Naturalmente sono facilitato dal mio mestiere, dall’uso e abuso della creatività e della sensibilità, qualità lunari, pallide e femminili, che, in uno scrittore, sono inevitabilmente esasperate e comportano dosi massicce di emotività, tipiche del sesso opposto di una volta. Vi siete mai chiesti come mai tanti gay sono artisti? Nel mio modesto caso, l’animus, il solare, il maschile, è dominante, un 60 a 40 direi, ma in quella femminile e lievemente minoritaria fetta della mia coscienza c’è la madre di tutti i libri che ho scritto. È il mio mestiere, quindi, a rendermi orgoglioso di una certa sensibilità femminile. Se guidassi un caterpillar in un cantiere, se fossi un colonnello del genio militare, un chirurgo o un fabbro, farei più fatica a riconoscere, senza vergognarmi, che la mia maschia specie è costellata, ormai, dai desideri, le timidezze, il bisogno di un nido, gli innamoramenti di stampo ottocentesco (quelli che facevano morire di “mal di petto” le sartine tradite) e che costituivano il Dna delle ragazze degli anni Sessanta e Settanta.
Quelle mie coetanee dei primi amori di allora, si comportano oggi né più né meno di come mi atteggiavo io (noi ragazzi diciotto-ventenni) nei loro confronti, a quel tempo. Non ci facevamo scrupoli nel passare dall’una all’altra, spesso avevamo tre o quattro fidanzatine insieme (ciascuna all’insaputa della rivale) e la liberalizzazione del sesso, l’amore libero della generazione No al Vietnam, non aveva affatto mutato il nostro antico Dna maschile, egocentrico e menzognero, gli aveva semplicemente concesso il semaforo verde, la patente di caccia. Ai tempi di mio padre, il sesso era lecito solo da sposati. Le “brave ragazze” dovevano arrivare al matrimonio vergini. Soprattutto quelle cosiddette di buona famiglia. Per le altre, di classe sociale meno abbiente, si chiudeva sfacciatamente un occhio alle eccezioni. Erano tempi in cui, oltre alla discriminazione sessuale, imperava anche quella sociale. Da allora, per fortuna, ma soprattutto per caparbietà femminile, la parità dei sessi (e delle classi) si è andata componendo, al punto che oggi è un ministero: quello delle Pari Opportunità.
Il femminile, inevitabilmente, si è armato (nel lavoro come nei sentimenti) di quella spavalda e un po’ guascona aggressività, di quell’irruenza tipica dei padri di una volta, la giusta pretesa di chi, dovendo mantenere una famiglia, punta i piedi fino a ottenere il lavoro e la paga che gli spetta. Le donne hanno osato qualcosa che mai avevano osato neppure sognare, e dagli inizi del Novecento ad oggi, la loro marcia nel mondo del lavoro è stata inarrestabile. C’è ancora molto da fare per il conseguimento di una parità assoluta. Ma così come un nero è diventato presidente degli Stati Uniti, credo che, fra non molto, il mondo comincerà a sospettare che Dio è donna.
Quel che nel frattempo è accaduto, invece, nei sentimenti, nei rapporti di coppia, nell’esercizio del “potere sessuale” fra maschile e femminile, è ancora coperto da una fitta coltre di nebbia. Ed è proprio questo medioevo della conoscenza che -come dicevo- mi diverte, mi affascina, anzi, mi appassiona.
Sono un orso spelacchiato, bisbetico e scostante, vivo rannicchiato in tana, a leggere e scrivere, ho un paio d’amici, un cane, insomma sono uno di quelli che prima o poi finiscono a parlar da soli per la strada. Ciascuno è quel che è, nel bene e nel male, un po’ per nascita e un bel po’ per come la vita l’ha marchiato. Ovviamente, al pari di tutti i solitari, sono facile agli innamoramenti esplosivi. Come tutte le bombe essi hanno effetti devastanti. In uno di questi miei dopo-Hiroshima, decisi che era d’uopo stemperare la sconsolatezza conoscendo persone nuove. «Tu ti fissi» mi accusai «quando il mondo, là fuori, pullula di possibili compagne. Alza il culo e piantala di pretendere che suonino al campanello della tua caverna!». Ubbidii al mio stesso ordine ed essendo un uomo molto fortunato (perché ricevo lettere di ascoltatori o lettori di tutte le età) scelsi quelle magnifiche sette che mi sembravano più congeniali e partii in macchina per il mio Paese, prima a Sud poi a Nord.
Non mi ero sbagliato. Erano tutte persone speciali, donne intelligenti, sensibili, ferite, caparbie e piene d’interessi. Eppure qualcosa mi ha sconsolato, ma non capivo cosa, che cosa m’impedisse, dopo una bella cena, di proseguire il cammino della conoscenza. Era qualcosa che mi aveva disorientato, un poco spaventato, un pochino anche annoiato. Ma cosa?
Sono trascorsi molti mesi, più di un anno, da quel viaggio sentimentale un po’ fuori di testa, e -non si sa perché- credo di averlo compreso stamattina. Chissà che avrò sognato?
Dal primo momento che ci eravamo seduti a tavola, ciascuna di queste sette donne, inesorabilmente, mi aveva raccontato per filo e per segno i suoi amori disgraziati. Erano incazzate con il maschile, probabilmente a ragione. Quasi non mangiavano né bevevano pur di mettermi a parte di Roberto, Ernesto, Filippo, Luigino, Riccardo. Io che ero partito per riempirmi la testa di donne me la trovavo ricolma di uomini. Ero uno sconosciuto. Tra l’altro, di solito, sono un chiacchierone. Era impossibile dire “A”, avevano tutte un disperato bisogno di sfogarsi delle loro disavventure sentimentali (e ciò è umano e comprensibile) ma davano per scontato che io fossi né più né meno quel che avevano immaginato (ossia proiettato su di me) leggendo le mie cose o ascoltando i miei programmi, eppure nessuna sapeva se gradisco il caffè con un cucchiaino di zucchero o amaro, che tutto sommato è il primo gradino della conoscenza. Direi che non gliene fottesse granché.
Dio mio quanto devono essersi annoiate, le donne di tutti i tempi, quando noi gli parlavamo per ore di macchine e cavalli, di calcio e di lavoro, di beghe di potere, di smanie di denari! Mai come in quelle sette cene l’ho capito. E mai ero stato così taciturno, così femminilmente accogliente, neppure a casa mia, che ogni tanto con Sara, la mia pastora tedesca, ci si lancia lunghi sguardi discorsivi fra specie amiche.
Per sette volte, giunti alla noce o all’amaro, sopraggiungeva quindi un silenzio, quel muto imbarazzo che coglie chi ha mangiato troppo (io) e chi ha parlato senza lasciare l’altro aprir bocca. A quel punto, da perfetta ragazza degli anni Settanta, io cominciavo a dire: «Be’ si è fatto un po’ tardi…Ho mal di testa…» e le riaccompagnavo a casa senza salire “a prendermi una cosa”. E mi dispiaceva, tuttavia, perché ci restavano assai male; suonava come un rifiuto, una fuga. Solo allora, un poco mortificate, erano colte da un dubbio: «Scusa, ho parlato troppo, è il mio difetto!» E rispuntava l’antica femminilità, quella mai sopita, mentre a tavola era spuntata loro la nostra maschilità, quella del “cummenda” a cena con la suffragetta. La cosa ridicola è che io ho cinquant’anni. E che loro erano trenta-quarantenni intelligenti e piacevoli.
Naturalmente, se c’è una colpa, è mia. Oggi lo so, ma ieri non lo capivo, e avevo solo una sfrenata voglia di restarmene un po’ da solo. A me piace ascoltare, e molto. Inoltre mi raccontavano vite interessanti e storie sentimentali appassionate, per quanto devastate. Ma avevo la netta sensazione non solo che le avrebbero clonate pari pari con me, ma che non mi “vedessero” proprio, così come noi, da sempre, non abbiamo visto che una cosa, delle donne. Una giusta punizione, non credete?
Le donne, oggi, hanno lo stesso atteggiamento che avevamo noi nei loro riguardi. Ci colgono come un fiore da un mazzo, e contemporaneamente, se a loro aggrada, possono coglierne un altro e un altro ancora, ed essere appassionate se non innamorate con tutti noi, e darsi e prendere, e mentire o meno, senza colpa e senza problemi. Tranne uno. Improvvisamente manca loro il “maschio”. Allora si fanno agnellini, e alternano incessantemente i due poli, quello aggressivo antico –maschile- e quello femminile antico –la preda, la vittima-. Quando il maschio, o meglio, l’antica corteccia del maschio (che non si è evoluta un granché in confronto alla vertiginosa evoluzione della loro) si accorge di questo (e già accorgersene è un segno di trasformazione, poiché molti maschi non l’ammettono neppure) l’uomo si terrorizza a morte. Nel pozzo profondo della propria insicurezza, aggredita dal femminile mascolinizzato, l’uomo moderno coltiva la speranza romantica delle ragazze degli anni Settanta. Davvero vuole solo me? Ama solo me? Sicuri che non mi tradisca? Lo farebbe un figlio con me? Non mi lascerà mai? E via dicendo.
Grattate via l’arroganza, la supponenza, il lato smargiasso del sesso maschile e vi ritroverete dinnanzi una giovinetta dell’Ottocento. A me questa cosa fa molto ridere perché non la capisce quasi nessuno, mentre è così evidente!
Gli angeli del focolare oggi siamo noi.
Diego Cugia
(Roma, 5 Marzo 2009)