gabriele spegne.

 

Vecchia (al sacrestano, arrabbiatissima) Ecco! Ora sarà convinto che è un cero difettoso.

Parroco (al sacrestano) Che vuole questa?

Vecchia (al parroco) Io l'ho pagato il cero. O un altro cero o i soldi! È la terza volta… la terza volta che si spegne.  (la signorina attraversa la scena sempre nel suo atteggiamento di raccoglimento) Signorina, non è vero? Lei l'ha acceso.

Signorina (continuando a camminare, parla con stanchezza) Io vado in un'altra chiesa.

Mussulmano Perché?

Signorina Credevo di trovare pace… silenzio..

Mussulmano (con occhi brillanti) Vada in una moschea.

Signorina C'è sempre pace… silenzio?

Mussulmano C'è sempre pace… silenzio… noi ci togliamo perfino le scarpe prima di entrare nella casa di Dio.

Vecchia Questa è un'ottima cosa. In quelle cristiane c'entrano anche i cani. Li ho visti io.

Parroco (con tono offeso) Io non li ho mai visti… almeno nella mia.

Vecchia È questa?

Parroco Sì.

Vecchia (con tono deciso) Allora mi faccia dare un cero, ma che sia buono. Io l'ho pagato buono, non difettoso. Questo si spegne sempre.

Parroco Non è possibile, buona donna. Sono tutti buoni. (al sacrestano) Hai un fiammifero?

Sacrestano (con paura) Attento, padre!

Mussulmano (con ironia) Glielo faccia accendere da lei. (indicando la signorina). Dopo è rimasto acceso.

Vecchia Anche dopo che l'ho acceso io, è rimasto acceso. Si è spento dopo che l'ha acceso lui (indica il sacrestano).

Sacrestano (indica la vecchia) E dopo che l'ha acceso lei!

Vecchia Ma qui, davanti… non laggiù dove l'ho acceso io.

Sacrestano (al parroco) Ecco il punto. Se si è qui davanti…

Vecchia (al sacrestano) Solo quando l'ha acceso lei.

Sacrestano (indicando la signorina) E lei!

Vecchia Ma appena lei è ritornato. (al parroco) Lei non c'entra, padre.

Sacrestano (sbalordito) Come? È il responsabile dei ceri!

Parroco Io pago e basta. Tu vai a comprarli dove vuoi.

Sacrestano Ma quanto paga e a quanto vende?

Mussulmano (sottovoce, alla signorina) Qui si fa mercato. Nelle moschee…

Sacrestano (infastidito) E la smetta con le moschee!

Vecchia (al mussulmano) Intanto lei si è rifiutato di accendere e l'ha fatto accendere da lei (indica la signorina). Poi fa il cascamorto. Anche nelle nostre chiese c'è pace e silenzio quando non ci sono ceri difettosi fatti con cera mescolata alla sabbia.

Parroco Sabbia?

Vecchia Sì. Non ci volevo credere, ora ci credo.

Parroco (al sacrestano, con decisione) Dammi un fiammifero.

Mussulmano (tendendo i suoi) Eccoli!

Parroco (prendendoli) Ah… lei ci gode!

Mussulmano (indicando il diavolo) Sì, perché il mussulmano è sopra.

Parroco Non è un mussulmano, è il diavolo.

Mussulmano Non ha importanza. È sopra.

Sacrestano (costernato) Non l'ho mai visto sopra.

Signorina (con naturalezza) Se c'è, c'era. Non è ancora vinto.

Mussulmano È vinto.

Signorina Con la spada in pugno? (estasiata) E come la tiene forte. (al mussulmano) Si volti e guardi: sarà in piedi e il diavolo giacerà trafitto.

Sacrestano (con angoscia) No… no… io non mi volto. (a tutti con ansia) E nessuno accende il cero! (alla signorina che sta per inginocchiarsi) Non si inginocchi signorina! (al musulmano) E lei smette di ridere! (al padre) Padre, ascolti! Qui hanno cambiato statue. Io le ricordo bene! Venivo qui a servir messa quando lei non era ancora nato… (a tutti) quando tutti voi non eravate ancora nati… (si rivolge alla vecchia) eccetto lei.

Vecchia Non so.

Sacrestano Avevo cinque anni ed ora ne ho sessanta.

Vecchia Non ero ancora nata.

Sacrestano Li porta male allora. La signorina, invece…

Vecchia (con irritazione) Lo sappiamo, li porta bene. Lui ne ha sessanta…

Parroco li porta come può. (al sacrestano) Continua: venivi qui a servire messa…

Sacrestano … e sempre, sempre, padre ho visto Gabriele sopra e il diavolo sotto. Qui ci hanno rubato le statue e ce ne hanno messe altre. Valevano molto, secondo lei?

Parroco Per me sono le stesse.

Signorina (con vivacità) Può darsi, padre. Le hanno solo rovesciate.

Sacrestano Sono delle altre.

Signorina Non è detto. Possono benissimo essere state rovesciate.

Mussulmano È vero! (segue le parole con il movimento della mano. Si rivolge al parroco) Raddrizzi questo e stenda quello. Quello va sotto dove è questo e questo va sopra dove è quello.

Sacrestano È più facile cambiare le statue, che rovesciarle. Ma che importanza ha? Conta chi è in piedi! (con rabbia) Chi è in piedi si prende tutto… preghiere… ceri… voti…implorazioni. Qui non è questione se le statue sono altre o rovesciate. È la realtà che è cambiata. In questo gruppo il Dio che lotta e vince è lui! (e indica il diavolo) L'angelo delle tenebre… il demonio! Questo è il trionfo satanico dell'anticristo! (si rivolge implorante al parroco) L'anticristo, padre! Secondo lei, qui davanti si può ancora pregare? (con forza) Lei… qui… accenderebbe un cero?

Parroco (con noncuranza) Esagerazioni! Io… per me lo accenderei. (indica Gabriele) Lo accendo a lui.

Vecchia Ah no! Chi lo capisce? Si accende il cero sempre a quello che è in alto. Io non l'accendo.

Sacrestano Anch'io! (al mussulmano) E lei?

Mussulmano Io neppure.

Sacrestano (alla signorina) E lei?

Signorina (si avvicina a Gabriele e l'accarezza) Io… non so… (animandosi) Mi fa tanta paura pensare che vive sotto l'incubo di essere trafitto da un tridente. Io l'accenderei (solleva gli occhi verso il diavolo) pregandolo che non l'uccida.

Parroco (conciliante) Ecco… pregando Dio…

Vecchia (acida)… che preghi il diavolo…

Mussulmano (ridendo) … che non l'uccida!

Sacrestano (scandalizzato) È ridicolo!

Signorina (agitatissima) Sì, è ridicolo! (al musulmano) Scusi è lontana la moschea?

Mussulmano (stupito, ma con entusiasmo) No, signorina! Da qui… non più di cinquanta scarpe.

Parroco (con sarcasmo) Dica piedi… dica piedi… se non vuole calcolare in metri!

Mussulmano (serio) I piedi li riservo per la moschea.

Signorina Misura ancora in piedi?

Mussulmano Sì, sono stato educato in Inghilterra.

Vecchia Che è questa faccenda?

Signorina (con pazienza) In piedi non vuole dire in piedi, ma misurare in piedi.

Vecchia (indicando il mussulmano) E se è seduto?

Mussulmano (sorridendo) Misuro sempre in piedi.

Vecchia Già, è vero. Non si può misurare in altro modo. Bisogna stare in piedi. (con tono infantile) Signorina, m'accenda il cero… (indica Gabriele) per lui!

Signorina No. Si è già spento una volta.

Vecchia Era già la terza volta.

Signorina Vede? (a tutti) Io chiedo scusa. Debbo andare.

Mussulmano Alla moschea? (la signorina annuisce) L'accompagno. (a tutti) Chiedo scusa…

Vecchia … anche lei deve andare. Che convertito!

Mussulmano (con decisione) Convertito un corno! Venga con noi!

Vecchia (sbalordita) Con voi?

Mussulmano Sì. Nella moschea c'è più pace… silenzio… (indica le statue) e meno discussioni. D'altra parte una cosa è certa. Se crede in Dio lo cerchi qui, lo cerchi altrove, non è mai altrove da dove è lei.

Sacrestano (con ironia cattiva) Caro signor sacrestano, l'importante è trovarlo.

Parroco (soprappensiero) No… forse l'unica cosa importante è cercarlo…

Sacrestano (con energia) Qui!

Parroco (con tono conciliante, inginocchiandosi ad un banco) Qui… naturalmente… qui!

Mussulmano (con entusiasmo, alla signorina) Venga, signorina! Non sarà disillusa.

Vecchia (con decisione) Vengo con voi, alla moschea. (fa per seguirli. Ad un tratto si ferma e ritorna indietro) Aspettate, torno indietro! Prendo il cero.

Mussulmano No, lo lasci.

Vecchia Ma l'ho pagato.

Mussulmano Non è per questo. Acceso o spento, ormai l'ha offerto. (indica il parroco) È in buone mani.

Vecchia Sì, per me lo accenda.

Signorina (indica il sacrestano)… e lui glielo spegne.

Mussulmano Per me lo lasceranno spento. Ormai le lotte celesti… sono cose d'altri tempi. Adora chi vuoi, ma il tuo prossimo. Ecco la nuova legge.

Sacrestano (in tutto questo periodo ha continuato a fissare con rabbia il mussulmano, sussurrando) Ateo…. ateo   (più forte alla vecchia) e tu…

Vecchia (con voce stridula ,isterica) Mi lasci stare!

Sacrestano (con violenza) Strega! Signorina! (afferrando la vecchia per un braccio e trascinandola via) Non se la prenda, andiamo! (escono seguite dal mussulmano)

Sacrestano (al parroco con tono severo) Mi stupisco di lei, reverendo.

Parroco (solleva il volto) Hai ragione. Scusami se ti ho detto scandalo. Ma c'è un fondo di vero in quello che ti ha detto il mussulmano.

Sacrestano Nella sua nuova legge?

Parroco Sì. Per l'amore al prossimo.

Sacrestano (con un sorriso sarcastico) Che novità! E per l'altra parte: adora chi vuoi?

Parroco (con decisione) Sbaglia… sbaglia!

Sacrestano (con soddisfazione) Ah!

Parroco Doveva dire: adora chi credi… se in buona fede adori il Dio che ti abita dentro. (al sacrestano, con tono indifferente) Hai finito di riordinare di là?

Sacrestano (con irritazione) No… non ancora…

Parroco (con tono autoritario) Allora sbrigati! Va'!

Sacrestano (esce di mala voglia) Vado… vado…

 

Il parroco si alza asta a lungo in piedi davanti alle statue con le mani in tasca. Poi lentamente estrae dalla tasca la scatola di fiammiferi, ne prende uno, l'accende, guardandolo, lo tiene sospeso in aria fin a che è quasi consumato. Poi alla fine lo butta via ed esce rapidamente. Gabriele rovescia in giù la testa sul pavimento e distende pesantemente le braccia e le gambe.

 

Gabriele Hai vinto!

Diavolo No, Gabriele, non hai sentito? Le nostre notti celesti non interessano più nessuno. (toglie via il piede dalla schiena di Gabriele e si allontana) Scegli il posto che vuoi: lì o in piedi. Per me è lo stesso.

Gabriele (si alza) Se non ti rincresce, scelgo quello in piedi.

Diavolo È il più scomodo, Gabriele.

Gabriele Ma me l'hanno dato… in principio. Non ho il diritto di cambiarlo.

Diavolo (si distende nella posizione dell'inizio, mentre Gabriele prende la sua in piedi) Già… siamo statue… statue di una tomba…

Gabriele E dobbiamo stare così… tu sotto ed io sopra, finché non suonerà la tromba.  

 

 

F I N E